L’SOS lanciato da Francoforte per l’architettura brutalista

Daniela De Dominicis

Sono rare le mostre che offrono un inedito punto di vista, un motivo di riflessione che permetta di riformulare le prospettive critiche consolidate nel tempo. SOS BRUTALISM - Save the Concrete Monsters!, ospitata dal Deutsches Architekturmuseum  (DAM) di Francoforte sul Meno e, a seguire, dall’ Architekurzentrum a Vienna, è una di queste (1).
La mostra  ha l’obiettivo di condividere con il pubblico degli appassionati la conoscenza e l’apprezzamento per un’architettura per molto tempo ignorata, vissuta talvolta con insofferenza e, nel 10% dei casi, attualmente a rischio di demolizione. In tempi recenti si è assistito però ad un rinato interesse nei confronti di questo stile e alla sua rivalutazione critica che, per ora, si è limitata esclusivamente agli addetti ai lavori.
L’esposizione è il primo punto di arrivo di un lavoro di ricerca e catalogazione in progress sull’architettura brutalista, avviato nel 2015 dalla Wüstenrot Foundation di Berlino e il DAM di Francoforte (2) . La creazione di una piattaforma on line con l’hashtag #SOSBrutalism ha permesso in questo lasso di tempo di catalogare, con l’aiuto di architetti di tutto il mondo, più di mille edifici. Ad ognuno di essi, nel data base, è dedicata una scheda tecnica e una documentazione fotografica, mentre una mappa satellitare permette di visualizzarne l’ubicazione geografica (3). La maggior parte delle costruzioni si concentra in Europa, ma è sorprendente notare come la diffusione sia capillare e costituisca a tutti gli effetti un fenomeno globale. L’esposizione, curata da Oliver Elser, è organizzata per undici aree geografiche e presenta un’ampia selezione degli edifici fin qui censiti, documentati – oltre che da materiale fotografico e plastici in 3D – dalle maquette in cemento e in cartone realizzate dalla Kaiserslautern Technical University. Un allestimento raffinato che si snoda nelle bianche sale espositive del museo con le volte vetrate ad arco ribassato policentrico che portano la firma di Oswald Mathias Ungers. Le maquette sono disposte ciascuna su un suo piedistallo come fossero sculture e mettono in evidenza soprattutto gli aspetti formali degli edifici, i volumi, il gioco dei pieni e dei vuoti più che il loro funzionamento, le modalità d’uso e il rapporto con il contesto.
Ma analizziamo il Brutalismo in dettaglio, cominciando dal nome.  Il termine deriva dal francese béton brut, cemento grezzo. I primi esempi di questa produzione architettonica vengono individuati nelle sperimentazioni tarde di Le Corbusier, quelle successive al secondo conflitto mondiale. La carenza di metallo che aveva condizionato le costruzioni durante la guerra, si faceva  ancora sentire e cantieri come l’ Unité d’Habitation di Marsiglia (1947-1952) o Sainte-Marie de La Tourette a Éveux (1952-1960), pur pensati ad imitazione dei transatlantici, di metallo non hanno nulla, si basano invece su spesse masse murarie affidate esclusivamente al cemento. Le casse-forme di legno vi lasciano volutamente impressi i loro segni, “le rughe” le chiama Le Corbusier, conferendo alla superficie un’irregolarità porosa che trattiene la luce. Ne derivano volumi visivamente massicci, opachi, pesanti, che nulla hanno a che vedere con le superfici sottili, intonacate di bianco antecedenti il secondo conflitto. Pur guardate con perplessità, queste costruzioni fanno subito tendenza e, dagli sparuti esemplari degli anni ’50 – la Hunstanton School (1949-54) di Alison e Peter Smithson, la Yale Art Gallery (1951-53) di Louis Kahn, i già citati cantieri di Le Corbusier cui si aggiunge la realizzazione della città di Chandigarh (a partire dal 1952),– queste “sculture urbane”, ultima declinazione del moderno (5) , si moltiplicano ovunque per circa vent’anni, quando lasceranno il campo alla cultura postmoderna. Le ragioni di questa rapida moltiplicazione vanno forse cercate nella versatilità di un’ economica tecnica costruttiva che ha saputo rispondere sia alle esigenze di monumentalità e di rappresentanza, che alle urgenze di una ricostruzione veloce e democratica come nell’Europa e nel Giappone devastate dalla guerra o nella Macedonia distrutta dal terremoto del 1963.
