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arte e oltre / art and beyond
rivista trimestrale di arte contemporanea
ISSN 2284-0435

Divagazioni su Mapplethorpe, mostrismo e tempo libero

Brunella Velardi
 
La data di scadenza della #domenicalmuseo si avvicina. Una delle più discusse iniziative dell’epoca Franceschini e forse, per certi versi, delle più ‘riuscite’ – quella dell’ingresso gratuito ai musei statali ogni prima domenica del mese - sarà a breve rimodulata, secondo quanto ha affermato il ministro Bonisoli, anche con l’intento di ovviare al problema degli afflussi, che per alcuni siti sono stati eccessivi e dunque ingestibili. L’hashtag che ci ha accompagnato negli ultimi quattro anni e mezzo cadrà probabilmente in disuso, e forse anche per questo si è accesa la curiosità di scoprire dal vivo cosa accade, in un museo, in una prima domenica del mese.
Il “pretesto” è la mostra di Robert Mapplethorpe al MADRE (che partecipa all’iniziativa pur essendo gestito da una Fondazione costituita dalla Regione Campania), la prima dall’entrata in carica del nuovo presidente della Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee, Laura Valente, co-curatrice assieme al direttore Andrea Viliani. “Robert Mapplethorpe. Coreografia per una mostra”, realizzata in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation di New York, è costruita su un percorso concepito come ipotetico parallelismo tra lavoro performativo e lavoro fotografico, e costellato da accostamenti con opere antiche e reperti archeologici. Un’esposizione che, contrariamente alle aspettative create dalla politica curatoriale (e culturale) del museo negli ultimi anni, invita a una riflessione sulla differenza sostanziale tra una “mostra di belle opere” e una “bella mostra”.
Negli ultimi cinque anni, un’offerta espositiva consolidata e una taratura di livello internazionale, sostenute da una direzione acuta e da un impegno economico ingente, hanno caratterizzato il MADRE, che è riemerso dalle ceneri in cui era caduto dopo i fasti inaugurali per alterne vicende politiche. Qualcosa sta cambiando e speriamo si tratti solo di una fase di transizione, ma osservando la mostra, il modo in cui si è scelto di presentarla e comunicarla, sembra di percepire sottili tensioni che, per ora, corrono silenti sotto il nome di uno dei musei più acclamati d’Italia.
L’allestimento è organizzato per cerchi concentrici, come a simulare una struttura teatrale, il cui fulcro è la sala dedicata agli autoritratti e situata a metà del percorso, contraddistinta da un tappeto rosso su cui si svolgono le performance ispirate al lavoro del fotografo e commissionate in occasione della mostra. La disposizione dei 'nuclei tematici' - individuati in Ouverture, Performer e Pubblico (categorie già di per sé incongruenti) - secondo un andamento simmetrico che ancora una volta vuol riprendere nella forma il teatro all'italiana, appare arbitrario, confuso, inutilmente concettuoso. Nella complessità di questa costruzione, cui si intreccia un blando programma di performance,  sembrerebbe celarsi più il tentativo di proporre un’articolazione inedita che una vera e propria ricerca inedita in quanto critica alla radice. Viene da ripensare al pamphlet “Contro le mostre”, in cui Tomaso Montanari e Vincenzo Trione – coordinatore quest’ultimo del Dipartimento di ricerca del museo, di cui da un po’ sembrano essersi perse le tracce – si scagliano contro la tendenza  a confezionare mostre blockbuster, assemblate senza coerenza scientifica ma con l’appeal di uno spettacolo di massa. Insomma con la rassegna su Mapplethorpe verrebbe  quasi da temere che il MADRE abbia ceduto a quel fenomeno che gli autori chiamano "mostrismo" (1). D’altra parte, con un nome del calibro di Mapplethorpe e il prestito in blocco delle sue opere più iconiche da parte della fondazione newyorkese, sarebbe difficile produrre un insuccesso. E perché poi non approfittare della benevolenza dei vicini MANN e Capodimonte per infarcire la mostra di qualche dotto parallelismo antico-contemporaneo?
È dall’ingresso di due Ribera alla mostra di Boris Mikhailov nel 2015 che la riproposizione di espliciti rimandi tra antico e contemporaneo si è fatta sempre più frequente nelle mostre del MADRE. Allora dirompente anche se poco convincente; con Mimmo Jodice (2016), organica e senza sbavature; in Pompei@Madre (2017) rivelatoria e a tratti illuminante. Oggi appare invece stancamente ripetitiva, con rimandi talvolta tanto letterali da risultare sterili, talvolta impropri. Una statua classica davanti al dettaglio di un corpo dalle proporzioni apollinee, una natura morta con fiori accanto allo scatto di un fiore; una sculturina raffigurante Ermes; un crocifisso. Insomma, nulla di nuovo è stato detto in questa mostra su Mapplethorpe.
