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arte e oltre / art and beyond
rivista trimestrale di arte contemporanea
ISSN 2284-0435

Al Museo di Santa Caterina di Treviso, a Villa Manin di Udine, all’Ara Pacis di Roma tre grandi mostre rendono omaggio alle origini della pittura moderna*

Anna D’Andrea
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Reduce da un piccolo grande tour “arte e bellezza” ho fatto un sogno: nuotavo, anzi volavo in assenza di gravità in un campo di grano, campo come spazio fluido, soffice e leggero, sentivo il flusso delle correnti ondivaghe del vento sfiorarmi la pelle, non solo immersione ma connessione fisica profonda. L’esposizione alle opere di Van Gogh mi produce sempre effetti di attivazione profonda, non solo cognitiva ma anche emozionale, in particolare quelle scelte e raccontate da Goldin, ne ho parlato anche qui (1). Si tratta di “Campi di grano con falciatore, Auvers” (1890), tra le ultime opere dell’artista dei cieli stellati, è esposta nella mostra “DA PICASSO A VAN GOGH Storie di pittura dall’astrazione all’impressionismo. Capolavori dal Toledo Museum of Art” ai Musei Civici di Treviso dal 15 novembre 2025 al 10 maggio 2026. Curata da Marco Goldin, è un percorso a ritroso che unisce arte europea e statunitense e approda appunto a Vincent Van Gogh, dove tutto comincia, un anello di 80 anni di pietre miliari che in un certo senso tornano a casa, dall’altra sponda dell’Atlantico, nell’Ohio.
Il percorso espositivo parte dall’astrazione americana della seconda metà del secolo scorso, con una panoramica dall’alto degli spazi sconfinati dell’oceano Pacifico e del deserto della California di Richard Diebenkorn negli stessi colori di Van Gogh, la sua è un’astrazione algebrica hard edge, contorni netti che trovano il modo di confinare, contenere, dipanare quel tumulto interiore che preme all’espressione. Il filo dell’astrazione geometrica ci porta dalle campiture di Ad Reinhardt alle composizioni di Piet Mondrian, per poi perderci nei meandri acquatici ancora in qualche modo figurativi delle Ninfee di Claude Monet, paesaggi sognati più che visti, barlumi fioriti dipinti al limite della cecità, grandi tele rimaste negli occhi degli espressionisti astratti che verranno.
A seguire si torna indietro ai generi tradizionali della pittura ottocentesca: la natura morta, il ritratto, il paesaggio. Si parte al contrario da Giorgio Morandi, con le sue composizioni quasi monocrome a ridosso dell’astrazione, poi, anzi prima, c’è Georges Braque che rompe tutto in pezzi per costruire nuovi spazi tattili fatti a solidi geometrici, anche detti cubisti, ma tutto inizia con Paul Cézanne che intuisce il rapporto di reversibilità tra figura e sfondo. Per i ritratti abbiamo un altro Giorgio, de Chirico, in dialogo col suo doppio, il profilo muto del busto di se stesso e le stesse atmosfere metafisiche dell’altro, Amedeo Modigliani e un altro doppio, è il suo gallerista ma non solo, una di quelle figure in bilico, esili e solitarie, malinconiche e timide, primitive e raffinate, struggenti e poetiche, col collo allungato e gli occhi vuoti che guardano in dentro, che hanno accompagnato la sua vita, breve e tormentata. I ritratti delle donne che Pablo Picasso amava anche con la fisicità della sua pittura, per poi passare ad altro e i ritratti d’amore di Pierre Auguste Renoir, sedotto dalle giovani donne che si affacciano alla vita guardando altrove e brillano di luce propria con la loro freschezza e autenticità, così lontana dalla ritrattistica ufficiale, boriosa e paludata. E poi si aprono i paesaggi che vanno dai fiori d'acqua nel giardino di casa di Monet a Giverny, all’inizio del percorso, ai campi di grano che ballano col vento, sognati in apertura, dipinti da Van Gogh a pochi giorni dalla fine, su consiglio del dottor Gachet per dimenticare la malattia, passando quasi per caso da una strada di Tahiti, dove Paul Gauguin cerca il posto più lontano possibile dalla vita moderna, inneggiata solo pochi anni prima dal poeta Charles Baudelaire in “Il pittore della vita moderna”, primo capitolo: il bello, la moda e la felicità.
Seconda tappa a Udine per “CONFINI DA GAUGUIN A HOPPER. Canto con variazioni” un’altra mostra curata da Marco Goldin, a Villa Manin dall’11 ottobre 2025 al 12 aprile 2026. Stesso periodo storico, arco temporale poco più esteso e un taglio tematico ampio e poetico come la linea dell’orizzonte che corre sui ‘confini dell’immenso’. Si comincia da una sala prologo con due mostri sacri a confronto: Mark Rothko e Anselm Kiefer e si capisce subito che esistono diversi tipi di confini, esterni o interni, visibili o invisibili, materiali o immateriali, il primo ci mostra come anche i muri possono essere attraversabili, possono diventare campi di colore dai bordi morbidi e sfumati, diaframmi evanescenti di luce e ombra, smaterializzarsi in spazi osmotici, spalancare profondità ignote. Il secondo risponde dal nostro lato dell’oceano indicando una direzione di senso, di apertura e comunicazione tra cielo e terra, brughiere cosmiche e altri universi.
