Esplorazioni intorno al Giardino planetario

Simona Antonacci


Una strada tra campi, casali e pastori e in fondo la città, il Monte Pellegrino e il mare. In primo piano un paesaggio tutt’altro che monotono: l’eucalipto australiano, l’agave americana, l’albero di limoni asiatico, l’ulivo mediorientale si susseguono senza soluzione di continuità ai margini di una strada di campagna.
È la veduta di Palermo di Francesco Lojacono, capolavoro del paesaggismo realista romantico conservato nella Galleria di Arte Moderna Sant’Anna di Palermo. Nonostante la veneranda età, il dipinto del 1875 è l’immagine guida della più contemporanea delle manifestazioni d’arte, Manifesta 12.
La ragione per la quale i quattro curatori internazionali (i “creative mediators”)(1) hanno scelto la veduta di Lojacono per spiegare le ragioni della mostra è presto detto: con la compresenza di alberi e arbusti “alieni” (vale a dire di specie che, per effetto dell'azione dell'uomo, hanno colonizzato fruttuosamente territori diversi da quelli originari) questa immagine sintetizza la storia millenaria delle migrazioni e delle “convivenze” biologiche. Un storia che assomiglia a quella delle migrazioni e delle convivenze tra gli uomini e che rende la scelta della città di Palermo per ospitare la dodicesima edizione della biennale nomade europea una decisione, in fondo, politica. Crocevia di venti, correnti e popoli, il capoluogo siciliano incarna un modello di coesistenza sovrapponibile, secondo i curatori, alla teoria intorno a cui si articola il progetto scientifico di quest’anno: il concetto di “politica ecologia umanista”(2) del Giardino Planetario, elaborato dal paesaggista francese Gilles Clément.
Il tema suggerito da Manifesta offre l’occasione per esplorare ed approfondire il sistema teorico elaborato dal filosofo-botanico francese e le sue tesi “limitrofe”.
Inscindibile dal concetto di Terzo Paesaggio e da quello di Giardino in movimento(3), la tesi del Giardino Planetario viene formulata da Gilles Clément per la prima volta nel libro Thomas e le voyageur(4) nella seconda metà degli anni Novanta, in un momento in cui economia, ambiente e società - troppo a lungo considerati campi separati - vengono ripensati e riletti nella loro reciproca connessione. Affiancando l’attività teorica a quella pratica (“giardiniere” ama definirsi) Clément realizza diversi progetti paesaggistici negli anni Ottanta e soprattutto nei Novanta e Duemila: tra questi il Parc André-Citroën a Parigi progettato nel 1992; il giardino dell’École Normale Supérieure di Lione nel 2000 e quello che avvolge il Museé du Quai Branly a Parigi, concluso nel 2005.
Tornando alla teoria, il pensiero intorno a cui si articola il concetto di Giardino Planetario è che il mondo possa essere interpretato come un grande giardino, di cui l’uomo è il giardiniere.
Occorre intendersi, prima di ogni cosa, sul concetto di giardino: quello di cui parla il paesaggista francese è un concetto diverso da quello a cui siamo abituati, cioè uno spazio razionalmente organizzato dall’uomo, da lui fatto “fruttare”, ammansito a partire da un disegno preordinato. Quello di Clément è, al contrario, un giardino “in movimento”, un luogo in cui ogni essere vivente può sviluppare le sue potenzialità. La costruzione di questo giardino sottende un modello metodologico in cui domina il processo, non l’a-priori progettuale. Un sistema la cui identità è continuamente rinegoziabile, mutabile, in sintonia con i fenomeni che la attraversano.
Il passaggio concettuale successivo fatto da Clément è quello di estendere questa idea di giardino al mondo, interpretato appunto come un “giardino planetario”. Una teoria che affonda le sue radici su tre presupposti:
- la finitezza ecologica del pianeta: il giardino come tradizionalmente inteso “esce” (grazie alle teorizzazioni nel XX secolo) dal suo recinto, annulla la sua separatezza dal resto del mondo e ha come soli limiti quelli della biosfera: con la nascita della scienza ecologica il giardino cambia scala e ne assume una globale. Le sue risorse sono finite, delimitate dai confini della biosfera, dunque non rinnovabili per sempre;
- la vita sul pianeta è caratterizzata dalla biodiversità;
- l’uomo è parte attiva dell’ecologia del pianeta.