Almeno, però, c’era Mapplethorpe. L'artista che, con la sua volontà di "trascendere il soggetto" ha trasformato il corpo umano in natura morta, la perfezione delle linee, dei colori, dei volumi e della luce in un memento mori che suona come un manifesto degli anni '70 e '80, spingendo la sua ricerca sul confine tra un'ode alla bellezza senza tempo e il canto del cigno di una generazione che nello sforzo di demolire il perbenismo dei propri padri ha rimestato nelle viscere delle proprie pulsioni spingendo il corpo al limite delle proprie possibilità.  È in questo quadro, d’altronde, e non in quello del citazionismo tout-court, che va letto, come osservava Germano Celant, il riferimento alla scultura classica e rinascimentale come sistema formale nel quale incanalare la coscienza di sé e della propria sessualità, in un procedere analitico dalla rimozione alla sublimazione. Fino a riportare ad un livello artistico, come a dire a livello di coscienza – individuale e collettiva – l’universo omoerotico e sadomasochista. Così, in Mapplethorpe «il tornado d’ombra e perversione, che ha minacciato di fagocitarlo, si è placato grazie alla costruzione spaziale e geometricamente definita, quasi una razionalità costruttiva antica, dei soggetti. Così è riuscito a trasformare la macchina fotografica […] in un’apertura spalancata verso il mondo interiore, elegante e maestoso, latente e proibito, luciferino e narcisistico che formicola nella vita nascosta degli individui» cercando « il ‘rimosso’ del suo essere interiore e per avvicinarlo svolge lo sguardo alle condizioni interiori del sé e di una società che mette al centro la prepotenza del piacere del corpo. […] Simultaneamente l’armonia estetica serve a controllare l’eccesso e il perverso, mantiene la padronanza dei corpi e della loro vitalità, dà equilibrio ai volumi e alle forme carnali, e mediante il distacco dovuto alla struttura visuale, dalla simmetria all’armonia, induce un valore purificatorio e rassicurante in qualsiasi tipo di cerimoniale amoroso, dall’omosessualità all’eterosessualità, dall’onanismo al sadomasochismo» (2).
L’unica vera coreografia leggibile, in questa domenica al museo, è quella del pubblico che si aggira tra le sale. Una moltitudine di ragazze e ragazzi tra i venticinque e i trentacinque anni. Incontri, chiacchiere, commenti, volti perplessi, sguardi incuriositi, una giovanissima coppia con un bimbo di poche settimane. È il giorno del tempo libero, e ognuno di loro sembra essersene riappropriato proprio tra queste sale, alla faccia di chi dice che gli smartphone hanno rimpiazzato qualunque passatempo. Domenica pomeriggio al museo gratis, nessuno aveva il cellulare in mano. Vale forse allora la pena di ripensare a questa iniziativa, sempre accompagnata da una grande risonanza mediatica e spesso vituperata per il conseguente fenomeno degli accessi di massa (si pensi alle polemiche suscitate da episodi di iperaffollamento avvenuti in siti come Pompei o la Reggia di Caserta), in alcuni casi con manifestazioni irrispettose del patrimonio. Non sarà che il brivido della novità induce eccitazioni incontrollate, e che una volta che gli italiani si saranno abituati alla possibilità di entrare nei musei senza doversi preoccupare di non poterselo permettere, saranno anche più cauti e meno affamati di selfie glamour con capolavori sullo sfondo?
 “Oggi e è gratis, eh?” chiede una signora in biglietteria, prima di acciuffare il suo biglietto impaziente di accedere alle sale. D’altro canto, nei più grandi musei del mondo l'accesso alle collezioni è libero, e la cosa non è certo oggetto di scandalo. Forse la ricetta per un’Italia migliore potrebbe, in piccola parte, trovarsi nel demolire, poco a poco, il complesso degli ultimi della classe che gli italiani si portano dietro. Nel concedere loro ciò che viene concesso, di diritto, in molti paesi occidentali, soprattutto quando si tratta di un'offerta culturale pubblica.
20 gennaio 2019



1) T. Montanari, V. Trione, Contro le mostre, Einaudi, 2017.
2) cit. G. Celant, in id. (a cura di), Robert Mapplethorpe: Tra antico e moderno. Un’antologia, catalogo della mostra tenuta a Torino, Palazzina della Promotrice di Belle Arti, Skira, 2005, p. 23.