Teorico del movimento è il critico Reyner Bahnam che ha indagato le componenti etiche dell’estetica brutalista: un’architettura essenziale, rigorosa, con le strutture portanti a vista, priva di decorazioni, anzi ostentatamente anti-graziosa ed anti-edonistica e perciò baluardo di un alto valore morale. Nell’articolo del ’55 e più diffusamente nel testo del ’66 (6), Bahman redige un elenco di edifici fondato su un rigido criterio selettivo, finalizzato a delineare questa corrente che egli ritiene essere di matrice prevalentemente britannica. Nel suo testo Bahnam mette in guardia dalle possibili derive di un’architettura di questo tipo svincolata dalla componente etica che già nel 1966 vedeva adombrata nelle produzioni statunitensi di Jonh Johansen e di Paul Rudolph. Ma la proliferazione che questo stile ha vissuto fino alla fine degli anni ‘70 implica attualmente l’uso di criteri più elastici di quelli usati da Bahnam e la schedatura per aree geografiche utilizzata dal data-base #SOSBrutalism nonché dalla mostra (7)  di Francoforte, ha permesso di osservare come una medesima tecnica costruttiva possa essere declinata in una pluralità di linguaggi nazionali. Il contributo di centinaia di architetti, per questa raccolta dati, ha inoltre consentito di perlustrare aree geografiche finora poco indagate e pertanto ignorate dai testi di storia dell’architettura in uso. Pur essendo una delle più significative tendenze costruttive del secolo appena concluso, non si sono registrati finora studi sistematici al riguardo e questa produzione non viene percepita dalla coscienza collettiva come uno stile architettonico degno di tutela. E’ così che sopraggiunte necessità di manutenzione si concludono spesso con progetti di demolizione tout court, colte come occasioni di ricostruzioni ex novo con edifici più in sintonia con il gusto estetico del momento oppure con interventi di manutenzione che ne snaturano completamente l’aspetto originario (8) . Un caso esemplare in questo senso è la storia della Robin Hood Gardens, complesso di abitazioni sociali costruito a Londra tra il 1968 e il 1972 dagli architetti Alison e Peter Smithson nel quartiere di Poplar, nell’East End. Si tratta di due edifici in linea affrontati - dieci piani l’uno, sette l’altro -separati da una corte a giardino sulla quale si affacciano tutti i 210 alloggi raccordati da ballatoi, “le strade nel cielo” come li definivano i progettisti. Concepito sulla base delle ricerche più avanzate nel campo degli alloggi popolari dell’epoca, è stato edificato con pannelli di cemento prodotti in serie per l’abbattimento dei costi. Questa costruzione viene considerata dagli storici uno degli esempli più alti dell’architettura brutalista britannica e non c’è libro di architettura che non la riproduca. Nel 2008 la Greater London Authority decide tuttavia di demolire il complesso e di utilizzare i due ettari di terreno su cui insiste, per un nuovo masterplan con 268 alloggi (9) . Nove anni di lotte sostenute anche da architetti di fama mondiale (10)  non sono riusciti ad ottenerne il vincolo di tutela monumentale e così dal 2017 ne è iniziato lo smantellamento. Il Victoria and Albert Museum ne ha acquistato una sezione di tre piani e quest’anno, in un’iniziativa speciale, sarà ricostruita alla 16. Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia mentre un video dell’artista coreano Do Ho Suh – con un lavoro in linea con la sua poetica – ne riproporrà gli interni domestici e le vite di alcune persone che vi hanno abitato.
