Conversazione con lo Studio Labics
Daniela De Dominicis
Il Padiglione Centrale ai Giardini di Venezia, fresco dell’intervento dello Studio Labics (1), può quest’anno ospitare nuovamente la mostra del curatore della sessantunesima Biennale Arte. I lavori si sono protratti per sedici mesi (2) e, mentre la rassegna di architettura del 2025 aveva visto gli spazi a disposizione del direttore concentrarsi all’Arsenale con un effetto di troppo pieno che ne aveva compromesso la fruizione, ora In Minor Keys di Koyo Kouoh può avvalersi anche dei rinnovati ambienti e presentarsi in una scansione espositiva di maggior respiro, ampia e misurata. L’inaugurazione della struttura è avvenuta il 19 marzo, prima e ultima occasione per visionare il padiglione centrale nella sua nudità, privo cioè degli allestimenti e delle opere che d’ora in poi è destinato ad accogliere.
Lo Studio Labics ha condotto il progetto in primo luogo per via sottrattiva, ovvero dipanando il palinsesto delle superfetazioni e modifiche che dalla fondazione si sono via via succedute nella struttura ricreando la coerenza dei percorsi, senza più dislivelli, in un susseguirsi di ambienti formalmente essenziali e rigorosi. Due le parole d’ordine che hanno prevalso: il dialogo con l’esterno, attraverso il recupero delle aperture esistenti occultate nel tempo, e il potenziamento della luce zenitale attraverso nuovi lucernai a vetro fotovoltaico e diffondente.
La storia dell’edificio
L’idea di un padiglione espositivo ai Giardini risale alla fine dell’800 quando la municipalità di Venezia dà vita alla prima edizione di una fortunata rassegna fin da subito a vocazione internazionale. Il titolo dell’iniziativa infatti è Esposizione Internazionale d’Arte della Città di Venezia, ospitata in un edificio di 1200 mq sull’area dei Giardini, ad Est della città. È l’area che Napoleone all’inizio dell’800 ha sottratto agli insediamenti religiosi e, opportunamente piantumata, ha voluto trasformare in parco pubblico per il diletto dei veneziani (3).
L’ edificio, disegnato da un tecnico del Comune (4) e chiamato Pro Arte, si presenta con una facciata in stile classicheggiante, tripartita con avancorpi su colonne e timpano centrale; le sale espositive sono disposte per lo più simmetricamente rispetto ad un asse centrale costituito, in sequenza, di atrio, sala ottagona e una lunga galleria con esedra terminale sul canale di Sant’Elena (5). Già dalla seconda edizione si incrementa il numero degli ambienti espositivi, anche il Caffè-Restaurant (6) viene trasferito all’esterno rendendo disponibile ulteriore spazio, e dal 1907 si autorizzano le nazioni a costruire a proprie spese un padiglione di proprietà su un lotto dei Giardini offerto gratuitamente dalla municipalità. Ciò nonostante l’edificio centrale, accanto a rassegne internazionali, sale tematiche, monografiche e regionali, continuerà a lungo ad ospitare altre nazionalità con commissari esteri. Ad ogni edizione gli ambienti vengono riallestiti ex novo con arredi e importanti apparati decorativi affidati ad artisti di fama (7), smantellati alla fine della rassegna. Per l’edizione del 1909 tuttavia, gli affreschi della Rotonda affidati a Galileo Chini, vengono pensati come permanenti e mantenuti visibili per lungo tempo prima di essere occultati (8) negli anni Venti.
L’unica modifica di rilievo apportata al Padiglione Centrale prima della sospensione bellica, è la nuova facciata progettata nel 1914 da Guido Cirilli che opta per una superficie leggermente concava con la paratia muraria a losanghe vagamente ispirata a quella del palazzo ducale.
