28 gennaio 2026, Sala Napoleonica dell’Accademia di Brera
Veronica Binda
La Scuola di Pittura – Dipartimento di Arti Visive dell’Accademia di Belle Arti di Brera ha presentato il 28 gennaio il seminario Ex Corpo. Presenza del corpo nella sua assenza, a cura dei docenti Maria Cristina Galli (Anatomia artistica) e Pasquale Polidori (Tecniche pittoriche), giornata che conclude il laboratorio omonimo rivolto agli studenti e alle studentesse di pittura.
Con gli interventi degli studenti e delle studentesse partecipanti e di Maria Cristina Galli, Cesare Pietroiusti, Michele Zaffarano, Giovanna Frene, Lenz Fondazione, Silvia Riva e Andrea Pinotti, il seminario, a cura di Valentina De Rose, Benedetta Baini e mia, si configura come una riflessione critica sul corpo umano e le sue proiezioni, tracce e sostituti: nomi, raffigurazioni, calchi materiali e fantasmatici.
Fra i temi centrali della pratica artistica, il corpo viene qui interrogato anche al di là della sua dimensione puramente plastica e figurativa, e posto come elemento trasversale in un’analisi interdisciplinare che tocca pittura, lettura, scrittura, performance, filosofia e poesia. Gli interventi si sono susseguiti in modo continuo durante l’arco della giornata, dando vita a un magnetismo tra l’atto performativo e quello enunciativo, volto a creare un campo comune e indistinto di dialogo. L’incontro seminariale è avvenuto in armonia con il percorso laboratoriale omonimo, svoltosi tra ottobre 2025 e gennaio 2026, dedicato all’assenza e alla presenza del corpo come suoi momenti di esistenza contemporanei, sovrapponibili e indissolubili. Al centro del laboratorio vi è stata la tessitura di un dialogo costante tra approfondimenti teorici e attività operative riguardanti il corpo come luogo di finzione e invenzione, nonché materia e veicolo di conoscenza e alterità. Tra le molte attività nate durante il workshop una è stata riattivata durante tutto l’arco della giornata: la Sussurrata. Tra un intervento e l’altro, i partecipanti al workshop si avvicinavano al pubblico sussurrando alle loro orecchie dei titoli di opere presenti all’interno della Pinacoteca di Brera. Come un telefono senza fili, la sussurrata prende avvio e coinvolge tutti e tutte in quella che si trasforma in una performance partecipata. Abbiamo deciso di dare all’aula una disposizione insolita per una giornata seminariale: non la classica aula con cattedra e pubblico allineato e distante, ma una grande arena circolare dove le persone possono sedersi, ascoltare e intervenire, divenendo parte e corpi attivi durante la giornata.
Il seminario inaugura con un “Tentativo di esaurimento della Pinacoteca di Brera”. I tentativi sono stati ideati e scritti dai partecipanti al workshop utilizzando la metodologia messa in pratica da Georges Perec (1) nel suo “Tentativo di esaurimento di un luogo parigino”. Nell’ottobre del 1974, per tre giorni consecutivi, Georges Perec siede sui tavolini dei caffè o sulle panchine di place Saint-Suplice nel sesto arrondissement di Parigi, e osserva la piazza descrivendo ciò che vede. Allo stesso modo, i ragazzi e le ragazze hanno osservato i movimenti all’interno delle varie sale della Pinacoteca intercettando discorsi, commenti, pensieri e movimenti. L’attenzione è stata rivolta non solo alle presenze umane, ma soprattutto a quelle fantasmatiche, le opere. Le opere vivono all’interno della Pinacoteca come protagoniste che ogni giorno si mostrano e vengono esaurite. I tentativi vengono performati dal professor Pasquale Polidori e dagli studenti e studentesse che non si limitano alla lettura ma realizzano una mappatura sensibile e ritmica dell’esperienza di visita e di coabitazione tra corpo e immagini. L’esercizio si è ripetuto in diversi momenti del Seminario richiamando le presenze che camminano sopra le nostre teste. È stato ribadito che il tema - presenza/assenza come coppia speculare e sovrapposta - richiama una inclusività concettuale: ciò che è presente può apparire assente e viceversa, su piani percettivi e simbolici che la giornata intende esplorare.
