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arte e oltre / art and beyond
rivista trimestrale di arte contemporanea
ISSN 2284-0435

Produrre nuovi immaginari

Simona Antonacci
 
Il 21 novembre scorso la sobria facciata della chiesa medievale del Complesso del San Carlo a Viterbo, attualmente sede del Dipartimento di studi linguistico-letterari, storico-filosofici e giuridici dell’Università della Tuscia, è stata improvvisamente animata dalle proiezioni dell’installazione visivo-sonora di Fabrizio Crisafulli(1).
In un’atmosfera suggestiva e calda, nonostante il freddo pungente, la magia del teatro si è compiuta, immergendo gli osservatori in uno stato di incanto e di sospensione immaginifica.
Due figure femminili specchiate si muovono sulla facciata della chiesa utilizzando la monofora centrale come perno. Intorno ad esso le due figure giocano, danzano e assumono “pose” che evocano un immaginario iconografico famigliare - richiamando quello delle chiese medioevali con segni zodiacali, figure allegoriche e sirene. Il loro movimento ritmato e reiterato ricorda quello degli orologi meccanici con automa ma anche quello del “cinema della attrazioni” che appartiene alle origini della cinematografia.
Il rosone, come una piccola conchiglia appena appoggiata sulla facciata essenziale, diventa una ruota sulla quale costruire un gioco di equilibrio. Ognuno dei pochi elementi della facciata disadorna - le due monofore laterali, così come l’alto campanile a vela - diventa elemento grammaticale di una scrittura di luce che dialoga, con levità e ironia, con gli elementi strutturali.
Uno sbattere di porte, suoni di campane, un sussurrare di voci che si susseguono - forse sono gli studenti e i professori delle sale universitarie - si alternano a una melodia riconoscibile. È il Doppio movimento di Chopin che dà nome e corpo all’immaginario sonoro dell’installazione.
Il risultato è una composizione straordinariamente unitaria, un’“opera unica”, immersiva, in cui nessun elemento compositivo - sia dal punto di vista della costruzione di senso che della percezione - sembra prevalere sull’altro: una cooperazione “orizzontale” si potrebbe dire. Tuttavia se un “centro” disciplinare vogliamo individuare esso è sicuramente il teatro: intorno ai suoi elementi costitutivi si costruisce un discorso di senso sfaccettato e mobile, in cui le diverse componenti - la drammatizzazione, la gestualità, la musica, la danza – vengono reinventate.
In Doppio movimento, infatti, il luogo è il testo e la luce la materia concreta.
Artista visivo, regista teatrale e docente, Fabrizio Crisafulli è uno studioso di pratiche della luce, tema cui ha dedicato diversi saggi e approfondimenti teorici. Fin dagli anni Novanta, quando fonda la compagnia Il Pudore Bene in Vista, il suo lavoro si nutre delle riflessioni intorno ai concetti di “luce activa” e “Teatro dei luoghi”, orizzonti teorici di riferimento che lo hanno accompagnato in tutta la sua ricerca e che nutrono il suo lavoro ancora oggi.
Il concetto di luce activa, mutuato dall’interpretazione che ne fa a metà ottocento lo scenografo svizzero Adolphe Appia nella messa in scena delle opere wagneriane, interpreta la fonte luminosa come elemento non ancillare allo spettacolo in atto, ma materia espressiva essa stessa: come scrive Crisafulli si tratta di considerare la luce elemento strutturale e costruttivo, poetico e drammaturgico(2).Utilizzata tanto da registi teatrali che da artisti visivi, come Robert Wilson, nel corso del Novecento, la luce come materia vede ridisegnati i suoi confini e le sue possibilità d’uso e di significazione con l’avvento delle nuove tecnologie, a partire dagli anni Novanta.
Nel lavoro di Crisafulli, in particolare, la luce artificiale assume il ruolo della luce naturale: è sostanza vitale. L’artista non la considera appartenente né a una sfera eminentemente tecnica, né ad una soltanto visiva: la luce ha la capacità di «modellare lo spazio e il tempo, di azione e costruzione drammatica»(3) . Un principio che entra nelle sue sperimentazioni fin dai primi lavori teatrali, realizzati nel corso di alcuni laboratori svolti in Sicilia all’inizio degli anni Novanta e in cui non sono presenti attori: la costruzione narrativa è attuata dal rapporto tra la scena e la luce. In questi progetti Crisafulli offre a tutti coloro che collaborano alla creazione dello spettacolo - non solo attori ma anche scenografi, tecnici, ecc. – una situazione data che funge da “innescatore” di esperienze. La stessa funzione che poi verrà affidata al “luogo”, come testo da cui partire e capace di “accendere” la scrittura drammatica. Questo modello operativo riconfigura il processo creativo teatrale nella direzione di un sistema i cui agenti non sono solo quelli tradizionali, ma includono come parte attiva anche quelle componenti espressive tradizionalmente individuate come secondarie (la scena/il luogo e la luce).
La nozione di luce activa è in stretto dialogo con quella di Teatro dei luoghi, che interpreta il sito come matrice della costruzione drammaturgica, capace di aprire a nuove narrazioni e immaginari. Il confronto con il sito non avviene solo sul piano fisico ma si nutre della sua specifica stratificazione storica, dei significati e delle memorie che lo attraversano.
L’installazione è dunque lo spazio temporale in cui si compie l’incontro tra la sfera fisica (l’architettura) e quella virtuale (la proiezione). La scelta del linguaggio della video proiezione è in questo senso cruciale: è attraverso la caratteristica peculiare della luce, la sua immaterialità, che l’artista può appropriarsi ed entrare in dialogo attivo con il passato storico.
Per questo suo specifico carattere Doppio movimento è un intervento che frantuma la logica dello spettacolo, ridisegnando i confini dell’uso delle tecnologie in una direzione di rinnovata densità di contenuti e adesione al dato storico attraverso l’uso della struttura architettonica – del suo linguaggio specifico - come testo. In questo modo l’uso della tecnologia, lungi da rispondere a qualsiasi forma di enfatizzazione o spettacolarità (4), assurge al ruolo di linguaggio matericamente “leggero” attraverso però cui attuare un confronto concreto, dialogico, fisico con il testo-Patrimonio.
Da questo punto di vista l’installazione di Crisafulli è una soluzione di particolare senso e valore soprattutto se letta in rapporto alla lunga stagione – nella quale siamo ancori immersi – della “strategia dell’evento” in cui – nell’ottica di una presunta reciprocità della valorizzazione - il confronto tra l’antico e il contemporaneo è stato spesso forzato o banalizzato a favore dell’effetto scenografico. Nel campo delle mostre i tentativi sono stati innumerevoli e il boom di eventi che hanno punteggiato gli anni Duemila ne è un esempio: si pensi - solo per citare il caso più eclatante - alla mostra di Jeff Koons a Versailles nel 2008(5). Quanto, nel caso di alcune di queste manifestazioni, abbia inciso la volontà di instaurare un vero dialogo costruttivo con il passato e quanto quella di creare un “effetto shock” sarà probabilmente oggetto di valutazioni successive(6). Tuttavia queste considerazioni generali e di sistema aiutano a interpretare meglio Doppio movimento situandolo all’interno di un più ampio contesto di produzione artistica e installazione nello spazio pubblico.
Questo intervento di Crisafulli  risulta avvalorato proprio per la capacità di attuare un progetto “esemplare” di valorizzazione del Patrimonio, senza alcun rischio conservativo o di trasformazione dei significati storici del sito: la scelta di una strategia di ibridazione dei linguaggi - quello del video, quello dell’architettura, quello della danza e del teatro – contribuisce in questo modo a restituire significato al sito storico, trasmigrandone contenuti nell’opera attuale e dunque nel presente. Agli antipodi delle pratiche che utilizzano le tecnologie per enfatizzare il carattere di spettacolarità o nell’ottica di una ricostruzione fittizia e patinata della storia(7), e lontano anche da quelle che utilizzano il monumento solo come superficie “già lavorata” sulla quale proiettare giochi di luci accattivanti, il progetto promosso dell’Università della Tuscia ha individuato il “codice” per poter parlare modernamente senza svilire, violentare o banalizzare l’antico, anzi valorizzandolo.
Prendendo in prestito le parole di Rosalind Krauss che con L’arte nell’era postmediale cercava nell’opera di Marcel Broodthaers le radici di una dimensione radicalmente interdisciplinare della pratica artistica contemporanea e un rinnovato rapporto con la tecnica, potremmo definire questo intervento come una ricerca che si fonda su una «specificità che produce differenza»(8) , in quanto situa i suoi presupposti sulla conoscenza e reinvenzione del linguaggio specifico e lo potenzia nel dialogo con gli altri. In Doppio movimento, attraverso l’uso calibrato e sapiente del dispositivo tecnologico, la presenza del manufatto storico non è espediente, ma traccia. Traccia per l’artista ma anche per chiunque osservi l’opera che può così costruire una storia differente, inseguire un immaginario del tutto personale e costruire nuovi “mondi” e percorsi di senso.
20 gennaio 2019