Ma è alla Biennale del 1928 che risalgono gli interventi più incisivi, quello dell’architetto Brenno del Giudice e di Giò Ponti. Il primo, di formazione veneziana, interviene nella punta Nord-Est del complesso con una terrazza sul canale di Sant Elena (9) e “unito caffè” del quale progetta l’architettura essenziale e quasi metafisica, con arredi lineari ispirati all’eleganza delle Wiener Wërkstatte. Il secondo, carico di gloria del Grand Prix all’expo parigino del ‘25, trasforma la Rotonda poligonale in una sala circolare con controsoffitto a cupola intendendo con ciò “liberarsi da ogni facile seduzione decorativa e di affidarsi al partito della semplice grandezza degli elementi architettonici” (10). Nella stessa Biennale si registrano gli allestimenti di Marcello Piacentini (salone delle feste) e il contributo critico di Margherita Sarfatti, protagonista assoluta in quegli anni delle scelte culturali del regime.
L’estetica fascista si impone nel 1932 sull’aspetto del Padiglione con l’architetto Duilio Torres che disegna una semplice facciata rettangolare, aperta al centro con un porticato a quattro colonne e in alto la scritta Italia – nome del Padiglione fino al 2009 (11) – in lettere maiuscole senza grazie. Torres razionalizza anche gli allestimenti interni con ambienti essenziali, pareti monocrome e velari per la diffusione della luce zenitale.
Nel secondo dopoguerra la trasformazione più incisiva è riconducibile all’attività di Carlo Scarpa che collabora con la Biennale per più edizioni, dal ’48 al ’52. A lui si devono l’articolazione finale della sala centrale su più livelli, con una sorta di mezzanino per aumentarne la superficie. Al contempo il maestro veneziano moltiplica le aperture verso l’esterno, una delle quali con i vetri circolari parzialmente sovrapposte a vesica piscis (12) che poi ripeterà nella tomba Brion ad Altivole. L’intervento che più rappresenta la sua filosofia costruttiva è tuttavia il Giardino delle Sculture, la corte sul lato Nord del complesso. Giardino pensato come una pausa nell’ambito del percorso di visita, dove trovare refrigerio con i ruscelli pavimentali, ombra (con la pensilina trilobata in cemento sospesa su pilastri ovali), verde (edera, papiro, ninfee): una sosta scandita dal rumore dell’acqua che scorre tra i diversi livelli degli invasi.
Ma il Padiglione Centrale sembra in realtà non trovare quiete, in continua trasformazione per ragioni diverse: subentrate necessità, nuovi concetti espositivi, cambiamenti di gusto negli stili architettonici. Alcune volte i progetti vanno a buon fine, in altre restano sulla carta. È questo il caso degli interventi avanzati da Louis Kahn e Francesco Cellini. Il primo, coinvolto da Giuseppe Mazzariol nel 1968 per un palazzo dei Congressi ai Giardini cui l’architetto affianca il nuovo progetto per la sede della Biennale, il secondo vincitore del concorso ad inviti bandito (1988) dalla sezione di Architettura per quello che all’epoca è ancora definito Padiglione Italia. Entrambi ostacolati e dimenticati.
Le esigenze documentarie e didattiche hanno comportato in tempi più recenti la creazione di una biblioteca, di una sala didattica, di un bookshop (affidato nel 2009 alla progettazione dell’artista thailandese Rirkrit Tiravanija) e, sempre nel 2009, di una nuova caffetteria (disegnata da Tobias Rehberger), pensata come temporanea ma tenuta in opera per ben diciassette anni.
La re-invenzione attuale
È dunque con questo complesso palinsesto architettonico che lo Studio Labics si è dovuto confrontare scegliendo cosa mantenere, cosa trasformare e cosa invece cancellare definitivamente.
L’idea guida è stata il recupero delle forme originarie e la valorizzazione del rapporto con l’esterno per la vista sul paesaggio e l’illuminazione. Aboliti i piccoli dislivelli tra le sale per una coerenza di percorso, tutti gli impianti hanno trovato posto nelle strutture murarie cosicché gli ambienti si presentano totalmente neutri: white box flessibili per accogliere allestimenti diversi.