Maria Cristina Galli, artista e docente di Anatomia artistica presso l’Accademia di Brera, realizza la performance “Il tempo non si vede”. Il dispositivo messo in atto disegna una mappa imprevista e imprevedibile in un territorio di immaginazione, che non ha più luogo, ma diviene rituale e viaggio. La lettura del testo “Il gesto e l’ambiente” di Fernand Deligny (2) accompagna i movimenti di Galli che traccia dei confini labili, fugaci, che subito vengono riassorbiti e scompaiono. Qui si condensano i tre modi del tempo di Kant: permanenza, successione, simultaneità. Ogni traccia cieca compare, scompare e ricompare.
Il primo ospite, Cesare Pietroiusti, artista e docente, tiene la lezione “La pelle dell’opera” invitando il pubblico a un esercizio collettivo di iper-interpretazione delle opere d’arte. L’iper-interpretazione, spiega Pietroiusti, è da intendere come pratica deliberata di lettura intensiva di ogni dettaglio dell’opera. In ambito clinico, l’iper-interpretazione avviene quando la paranoia attribuisce significati minacciosi e autoreferenziali a indizi ritenuti irrilevanti dai non paranoici. Nell’arte, Pietroiusti ci rassicura, la libertà interpretativa permette di delirare senza patologizzare i sensi. Cosa succede se dimentichiamo tutto quello che abbiamo studiato e applichiamo l’iper-interpretazione a delle opere note? L’esercizio comincia dall’opera “L’incredulità di San Tommaso”, uno dei capolavori di Caravaggio datato 1601. Il dibattito si conclude constatando che concettualmente, la ferita del Cristo è riconducibile al trauma originario dell’arte contemporanea ovvero l’interruzione, l’uccisione della continuità pittorica. Il quadro di Caravaggio diventa quindi un punto d’accesso: l’inizio di una storia della pittura che si interroga sulla propria pelle. Pietroiusti procede a tracciare un percorso storico-concettuale sulla pelle dell’opera, partendo da una natura morta del pittore Cristoforo Munari comparata ad una di Cézanne, fino ad arrivare alla concretezza vertiginosa di Lucio Fontana e Alberto Burri. Il taglio di Fontana è la determinazione esplicita dell’apertura traumatica: una ferita che mette in comunicazione la tela con il mondo, riducendo la rappresentazione ai minimi termini e spostando l’attenzione dal soggetto al contesto. La componente metaforica è ridotta, la superficie è attraversata, inaugurando un paradigma che informa la seconda metà del XX secolo e l’inizio del XXI secolo. La lettura collettiva viene conclusa con Fontana che contemporaneamente apre la ricerca verso il passaggio dal fisico al metafisico.
Il secondo ospite, Michele Zaffarano, traduttore e scrittore, sdoppia il suo corpo mentre recita il testo “Non a noi stessi, non ai nostri casi”, bendato e in movimento, affidato alla sola guida di un performer. Nelle orecchie ascolta il suo testo registrato in precedenza che tenta di ricostruire in una disseminazione di inciampi enunciativi. Contemporaneamente vediamo il suo corpo nudo ripetere la posa di uno dei bagnanti di Asnières ritratti da Seurat. La pelle del suo corpo, immobile, come in un dipinto, viene mappata da una videocamera estremamente ravvicinata che ne ripercorre ogni centimetro. Un corpo dettagliato e la trama di un testo in cui il corpo è soggetto al plurale sono i due movimenti di astrazione in cui avviene, all’interno dell’opera di Zaffarano, l’azzeramento dei contenuti emotivi. Allo stesso modo, questo azzeramento è riconducibile alla sintassi visiva di Seurat, votata alla determinazione di un metodo che si attiene all’epifania delle cose e si esplica nelle figure dei bagnanti: cose posate, immobili, corpi attraversati da una logica di volumi e posizioni.