Si impongono alcune riflessioni. Può una cultura mettere in atto un progetto di demolizione di ciò che l’ha preceduta? Il concetto di bello è storico e geografico insieme, muta nel tempo e nei luoghi, ma assumere i propri criteri a metro di giudizio per lo smantellamento del preesistente, è un orientamento pericoloso. E’ ancora vivo l’orrore suscitato dalla dinamite che ha fatto saltare in aria i Budda di Bamiyan ad opera del talebani afgani nel 2001 così come la distruzione sistematica del patrimonio culturale della civiltà preislamica operato da Daesh dal 2015 in Medio Oriente, dichiarata dall’Unesco crimine di guerra. La politica della damnatio memoriae è di antico lignaggio ma quando viene messa in atto da una civiltà che si  vanta delle leggi di tutela e di conservazione, suscita un certo stupore. Eppure è proprio nella evoluta Europa che sono stati demoliti numerosi agglomerati residenziali, frutto di un’estetica e di un concetto dell’abitare ritenuti superati o addirittura fallimentari; altri sono in procinto di esserlo ed è su di loro che questa campagna di SOS Brutalism getta la sua reta di protezione. Nella Germania dell’Est il governo della DDR aveva pianificato negli anni ’50 la demolizione dei vecchi alloggi popolari, gli Altbauten – riscaldati dalle stufe di ceramica a carbone e provvisti solo di bagni collettivi – per sostituirli con moderni edifici in linea, i Neubauten anche detti Plattenbauten perché realizzati con pannelli di calcestruzzo.  Attualmente i pochi Altbauten sopravvissuti sono molto richiesti dal mercato immobiliare mentre si sta procedendo alla sistematica demolizione dei secondi, cancellando completamente l’estetica socialista. E’ così che nella ex Germania dell’Est si è sviluppato il fenomeno dell’Ostalgie, la nostalgia della vita prima della riunificazione, rincorsa e vagheggiata nei romanzi, nei film, nelle canzoni dei rapper (11)  e, più recentemente, dagli storici che cercano di preservarne le costruzioni. Un fenomeno analogo è avvenuto in Francia quando si è messa in atto la politica di abbattimento degli insediamenti periferici (12): le torri e i grandi edifici in linea costruiti dalla fine degli anni Cinquanta (13), proposti all’epoca come una felice soluzione al problema degli alloggi ma trasformatisi velocemente in ghetti e focolaio di grave disagio sociale che talvolta si organizza in sommosse urbane (14). Queste demolizioni hanno dato vita a fenomeni di rivendicazione d’appartenenza come quelli espressi da due ragazzi –Mehdi Meklat e Badrou Abdallah – nel film Quand il a fallu partir (2015) che rievocano la vita della tour Balzac nella quale sono cresciuti e che non esiste più dal 2011. Pari opposizione sta scatenando la decisione – già finanziata dal Governo italiano – di abbattere le vele di Napoli, alloggi popolari a forma triangolare progettati da Franz Di Salvo nella zona Est di Napoli (1962-75). Un gruppo di architetti, il Vulcania Architettura, sta tentando di salvarle. In fondo l’idea della ville radieuse di Le Corbusier, quando si è concretizzata nell’Unité d’Habitation di Marsiglia – prototipo di tutti gli esempi di insediamenti collettivi fin qui citati – non si è rivelata nell’immediato poi così radiosa. Eppure oggi, non solo è ambita da designer e architetti per farne i propri studi, ma alcune novità concettuali dell’abitare lì proposte – come per esempio abitazioni di metratura contenute a fronte di grandi aree comuni – sono alla base delle social housing più à la page (15) .
La mostra promossa dal DAM intende sottolineare la valenza storica di queste costruzioni e ne promuove una valorizzazione estetica che indubbiamente finora è sfuggita. Potrebbe accadere, come per le osteggiate colonne parigine di Daniel Buren al loro apparire nell’ 86, vicino alle quali qualcuno scrisse “On finira bien par les aimer”(16) , si arriverà addirittura ad amarle. Anch’esse in béton brut e nessuno oggi si sognerebbe di farne a meno.