Gli interventi di Carlo Scarpa e di Brenno del Giudice sono stati messi in particolare evidenza: del primo gli originalissimi infissi – restaurati e riposizionati –, del secondo gli ambienti della caffetteria – per tante Biennali oscurati per video proiezioni – con la possibilità di uscire nuovamente sulla terrazza del Canale.
Mantenuto il mezzanino, realizzato ex novo con una diversa modalità di accesso, e completamente rinnovata l’area del bar che acquista volume sia in lunghezza che in profondità con uno spazio esterno maggiore. Ridisegnati gli arredi e le terrace – per le quali gli architetti si sono ispirati alla leggerezza e ai materiali delle altane veneziane – realizzate in sottili montanti di legno con copertura a pannelli. Viene così eliminato, tra mille polemiche, il faticoso bar di Rehberger la cui tenuta è stata duramente messa alla prova dalla lunga e imprevista permanenza in opera.
Abbiamo avuto l’opportunità di incontrare e rivolgere alcune domande ai fondatori dello studio Labics – Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori – il cui nome mima foneticamente il concetto di laboratorio.
Daniela De Dominicis. La mostra di Koyo Kouoh è stata allestita da Wolff Architects con sede a Cape Town, in Sudafrica (13): un allestimento cadenzato da “ampi striscioni tessili indaco (che) scendono dalle travi a sfiorare il pavimento” (14), una sorta di partitura musicale che guida e cadenza il percorso di visita. Che effetto vi ha suscitato vedere degli ambienti progettati con modalità essenziali e completamente bianchi, rivisitati nei toni scuri del blu?
Studio Labics. Ci è piaciuto perché hanno interpretato lo spazio in un modo che ci è sembrato interessante; del resto il nostro lavoro sul Padiglione è nato per poter accogliere allestimenti diversi, le sale devono necessariamente essere trasformate in coerenza con l’esposizione che ospitano, per questo sono state pensate più neutre possibile, per offrire il massimo livello di flessibilità. Il bianco era stato pensato come uno stato transitorio.
DDD. Quale dei vostri lavori vi rappresenta di più?
SL. È difficile scegliere, ogni progetto è frutto di tanto lavoro; purtroppo nel nostro campo ogni progetto e ogni realizzazione sono sempre la risultante di infinite riflessioni prima, e di “duro lavoro sul campo”, poi.
MAST (15) e Città del Sole, essendo tra i primi progetti che abbiamo realizzato, sono quelli ai quali siamo sentimentalmente più legati; ma in realtà quasi tutti i progetti realizzati ci rappresentano.
DDD. Parliamo delle modalità di progettazione. Ci sono architetti, soprattutto nel recente passato, che lavorano in modo quasi artigianale, progettano tutto. Per rimanere a Venezia, possiamo parlare di Carlo Scarpa ma anche di Alvar Aalto, di Renzo Piano, … architetti che controllano tutte le fasi del lavoro, disegnano tutti i dettagli, le maniglie, le lampade, i mobili etc. Poi c’è una modalità standardizzata che utilizza solo elementi già dati dall’industria, il che da un lato garantisce il rispetto delle certificazioni richieste facilitando il lavoro, dall’altro però fa sì che gli edifici risultino tutti simili tra loro. Voi come vi muovete tra queste due modalità?
SL. Dipende anche dalla scala dell’intervento, quando ci muoviamo sugli spazi interni tendiamo ad un maggior dettaglio che prevede il disegno di tutti i particolari, dalle porte alle maniglie, dagli infissi alle luci; ci sono poi altri tipi di intervento in cui questo processo non può essere perseguito fino in fondo proprio perché le regole e le certificazioni, come giustamente menzionavi, sono stringenti. Facciamo l’esempio della porta tagliafuoco che deve avere una precisa certificazione; è ovvio che si può arrivare a customizzare quasi tutto ma questo implica in molti casi richiedere delle nuove certificazioni, per cui i tempi si allungano e i costi lievitano. All’interno dei vincoli che ogni processo pone tuttavia cerchiamo di progettare tutto o quanto meno il più possibile. Nel Padiglione della Biennale così come al Palazzo dei Diamanti a Ferrara (16) abbiamo disegnato gli infissi esterni, i portali interni che nascondono i vani tecnici, le librerie, il bancone del bar, la struttura che tiene gli architravi delle nuove aperture, etc. ma nel mondo attuale è difficile, l’attitudine al controllo del dettaglio c’è, ma non sempre è possibile, soprattutto in cantieri complessi.