La quarta ospite, Giovanna Frene, poetessa e docente, ripercorre tutta la sua opera poetica nella forma di uno scavo dei corpi nella storia. L‘intervento si apre con la lettura di una serie di testi poetici incentrati sui temi della mortalità, della violenza e della fragilità dell’esistenza. L’autrice contestualizza questi scritti, risalenti alle sue prime produzioni, come l’inizio di una riflessione sulla dimensione corporale. Questa ricerca trova una formalizzazione esplicita nel libro “Il Nuovo”, pubblicato nel 2011 da Transeuropa (3), definito come la prima opera dedicata alla “politica del corpo”. In esso, si indaga come il potere, specialmente attraverso la brutalità della guerra, agisca e si imponga sulla carne umana. Frene approfondisce le fondamenta concettuali della sua poetica, citando influenze filosofiche come Martin Heidegger ed Emanuele Severino e autori come W.G. Sebald (4). Un concetto chiave per la sua scrittura è quello dei “paesaggi contaminati” di Martin Pollack (5), secondo cui la terra stessa conserva la memoria violenta dei corpi che nasconde, come nel caso delle fosse comuni naziste su cui furono piantati boschi. Questa idea si estende alla riflessione sulla sparizione dei corpi a seguito dell’attentato alle Torri Gemelle, alle rovine come tema persistente e all’interesse per il concetto di Imperium nel contesto geopolitico contemporaneo. Frene presenta infine il suo ultimo libro “Eredità ed Estinzione” (6), che sviluppa l’idea di Imperium attraverso un’analisi poetica e storica. L’opera si articola attorno a due poli emblematici: l’Impero Romano, con la sua violenza anonima che dissolve i corpi nel “pavimento” della storia, come quello dell’imperatore Valente, e la fine dell’Impero Asburgico, cristallizzata nei fatti di Mayerling. Qui, la differente gestione post-mortem del corpo politico del principe Rodolfo e di quello occultato della sua amante diciassettenne, Maria Vetsera, diventa metafora del potere e delle sue gerarchie.
Fondazione Lenz porta in scena “Over Gina Pane. Quattro Azioni Sentimentali” scritto e diretto da Maria Federica Maestri, direttrice artistica della Fondazione. “Over Gina Pane. Quattro azioni sentimentali” è una creazione performativa in cui la bellezza amara e dura inseguita da Gina Pane nella sua irriducibile pratica artistica, prende la forma incarnata e perturbante delle quattro performer: corpi lesi, corpi del disastro, corpi martiri, corpi santi sopravvissuti al nulla del dolore. In stretta concatenazione poetica e formale con la radicalità di Gina Pane questa iconostasi di Lenz si fa rispecchiamento affettivo e poetico delle azioni estreme dell’artista della ferita, ‘senza cullarci nel suo ricordo, ma cercando di rinascere nelle gocce ossidate delle sue orme sanguinanti’. La performance diventa un momento per riflettere sulla pratica artistica di un’artista il cui rapporto con il corpo fu fondamentale.