Aprile 2018


1) SOS BRUTALISM- Save the Concrete Monsters! a cura di Oliver Elser,  Deutsches Architekturmuseum con la collaborazione della Wüstenrot Foundation, 9 novembre 2017- 2 aprile 2018,  Francoforte sul Meno;  3 maggio - 6 agosto 2018, Architekturzentrum, Vienna
2) L’interesse per quest’architettura risale al  convegno sul tema Brutalism World (Berlino nel 2012) i cui atti sono attualmente confluiti nel volume a cura di Oliver Elser, Philip Kurz, Peter Cachola Schmal, SOS Brutalism – A Global Survey,  Park Books, 2017 che affianca il catalogo della mostra di Francoforte
3) Una sorta di Red List come quella istituita nel 1948 sullo stato di conservazione della flora e della fauna. Anche in questo caso ad ogni edificio è attribuita una stima sul grado di conservazione che fa riferimento ad una scala di sei gradi, da “protetto” a “demolito”
4) Oswald Mathias Ungers (1926-2007), architetto neorazionalista tedesco cui si deve la costruzione del DAM (1979-1984) di Francoforte attraverso la trasformazione di una villa del primo ‘900 secondo la poetica a lui cara della “casa nella casa”. Le preesistenze sono mantenute soltanto all’esterno mentre gli ambienti museali  sono realizzati in agili strutture di vetro e metallo.
5) Gli architetti fondatori di questa tendenza –  George Candilis, Jacob Bakema, Aldo Van Eyck, Alison e Peter Smithson, cui si aggiungono Jerzy Soltan, J.A. Coderch y de Sentmenat, Giancarlo De Carlo – che danno vita al gruppo Team X, si formano nell’ambito dei congressi del CIAM (Congrès Internationaux d’Architecture Moderne) e ne orientano il suo superamento
6) Reyner Baham, “The New Brutalism”, The Architectural Review, n. 118, dicembre 1955; The New Brutalism: Ethic or Aesthetic?,  Architectural Press,  1966
7) Sono state individuate 11 aree geografiche: America del Nord e del Sud, Africa, Asia (Sud, Sud-Est, Centrale, Ovest), Europa (Est, Ovest), Medio Oriente, Oceania
8) Un esempio eclatante di trasformazione sono gli interventi firmati da Kenzo Tange in collaborazione con architetti macedoni e sloveni a Skopje dopo il terremoto del 1963. E’ in progetto una rivisitazione radicale di questi edifici in stile classicheggiante
9) Il nuovo masterplan, che prende il nome di Blackwall Reach,  è stato messo a punto dagli architetti Graham Haworth e Steve Tompkins, quest’ultimo vincitore nel 2014 dello Stirling Prize. (cfr. www.haworthtompkins.com)
10) L’iniziativa è stata firmata da Richard Rogers, Zaha Hadid, Robert Venturi e Toyo Ito.
11) Un rapper Ossi (cioè dell’Est) è T. Wonder che nel 2008 ha pubblicato l’album “Plattenbau”. Sul concetto di Ostalgie cfr. Anna Chiarloni (a cura di ), Oltre il Muro, Franco Angeli, 2009
12) La legge 2003-710 pubblicata sul Journal Officiel il 2 agosto 2003, prevede la demolizione di 200mila alloggi
13) Tra le più famose periferie urbane a Parigi è La Corneuve a Seine-St-Denis detta la Cité des Quatre mille (1958-62), progettata da Clément Tambulé e Henri Delacroix per i rimpatriati dell’Algeria. Tra il 1986 e il 2015 sono state abbattute ben sette stecche (edifici in linea) di quest’area urbana
14) Memorabile la rivolta esplosa a Parigi e diffusasi in molte periferie urbane francesi  nell’ottobre 2005 in seguito alla morte di due adolescenti inseguiti dalla polizia a Clichy-sous-Bois. La rivolta  è durata tre settimane
15) Su questo concetto si basa l’insediamento newyorkese di My Micro NY, firmato da nARCHITECTS nel 2016
16) Yves Jaeglé, “Buren zèbre les esprits”, LeParisine.fr, 19 agosto 2016