Lucilla Meloni
La grande mostra di Mark Rothko a Palazzo Strozzi, curata da suo figlio Christopher Rothko e da Elena Geuna, con oltre settanta opere, di cui molte mai esposte in Italia, è un’occasione importante per approfondire la conoscenza del percorso dell’autore soprattutto in riferimento al suo rapporto con l’Italia, dove viaggiò nel 1950, nel 1959 e nel 1966 visitando Firenze, Venezia e Torcello, Roma, Napoli, Pompei, Paestum e altri importanti siti.
I testi pubblicati nel bel catalogo edito da Marsilio, ad opera di Christopher Rothko, Elena Geuna, David Breslin, Gerhard Wolf e Marco Cianchi approfondiscono le suggestioni che l’artista trasse dall’arte italiana e offrono un’interessante, ulteriore chiave di lettura.
Il titolo dell’esposizione, pensata proprio per gli spazi di Palazzo Strozzi, indica già quel sentimento speciale che lo univa alla città toscana, cuore del Rinascimento; le opere collocate nella Biblioteca Medicea Laurenziana e nel Convento di San Marco evidenziano i rapporti della sua pittura, sia spaziali che compositivi, con l’architettura michelangiolesca e con gli affreschi del Beato Angelico.
La relazione tra i Seagram Murals: i murali che nel 1958 stava realizzando per il ristorante di Four Seasons al Seagram Building e la Biblioteca Laurenziana è evidenziata da due piccoli studi preparatori su carta, collocati di fronte alla scalinata del vestibolo, dove il ricordo del luogo disegnato da Michelangelo, con le finestre cieche, in sé conchiuso, sembra riverberarsi nello spazio sbarrato delle superfici pittoriche dei Seagram Murals Study.
Questo è inoltre documentato da una dichiarazione dell’artista rilasciata precedentemente alla sua rinuncia all’incarico, riportata in catalogo: “Dopo qualche tempo che ci lavoravo (...) realizzai che ero molto influenzato inconsciamente dalle pareti di Michelangelo nel vestibolo della Biblioteca Medicea a Firenze. Questi è riuscito a ottenere proprio quella sensazione particolare che ricercavo; ha fatto sì che i visitatori abbiano l’impressione di essere imprigionati dentro una stanza in cui le porte e le finestre sono murate cosicché non resta loro che sbattere la testa contro il muro per l’eternità” (1).
Rothko conosceva bene l’arte italiana anche prima di vederla dal vivo: nel suo The Artist’s Reality scritto tra il 1936 e il 1941 e non finito, confronta la pittura fiorentina a quella tonale veneta; scrive su Giotto, quanto su Raffaello, conosce l’arte greco-romana.
Ai fregi, alle trabeazioni, alle mensole si ispirano, dal punto di vista compositivo, alcuni lavori dei primi anni Quaranta.
Ma anche quando abbandonerà del tutto la figurazione per inoltrarsi nella declinazione dell’astrattismo e la composizione sarà scandita dall’interdipendenza dei rettangoli colorati, il nesso con la storia dell’arte resterà per lui vivificante, come può evocare un Untitled del 1949, messo in relazione da Christopher Rothko con la decorazione marmorea della Casa di Sallustio a Pompei.
Per Rothko la pittura è luogo; di Giotto scrive: “Lo spazio è così la principale manifestazione plastica della concezione che egli ha della realtà. È la categoria più completa della sua formulazione, al punto che può essere indicata a ragione come la chiave del significato del quadro” (2). E quando donerà alla Tate Gallery i pannelli realizzati per il Seagram Building, dichiarerà: “Non sono dipinti: ho creato un luogo” (3).
Il percorso espositivo va dai primi quadri figurativi della metà degli anni Trenta fino alle ultime carte della fine degli anni Sessanta. Dalle scene di interni a quelle urbane, caratterizzate da una spazialità serrata, dai successivi quadri surrealisti si arriva alle prime opere astratte. Saranno poi i lavori degli anni Cinquanta a dare avvio a quella sua tipica forma compositiva che nel tempo sarà declinata differentemente, magnificando tutte le potenzialità del colore.
Via via che ci si addentra nella mostra si è presi “per incantamento” dalla capacità di ogni dipinto, per lo più semplicemente numerato o nominato come Untitled, di portarci all’interno del suo mondo. Rothko, come i suoi amici Clyfford Still e Jackson Pollock, era contrario all’intitolazione dei quadri perché sosteneva che questa avrebbe orientato il pubblico verso una determinata lettura, offrendo così al sentimento dell’osservatore un ulteriore spazio di libertà.
Luglio 2026
* Palazzo Strozzi, Firenze, 14 marzo - 23 agosto 2026
1) M. Rothko, Vivere l’arte. Scritti (1934-1969), Roma 2021, p. 195, in C. Rothko, Rothko a Firenze. Rothko a Roma. Pietra, spazio e spirito, in id- E. Geuna (a cura di), Rothko a Firenze, cat. della mostra, Marsilio, Venezia 2026, p.18.
2) M. Rothko, L’artista e la sua realtà, Filosofie dell’arte, trad. di R. Venturi, Milano 2007, p. 117, in C. Rothko, cit., p. 19.
3) J. Hoyland, Interviste a Rothko in Gran Bretagna, Whitechapel Gallery Archive, in C. Rothko, cit., p. 31.