A seguito della travolgente performance di Lenz, Silvia Riva, docente di lingua, cultura e letteratura francese presso l’Università degli Studi di Milano, riparte dalle azioni di Gina Pane, indagando l’evoluzione della ricerca della narratrice e performer Chloé Delaume, nata in Francia nel 1973. Gina Pane è nata in Francia e ha lavorato spesso in Italia. Nelle sue azioni degli anni Settanta la ferita autoinflitta da Pane sul proprio corpo rappresenta un atto di denuncia verso la condizione sociale del corpo femminile. Il corpo e l’esperienza personale e contemporaneamente collettiva viene agita da Pane mentre Delaume naviga nel suo vissuto personale mediante la scrittura e la performance. Delaume trascorre la sua infanzia a Beirut, e dopo anni di violenze il padre uccide la madre per poi togliersi la vita. Questo è il trauma su cui si fonda la produzione della scrittrice; la ferita si tradurrà nella sua produzione sia scritta che performativa, dalla critica definita come autofiction. Traendo spunto dalla celebre citazione di Arthur Rimbaud “Je est un autre” sia Pane che Delaume fondano la loro poetica sull’essere l’altro, più precisamente, l’altra. L’Io si disgrega e l’artista diventa un medium attraversato da forze collettive. Le citazioni ad Artaud, a cui entrambe si ispirano, riguardano le modalità con cui le artiste si raccontano: per Pane la crudeltà, la follia, il dolore, per Delaume il sarcasmo, il macabro; tutti considerati elementi estetici. Nel 2016 Delaume pubblica “Le streghe della Repubblica”, un romanzo distopico e fantascientifico in cui attua una critica radicale e sarcastica al patriarcato. Nel 2019 pubblica “Mie carissime sorelle”, un manifesto legato al nascente movimento del me-too che sancisce la sorellanza tra donne come via rivoluzionaria. Il suo romanzo più recente “Phallers” (7) (2024) è una satira sovversiva sulla cultura dello stupro in cui la protagonista può far esplodere il membro degli uomini violenti, radicalizzando la sorellanza come arma di difesa. La battaglia di Delaume, condivisa da molte artiste e intellettuali, comincia dal corpo della donna, subalterno da sempre a quello maschile, e si conclude con l’autoaffermazione del corpo come unico strumento di liberazione. Il corpo prima si fa testo, poi scena e infine arma. Queste azioni smascherano i meccanismi di potere: restituiscono al conscio la forza primaria rimodulando i canoni di bellezza femminile e l’ordine rassicurante del discorso.
Andrea Pinotti, filosofo e docente di Estetica all’Università degli Studi di Milano, attraversa la tematica del corpo partendo dalla nozione di Avatar. Il termine deriva dal sanscrito e significa “incarnazione”. Nella letteratura indù, si riferisce alle diverse modalità con cui una divinità assume una forma visibile per intervenire nelle vicende terrene. Il termine fu introdotto nella terminologia occidentale da un racconto dello scrittore e poeta francese Théophile Gautier del 1856 intitolato Avatar che presenta una storia di scambio di corpi. Sebbene il concetto sia oggi associato al digitale, il termine ha una profonda origine religiosa. Il concetto del trasferimento nel corpo di un altro è un antico problema filosofico, esplorato a lungo da John Locke nel 1689 (8). La questione centrale è se l’identità e quindi la coscienza, in sé unica, rimanga la stessa dopo un trasferimento di corpo, un tema ampiamente ripreso dal cinema e diventato celebre con la saga Avatar del regista James Cameron. L’embodiment si riferisce al livello di incarnazione e al senso di presenza reale in un ambiente virtuale. Un dilemma teologico-cristiano ovvero quello tra icona (mera rappresentazione) ed eucaristia (presenza reale del divino) offre un modello per interpretare l’avatar. A seconda che sia visto come semplice immagine o estensione del sé, cambia radicalmente l’interpretazione delle esperienze virtuali. Un tema ampiamente discusso da Pinotti è quello della violenza nel metaverso. L’aggressione contro un avatar, come una violenza sessuale, solleva dibattiti giuridici e filosofici. L’esperienza soggettiva di incarnazione, l’embodiment, può rendere l’aggressione un trauma autentico per l’utente, superando quindi l’idea che si tratti solo di un’immagine. Il dibattito sulla violenza nel metaverso, esemplificato dal caso dello “stupro nel