DDD. Quali sono i vostri architetti di riferimento?
SL. Tanti. Abbiamo un albero genealogico affollato, dal Rinascimento fino ad oggi: Alberti, Vasari, Palladio per citarne solo alcuni dal passato per arrivare a tempi più recenti con Le Corbusier, Louis Kahn, Mies van Der Rohe. Quest’ultimo per la precisione del dettaglio e l’eleganza del segno. Siamo legati, per motivi diversi, anche a Paulo Mendes da Rocha o Vilanova Artigas, soprattutto per il rapporto spazio urbano/spazio pubblico, per come utilizzano gli edifici come luoghi collettivi. Nella nostra genealogia non c’è ad esempio Zaha Hadid o Frank Gehry e in generale una buona parte degli edifici costruiti intorno agli anni 2000. Periodo - in cui le risorse sembravano infinite -, in cui tutto veniva percepito come possibile e si tendeva a realizzare costruzioni spettacolari. Oggi viviamo in un momento storico di maggior contegno e questo ci sembra indubbiamente positivo. Il nostro obiettivo è quello di fare un’architettura onesta, nel senso di dichiarare com’è fatta, com’è costruita, ovvero con poco in termini di risorse, ma con tanto spazio.
DDD. Ricorre spesso nelle vostre dichiarazioni l’idea di un’architettura in dialogo con l’esterno, con la città, con la natura, insistete molto sul concetto di porosità degli edifici. Questa osmosi avviene anche con i materiali, con le forme e ogni progetto quindi ha precise coordinate geografiche oppure può essere posizionato ovunque?
SL. No, non riteniamo possibile riproporre i progetti altrove, crediamo al rapporto inscindibile con il luogo per il quale sono stati pensati. Ma il contesto sono tante cose, è un insieme complesso: una particolarità geografica, ma anche sociale, climatica, simbolica, materiale, si compone di tanti aspetti. Si può scegliere di dialogare solo con alcune di queste componenti o con tutte, in funzione di ciò che interessa. Poi c’è il rapporto esterno/interno ma è un’altra cosa.
La differenza sostanziale con il design è che l’architettura è radicata necessariamente in un luogo, invece, se si disegna un telefono, questo può andar bene dappertutto.
Però è vero che ci sono architetti che pensano indipendentemente dal luogo e, viceversa, alcuni che arrivano ad esasperare quest’attenzione fino a cercare un’architettura che si inserisce mimeticamente nel contesto, recuperandone anche gli aspetti formali. Per noi non è così ma indubbiamente il luogo influenza la nostra progettazione.
La Città del Sole per esempio è un intervento perfettamente calato nel contesto, ne recupera le regole, la geometria, la scala, il rapporto con lo spazio, i percorsi, la relazione con la piazza, con lo spazio pubblico, con il Tiburtino II, … ma non per questo è assimilabile al barocchetto romano. Il rapporto con il contesto è una questione difficile e ogni volta cambia. Attualmente vi stiamo ancora lavorando per realizzare la biblioteca. L’unica cosa che di tutto questo importante progetto non funziona ancora sono gli spazi pubblici sopra le terrazze, al secondo livello. Gli spazi pubblici in quota sono la risposta ad un problema urbanistico posto alla base del concorso, perché non c’era la possibilità di reperire tutti gli spazi pubblici necessari alla quota della città e quindi è stata avanzata la possibilità di organizzarli su più livelli. A noi questa idea ha affascinato perché crediamo in una città articolata ma per far sì che questo funzioni è necessario portarvi attività pubbliche, collettive. Con l’apertura della biblioteca, che segnerà il completamento dell’intervento dopo 10 anni, ovviamente cambiano tutti gli equilibri, sappiamo ad esempio che il Comune sta pensando di collocare una sala lettura su una delle due terrazze; la biblioteca non è una componente secondaria del progetto complessivo, al contrario ha un forte valore sociale e architettonicamente è la prima cosa che si vedrà, quindi il fatto che sia realizzata con tanto ritardo ha differito la piena attuazione del progetto.