1) Doppio movimento di Fabrizio Crisafulli, a cura di Patrizia Mania con la collaborazione di Brunella Velardi, 21 novembre 2018, Complesso del San Carlo, DISTU – Università degli studi della Tuscia, Viterbo.
2) Si cfr. Il volume F. Crisafulli, Questioni della luce nel teatro contemporaneo, Titivillus, Pisa 2007.
3) Idem,  pag. 176.
4) Sulla centralità dell’uso delle nuove tecnologie in relazione al contesto postmoderno e postmediale, si ricordi quanto afferma Rosalind Krauss: «All’interno di questo regime di sensibilità postmoderna si potrebbe descrivere l’arte come qualcosa che imiti il dissanguamento dell’estetica nella società.[…] tuttavia ci  sono alcuni artisti contemporanei che hanno deciso di non seguire questa pratica, che intendono cioè non lasciarsi coinvolgere dalla moda internazionale dell’installazione e dell’opera multimediale»; Krauss R., A Voyage on the North Sea. Art in the Age of the Post-Medium Condition, Thames & Hudson, London; trad. it.  L’arte nell’era postmediale. Marcel Broodthaers, ad esempio, Postmedia, Milano 2005, pag. 61.
5) Jeff Koons, Château de Versailles, France, ottobre 2008 – aprile 2009.
6) Indubbiamente questa pratica ha prodotto, anche in Italia, diversi esempi poetici e calibrati come la mostra di Louise Bourgeois ospitata nel Museo di Capodimonte nel 2008 o il più recente progetto Eco e Narciso organizzato da MAXXI e Galleria nazionale  d’Arte Antica Barberini –Corsini. (Louise Bourgeois a Capodimonte, Napoli, ottobre – gennaio 2008; Eco e Narciso. Ritratto e autoritratto nelle collezioni del MAXXI e delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini, a cura di Flaminia Gennari Santori e Bartolomeo Pietromarchi, 18 maggio – 28 ottobre 2018).
7) Sempre più diffuse le mostre-evento blockbuster in cui la vita degli artisti o i siti storici divengono oggetti di ricostruzioni finalizzate alla bigliettazione di massa. Un esempio recente: The Spirit of Caravaggio – Immersive Experience, Sale del Bramante, Roma.
8) Krauss, L’arte nell’era postmediale, op. cit., pag. 61.