Il confine successivo è nascosto nel ‘risvolto interno degli occhi’ come dice Edvard Munch oppure negli occhi nuovi, il modo migliore di viaggiare anche dentro se stessi per Marcel Proust. Perciò troviamo subito una serie memorabile di ritratti e autoritratti, un faccia a faccia di volti e sguardi che ci osservano senza reticenze, iniziando sempre da lui, Van Gogh nei colori del grano e del cielo, il suo amico Paul Gauguin indeciso tra il passato già alle spalle e nuovi mondi da scoprire, poi Edvard Munch, irriconoscibile prima degli urli devastanti. Altri ritratti di Modigliani, col collo allungato allo stremo ma ancora composti, accanto ai busti emaciati e rastremati fino all’inverosimile di Alberto Giacometti e ai volti arrovellati su se stessi di Francis Bacon.
La mostra continua verso nuovi spazi, negli scenari naturali del nuovo continente e del lontano ovest, con il realismo americano di metà ottocento dell’Hudson River School e prosegue con altre visuali di natura divise in tre capitoli: la montagna, il mare, il cielo.  Ci sono i picchi impervi avvolti nelle brume, romantici e sublimi di Caspar David Friedrich e il profilo inconfondibile della montagna sacra a Cézanne, la Sainte-Victoire su cui l’onda di Hokusai non ha mai osato, non solo vista ma impressa, quasi scolpita ogni giorno dalla sua casa arroccata in Provenza, rifugio di conforto, lontano da tutto e a tutti. Ci sono i mari infuriati di William Turner, abbagliati da quella luce strabiliante e visionaria, che brucia contorni e dettagli inutili e le spiagge immense, affacciate sull’infinito di Eugène Boudin, in tutte le variabili atmosferiche delle sue passeggiate al mattino presto in Normandia, orizzontali e calme, abbracciate dal cielo. ‘Il re dei cieli’, come lo chiama Camille Corot, è amico e maestro per Monet, il più impressionista degli impressionisti, cui dà suo malgrado il nome, che non è interessato alle cose ma all’involucro luminoso delle cose, perché energia e materia hanno la stessa sostanza, e cerca attimi di luce che brillano e svaniscono, quella vibrazione di vita inafferrabile dagli strumenti di riproduzione tecnica della realtà al tempo tanto in voga e non solo allora, li cerca en plein air appena fuori città, dove era ancora campagna, lungo il fiume o in barca, vuole cieli liberi per ricominciare senza costrizioni accademiche, fatti a goccioline intinte di colore, in tutte le sfumature del rosa e del celeste. E poi ci sono spazi e confini spostati sempre più lontano, come la bellezza pura delle giovani donne polinesiane di Paul Gauguin, oppure vicini come le finestre di casa di Henri Matisse, aperte all’aria e alla luce calda del Mediterraneo, quadro nel quadro, metapittura verso nuove prospettive, soglia tra intimità domestica e natura fuori, sentire interiore e percezione esterna. Restano negli occhi i confini di Emil Nolde, fatti di papaveri e nuvole, oltre i quali c’è la guerra con le sue atrocità, sotto un cielo rosso sangue, dicono si possa attraversare anche l’inferno, tenendo lo sguardo fisso su un fiore.
L’ultima tappa di questo tour a cavallo tra Ottocento e Novecento alle origini dell’arte moderna, sorvolando ancora cum avibus, senza la frenesia bellica dei droni, è a Roma per la mostra “Oltre l’Impressionismo. Capolavori dal Detroit Institute of Art” al Museo dell’Ara Pacis dal 4 dicembre 2025 al 3 maggio 2026. Qui il curatore non è Marco Goldin ma una coppia di docenti universitari: Ilaria Miarelli Mariani e Claudio Zambianchi che ammette i ridotti margini nella scelta delle opere provenienti da Detroit, capitale dell’industria automobilistica americana. Si parte da una dea che diventa donna presso un ruscello, vista con la lente realista di Gustave Courbet, che alla bellezza idealizzata preferisce il dettaglio del capezzolo, del pelo pubico, dell’indumento spiegazzato, perché lei non è nata nuda dalla spuma del mare. La donna poco oltre ha perso ogni docilità di genere, abbiamo già visto le donne di Renoir, icone di modernità, libere e sfrontate, non guardano in faccia nessuno e sanno da che parte andare, concedono generosamente il loro décolleté, mentre si tengono ben stretto