DDD. Roma è una città difficile, si sovrappongono competenze diverse, Comune Sovrintendenza, Municipi… Come procede il progetto della Passeggiata archeologica (17)?
SL. Il progetto è partito a lotti, vista la sua ampiezza. La complessità è notevole proprio per la presenza di tanti soggetti che non sempre riescono a coordinarsi come dovrebbero. Ogni lotto procede con i suoi tempi, alcuni sono più avanzati di altri, in qualche caso non c’è ancora il progetto esecutivo, altri, come la pavimentazione di via dei Fori Imperiali, è già partita sebbene avanzi in modo intermittente per via di tutte le manifestazioni che vi insistono (la parata del 2 giugno, maratone, raduni, etc.).
DDD. Roma viene considerata una città monocentrica ma l’idea di un policentrismo che il sindaco sembra aver abbracciato con il programma “15 Municipi 15 Progetti per la città in 15 minuti” è secondo voi realizzabile?
SL. L’idea di Roma policentrica è precedente all’insediamento dell’attuale sindaco tant’è che il piano regolatore del 2008 prevedeva quelle che erano chiamate le Centralità ovvero l’idea che si potessero creare dei poli per il decentramento urbano non solo fisici ma anche simbolici ed identitari. Quest’idea di decentramento non ha funzionato, sono state realizzate alcune centralità – quali ad esempio Bufalotta/Porta di Roma, EUR/Castellaccio, Ponte di Nona – ma sono per lo più insediamenti residenziali con dei grandi centri commerciali limitrofi.
Oggi si vuole rafforzare maggiormente le identità locali, che è un discorso diverso, che forse non si può nemmeno chiamare più policentrismo. Roma è fatta di tanti quartieri diversi, ognuno con un’identità e qualità diverse, l’orientamento della amministrazione e in generale della cultura urbana attuale è quello di sostenere e amplificare la qualità e i servizi che ogni quartiere può offrire. Lavorare affinché in 15 minuti a piedi si possa trovare tutto ciò che serve per vivere – la scuola, la biblioteca, il teatro, la Asl etc. – è un’idea giusta.
Bisogna tenere presente che Roma ha tante identità, che vanno al tempo stesso potenziate e connesse, perché la città ha effettivamente un problema di continuità non solo fisica ma anche qualitativa. Sebbene Roma non potrà mai essere un organismo omogeneo proprio perché è complesso, esteso e molto differenziato al suo interno – è una delle capitali europee con estensione territoriale maggiore – bisogna lavorare per rinforzare le sue molteplici identità ma all’interno di una continuità della qualità urbana, pensiamo ad esempio alla qualità dello spazio pubblico.
La città dei 15 minuti è un modello adottato da diverse realtà urbane, soprattutto per le città molto grandi, che punta sulla qualità della vita.
A Roma il centro è l’area urbana paradossalmente con minore identità civica, un’area storico-monumentale che è diventata un parco giochi per i turisti; nel centro ormai non ci abita quasi più nessuno e questo non va bene. Tobia Zevi sta provando a interrompere e invertire questo processo, partendo dal censimento delle case vuote. Quindi è necessario portare più servizi in periferia e rendere nuovamente abitabile il centro. Bisogna attrarre le nuove generazioni che oggi scelgono di vivere in aree più periferiche, Centocelle, il Quadraro per esempio, dove le case costano meno e dove è più facile vivere; queste sono zone che stanno emergendo anche sul fronte dell’arte e di nuove realtà giovanili. E questo è un bene.