La diversità è frutto del “mescolamento” e dell’interazione provocati dal movimento incessante delle energie, dei flussi e delle forze che agiscono sul pianeta, che danno luogo a forme di migrazioni volontarie e involontarie: i venti, le correnti, le transumanze di animali e uomini, sono tutti fattori attivi che hanno favorito e continuano a favorire la redistribuzione degli esseri viventi e la loro interazione e trasformazione reciproca.  Questo “mescolamento” determina la nascita di nuovi comportamenti, nuove forme di adattamento e dunque di nuove specie. Da’ vita a nuovi paesaggi, che mutano continuamente l’identità del giardino planetario in cui viviamo.
In questo quadro l’uomo riveste un ruolo di assoluta centralità, come parte integrante dell’ecologia del pianeta in quanto attore al pari dei fenomeni naturali: ogni giardiniere – dunque ogni uomo – agisce infatti come promotore di incontri, dialoghi, conoscenza tra specie che probabilmente sarebbero destinate a non incontrarsi. La diversità biologica, teorizza Clément, si nutre dunque fortemente dell’intervento dell’uomo, la cui attività è sempre in continua espansione.
Proseguendo sulla linea tracciata da Clément, si delinea per l’uomo-giardiniere un ruolo di grande responsabilità: non solo attivatore, facilitatore, mediatore integrato nei processi ecologici, ma anche garante del buon funzionamento della macchina ecologica globale.
Forte della sua capacità di controllare consapevolmente l’ambiente, l’uomo è deputato a essere il custode della sua sopravvivenza, con il compito di curarsi che ogni forma vivente trovi “la sua strada”, vale a dire la più adatta alla sua crescita naturale nell’ottica della biodiversità.
Ma come sfruttare le potenzialità insiste nella diversità senza distruggerla? Come continuare a far funzionare la macchina ecologica in modo che possa esserne garantita la sopravvivenza?
Attraverso il rispetto delle vocazioni delle singole specie viventi, propone Clément: l’uomo, dunque, come “guardiano dell’imprevedibile”(5)  guidato da una strategia di ascolto e da un desiderio di comprensione profonda dei fenomeni in atto.
Questa strategia d’azione può concretizzarsi solo nel contesto di un rinnovato rapporto tra la natura e l’uomo, da svilupparsi secondo criteri di equilibrio e in assenza di “tirannie del mercato”(6) . Attraverso il modello del Giardino di resistenza Clément traccia l’ipotesi di un’arte di vivere che definisce il rapporto tra l’uomo e la natura in senso globale, in una nuova forma di economia in cui applicare il principio “fare il più possibile con, il meno possibile contro”. Un modello d’azione che ovviamente non riguarda solo il rapporto dell’uomo con i fenomeni naturali, ma può essere esteso anche ai fenomeni migratori, sociali, culturali e che contribuisce a ridefinire le relazioni degli uomini tra loro.
Accogliere i movimenti e le trasformazioni, accettare che l’intervento di fattori di cambiamento possa contribuire alla crescita positiva di un sistema contro la rigidità di un a-priori che detesta la metamorfosi, immagina identità immobili, concepisce il mondo come un sistema chiuso e struttura le relazioni sempre come rapporti di forza, di autorità: su questi principi si fonda la proposta teorica di Gilles Clément.
È qui che il concetto di Giardino planetario diventa eminentemente politico e in grado di valicare i confini della botanica, dell’architettura, della filosofia, per toccare quelli dell’arte, della geopolitica, della vita. Per proporci di accogliere in senso globale il principio che in fondo nulla è indigeno e tutto è destinato a mutare.
Luglio 2018

1) Il Giardino Planetario. Coltivare la coesistenza è curata da Bregtje van der Haak, Andrés Jaque, Ippolito Pestellini Laparelli e Mirjam Varadinis. Il progetto curatoriale è stato anticipato da una indagine preliminare sulla città affidata allo studio internazionale di architettura OMA che ha preso spunto proprio dal dipinto di Lojacono.
3) Gilles Clément, Manifesto del Terzo Paesaggio, Quodlibet, 2005; Gilles Clément, Il giardino in movimento. Da La Vallée al giardino planetario, Quodlibet, 2011. Il concetto di giardino in movimento è applicato da Clément nella sua casa nella Cruse fin dagli anni Ottanta.
4) Gilles Clément ,Thomas et le Voyageur: Esquisse du jardin planétaire, ed. Albin Michel, 1997. Il primo tentativo concreto di declinare il concetto di Giardino planetario risale a un allestimento nella Grande Halle de la Villette realizzato insieme allo scenografo Raymond Sarti tra il 1999 e il 2000.
5) Gilles Clément, Il giardino in movimento.., cit.
6) Les jardins de résistance, testo tratto dal sito http://www.gillesclement.com/ .