il resto. Edgard Degas ci dice l’affetto che prova per la sorella malata, scatti intimi e privati, spiati fuori scena e fuori posa, come fa con le sue ballerine. Nella seconda sezione lasciamo lo sfavillio dell’attimo fuggente per la solidità di un contorno stagliato nel cielo, mentre il primo piano svapora sotto i nostri occhi, indistinto e irrilevante, è un’altra Sainte-Victoire di Cézanne, una delle ultime, fuori dal tempo e dallo spazio, nelle modulazioni di un blu vagamente impressionista, e poi ancora Van Gogh, anche lui prova a cimentarsi con un soggetto frivolo, caro agli impressionisti, gli ozi dei parigini in gita fuori porta, ma c’è una forza indomabile nella natura, più forte di tutto, che prende il sopravvento e fagocita anzi divora dame e damerini, che scompaiono al cospetto di qualcosa di più grande di loro, siamo sempre a Auvers, dove tra qualche mese Vincent sceglierà di andarsene e dove ancora riposa accanto a suo fratello Theo. Menzione speciale per una di quelle chicche che si trovano solo nelle collezioni private, i fiori con le ali di Odilon Redon, lo sfarfallio di trasformazione dei bruchi mentre dicono: oddio è finita! E diventano farfalle, sprazzi di luce che nascono da grumi di colore, come in un sogno poeticamente evocato.
Nella terza sezione siamo ai piedi della torre Eiffel, faro della modernità, dove all’alba del nuovo millennio accorrono in tanti, tra i più noti c’è Picasso, da quando era triste e povero vestito da arlecchino ai s/oggetti ricomposti sul piatto, in tutte le sfaccettature cubiste e poi ancora le donne che troneggiano o leggono assorte nei loro piccoli spazi illuminati, mentre nel mondo fuori esplodeva Guernica. Alla Scuola di Parigi arriva anche Modigliani, con cui divide la sala, al cuore del percorso espositivo, radice comune: la vita bohémien a Montparnasse, radice quadrata: le maschere tribali africane che Amedeo mescola con le linee affusolate del gotico senese. Poi c’è un'altra chicca, sembrano braci ancora accese nel buio ma sono i gladioli di Chaïm Soutine, più che fiori, ferite aperte nella carne viva, con uno sviluppo in altezza che procura una certa instabilità e si capisce che quella con Modigliani è un’amicizia profonda.
Fuori dal tunnel, con i volti agli artefici dietro al cavalletto, c‘è l’ultimo salto, quello decisivo verso l’arte astratta, di Vasilij Kandinskij. Non sarebbe un’opera ma lo studio per un’opera più grande intitolata “Pittura con forma bianca” nella collezione del Guggenheim di New York, tutto accade nel tragitto tra il dipinto preparatorio presente in mostra e quello definitivo, dal quale scompaiono gli ultimi residui di figurazione ancora riconoscibili in un angolo, reminiscenze di cupole dorate della terra natia o delle montagne bavaresi di adozione, tutto già sull’orlo del precipizio, travolto dal vortice messo in moto da un groviglio di linee più in basso in cui si riconosce un Cavaliere azzurro, ogni allusione non è casuale, o forse una troika di cavalli, in primo piano, nell’occhio del ciclone o della lavatrice, oltre l’arcobaleno c’è solo lei, la Forma Bianca, pura e nitida, un fascio di luce verso l’alto, la vitalità, l’energia visionaria dello slancio che svetta lontano, libera da vincoli e costrizioni materiali, come una partitura musicale.
E anche qui si esce con i fiori di Nolde negli occhi, sono girasoli nella notte tra due guerre, esposti nella famosa mostra nazista sull’arte cosiddetta degenerata, non sono avvolti nella luce dorata delle apparizioni come quelli più famosi di Van Gogh, ma recisi e costretti in un vaso troppo piccolo, nel buio del cielo, senza un sole verso cui orientarsi, le corolle si ripiegano su se stesse e guardano alle loro radici, ben piantate nella terra.

Gennaio 2026
 
* Marco Goldin, a cura di, DA PICASSO A VAN GOGH Storie di pittura dall’astrazione all’impressionismo. Capolavori dal Toledo Museum of Art, Museo di Santa Caterina di Treviso dal 15 novembre 2025 al 10 maggio 2026. Marco Goldin, a cura di, CONFINI DA GAUGUIN A HOPPER. Canto con variazioni, Villa Manin, Udine, dall’11 ottobre 2025 al 12 aprile 2026. Ilaria Miarelli Mariani e Claudio Zambianchi, a cura di, Oltre l’Impressionismo. Capolavori dal Detroit Institute of Art, Museo dell’Ara Pacis, Roma, dal 4 dicembre 2025 al 3 maggio 2026.
 
1) Anna D’Andrea, “Appuntamento tra il grano e il cielo, di straziante bellezza. Vincent Van Gogh alla Basilica Palladiana di Vicenza”, in, unclosed.eu, n.18, anno V, 20 aprile 2018. https://www.unclosed.eu/rubriche/osservatorio/recensioni-attualita/223-appuntamento-tra-il-grano-e-il-cielo-di-straziante-bellezza.html