(L’incontro ha avuto luogo il 12 maggio 2026)
I campi d’indagine nei quali lo Studio Labics si muove si declinano su scale diverse, dalla progettazione d’interni, al restauro di edifici antichi, alla dimensione urbana. La storia viene vissuta con leggerezza, senza nessun timore e in effetti ogni volta che Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori si trovano ad intervenire su edifici monumentali sembrano riuscire a riappropriarsi del passato e renderlo nuovamente attuale e vivo.
Luglio 2026
1) Labics è lo studio di architettura fondato a Roma nel 2002 da Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori.
2) La riqualificazione del Padiglione Centrale è stata promossa dallo Stato con un finanziamento del Ministero della Cultura (fondi PNR e PNRR) per un costo di 31 milioni di euro.
3) La creazione dei Giardini è stata affidata a Giannantonio Selva (1751-1819), il più importante architetto veneziano della fine del ‘700. A lui si deve, tra l’altro, il teatro della Fenice.
4) L’ingegnere veneziano che progetta il Padiglione Pro Arte è Enrico Trevisanato, la facciata è firmata da Marius De Maria e Bartolomeo Bezzi.
5) Il canale di Sant’Elena (da non confondersi con il Rio di Sant’Elena) oggi prende il nome di Rio dei Giardini.
6) Fin dalla seconda edizione, quella del 1897, il Caffè non è più all’interno del padiglione Pro Arte ma viene ospitato in un’edicola a sé stante nell’area su cui oggi insiste il Padiglione Belga. A partire dal 1907 invece la costruzione del Caffè-Restaurant si erge sull’altro lato del viale di accesso. Il progettista è Raffaele Mainella, le decorazioni di Luigi Pasinetti mentre le opere in ferro battuto (cancellate e lampadari) di Umberto Bellotto. Cfr. catalogo dell’Esposizione del 1907.
7) Nel 1907 le sale 33 e 34 (prime sale a tema) titolate L’Arte del Sogno, vi avvalgono dell’intervento pittorico di Galileo Chini, due pannelli dei quali sono attualmente conservati presso la Fondazione la Biennale di Venezia; nello stesso anno, Aristide Sartorio orna in Salone Centrale, con 240 mq di pittura, il Poema della Vita umana, ora a Ca’ Pesaro. Cfr. Catalogo della Biennale del 1907, pp.25-26 e 127.
8) Galileo Chini organizza la decorazione della sala ottagona in tre registri sovrapposti. I temi, prevalentemente dedicati all’Arte e alla Civiltà, sono accuratamente descritti nel catalogo della Biennale del 1909, pp.25-27. Dal 2006, dopo un intervento di restauro, sono nuovamente visibili.
9) Cfr. nota 5.
10) Il commento relativo alla Rotonda del Padiglione Centrale rivisitato da Giò Ponti è riportato nel catalogo della Biennale del 1928, p.18. Sono dello stesso architetto anche gli arredi (specchi, vetri e sedute) che completano la sala.
11) È nel 2009 che il Padiglione Italia ai Giardini assume la denominazione di Palazzo delle Esposizioni.
12) La vesica piscis è la figura ottenuta dalla parziale sovrapposizione di due cerchi uguali in cui il centro di ognuno si trova sulla circonferenza dell’altro.
13) Wolff Architects è stato fondato a Cape Town nel 2012 da Heinrich e Ilze Wolff.
15) Mast (Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia, 2006-2013) il centro polifunzionale di 25 mila mq promosso da Coesia Group a Bologna.
16) Il Palazzo dei Diamanti a Ferrara è stato restaurato ed ampliato da Labics tra il 2017 e il 2023.
17) Labics ha vinto la progettazione della Nuova Passeggiata Archeologica del Foro Romano nel 2023.