Metaverso”, mette in luce una questione complessa. La vicenda riguarda ragazze che hanno denunciato di aver subito uno stupro attraverso i loro avatar. La notizia, inizialmente accolta con scetticismo, ha aperto un serio dibattito. La questione fondamentale è se la violenza contro un avatar possa essere considerata reale. Mentre la percezione comune distingue tra immagine e persona, l’alto livello di embodiment suggerisce che l’esperienza vissuta attraverso l’avatar possa avere un impatto psicologico reale. In risposta, gli sviluppatori hanno implementato “distanze di sicurezza” automatiche, riconoscendo implicitamente la gravità del problema. Gli avatar possono funzionare come scudi (shields) per proteggere la propria identità, oppure come rifugi (shelters) che nascondono completamente la soggettività, sollevando la questione del controllo tra l’utente e la sua rappresentazione digitale. L'uso di un avatar non è un processo a senso unico: lo strumento retroagisce sull’utente, influenzandone capacità cognitive e coscienza; interessanti esperimenti di psicologia sperimentale lo confermano. In studi sul gender bias, soggetti con pregiudizi misogini, dopo aver assunto un avatar femminile in un mondo virtuale ed essere stati esposti a molestie, hanno mostrato una presa di coscienza. Questo processo è definito perspective taking, ovvero l’assunzione di una prospettiva diversa, una forma di empatia virtuale. Lo stesso vale per i pregiudizi razziali: maschi bianchi che hanno assunto avatar diversi da loro e vissuto esperienze discriminatorie hanno riconosciuto il valore trasformativo dell’esperienza. Sebbene questi effetti siano attestati nel breve periodo, la grande domanda è quanto durino nel tempo, ma rappresentano comunque una svolta di speranza per l’utilità della tecnologia e il suo uso a scopo educativo.
Luglio 2026
1) Georges Perec (1936-1982) è stato uno scrittore francese, membro dell’Officina di letteratura potenziale, le cui opere sono basate sull’utilizzo di limitazioni formali. Nelle sue osservazioni e nei Tentativi di esaurimento, Perec restituisce uno spaccato di quotidianità.
2) Fernand Deligny (1913-1966) è stato un pedagogista e scrittore francese. Fu un educatore anomalo e antiaccademico, che contribuì a ripensare la “presa in carico” dei bambini autistici al di fuori delle strutture istituzionali.
3) Giovanna Frene, Il noto, il nuovo. Appunti postumi sulla natura del potere e della storia, Transeuropa Edizioni, Massa, 2011.
4) Winfried Georg Sebald (1944-2001) è stato uno scrittore tedesco considerato tra i più grandi saggisti contemporanei. Uno dei suoi testi più significativi è Storia naturale della distruzione, pubblicato per la prima volta nel 1999, in cui ricostruisce e racconta la distruzione senza precedenti della Germania a causa dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.
5) L’espressione “paesaggi contaminati” elaborata da Martin Pollack, scrittore e giornalista austriaco, rivela come luoghi apparentemente pacifici e incontaminati della natura, sotto la superficie, celino i segni e le atrocità dei massacri avvenuti nel Novecento. I “paesaggi contaminati” raccontano una storia di corpi che esiste sotto di noi ma assente nella memoria collettiva.
6) Giovanne Frene, Eredità ed Estinzione, Donzelli Editore, 2024, Roma.
7) In concomitanza alla pubblicazione del romanzo Delaume pubblica un album musicale intitolato Sentiments négatifs di cui fa parte il brano Ouin Ouin Boogie. Nel brano voci di uomini che negano l’esistenza del patriarcato e la necessità del femminismo si uniscono alla traccia musicale. La fantasia della castrazione messa in scena nel video musicale di Ouin Ouin Boogie e nel romanzo correlato è sintomatica della rassegnazione che provano le donne quando comprendono che l’ennesimo tentativo di combattere la violenza di genere fallisce.
8) Il trasferimento del corpo è l’esperimento mentale ideato da Locke all’interno del suo Saggio sull’intelletto umano (1689), volto a dimostrare che l’identità personale non dipende dal corpo, ma dalla coscienza e dalla memoria. Celebre è l’esperimento del principe e del ciabattino in cui Locke immagina che l’anima del principe, con tutti i suoi ricordi e la sua coscienza, si trasferisca improvvisamente nel corpo di un ciabattino mentre l’anima di quest’ultimo svanisce.