Il dibattito sul futuro dei musei nello scenario aperto dall’emergenza sanitaria
Brunella Velardi
Tra pochi giorni sarà passato un anno esatto da quando il nostro paese ha iniziato a conoscere drammaticamente da vicino la realtà della pandemia, e superata da un bel pezzo la sospensione temporale e operativa che aveva caratterizzato la prima fase del contagio tra marzo e aprile dello scorso anno, altri elementi si sono aggiunti in questo periodo per poter trarre qualche ulteriore considerazione sul suo portato nella nostra vita culturale. Autorevoli voci, accanto a gruppi di addetti del settore e portali di informazione hanno sollevato le numerose contraddizioni della decisione di tener chiusi i musei, muovendo ragionevoli quando non condivisibili critiche al governo, ministro Franceschini in primis (1). Ugualmente critica è la valutazione di costi e benefici determinati dalle ipotesi di apertura o di chiusura dei musei, tra relativi risparmi sugli oneri economici – posto che, ad eccezione dei grandi attrattori, si tratta per lo più di luoghi in cui gli introiti derivanti dalla bigliettazione non riescono comunque a coprire del tutto le spese – (2) e possibilità di riassorbimento di fasce di pubblico che erano in via di estinzione (3).
In ogni caso, a meno di non risultare sterilmente ideologici, tocca fare i conti con i dati di fatto: i musei sono chiusi, e così teatri e cinema. Nel numero dello scorso aprile di questa rivista, Patrizia Mania aveva passato in rassegna alcune delle iniziative intraprese dai musei, che stavano profondendo – e continuano tuttora a farlo – ogni energia nell’espandere la propria attività sul digitale, sottolineando al contempo quanto l’interruzione del rapporto con l’opera dal vivo fosse di fatto irrimediabile da qualsivoglia sforzo nella direzione di una fruizione da remoto, tanto che, si rilevava, «non c’è dubbio che gli esiti più interessanti sul piano della richiesta di un contatto vero con l’opera risiedano, come del resto immaginabile, in quell’arte concepita ab origine come immateriale» (4). Sì, il buio interrotto da un maxischermo che ci fagocita nell’azione e la penombra del palco da cui seguiamo ammaliati i gesti dei personaggi in scena ci mancano, forse ancor più quando ci rassegniamo a trasformare il soggiorno in una sala e a fingere che il nostro computer sia uno schermo largo metri o addirittura un palcoscenico. Ma che dire dell’arte contemporanea, a cui abbiamo rinunciato quasi del tutto, se pensiamo che la percentuale di opere nate nella dimensione virtuale ne rappresenta solo una parte assai ristretta?
I musei, anche quelli più piccoli e con meno risorse, stanno facendo del loro meglio. Interviste, approfondimenti, incontri in streaming, filmati: con il personale ai minimi storici, con competenze digitali che spesso si concentrano su una ancor più risicata percentuale dell’organico, viene da dire che stanno compiendo miracoli, fuori da ogni retorica sugli investimenti nella cultura (5). Spazi come la Triennale di Milano o il MAXXI offrono una corposa programmazione online, non si può certo dire che abbiano abbandonato i loro pubblici. Altrove sono state messe in campo le più realistiche tecniche di visita virtuale, trasponendo mostre e patrimoni sul web dove sono navigabili in 3D (6). Ma resta ancora inevasa la domanda: dov’è finita l’arte contemporanea? Non la sua documentazione fotografica, i filmati, le visite online, i dibattiti. Intendiamo le opere. Certo, non tutti i linguaggi si prestano ad essere efficacemente percepiti fuori dai loro consueti contesti, ma sarebbe sbagliato convincersi che tutta l’arte non può che passare dal museo o dalla galleria per arrivare al pubblico. E altrettanto sbagliato è stabilire che l’accesso ad una mostra debba avvenire esclusivamente per il tramite del personale del museo, laddove invece la visita si svolge normalmente in piena autonomia.
A suo modo, sembra porsi il problema il programma The Square. Spazio alla cultura, che va in onda da novembre su Sky Arte nel palinsesto accessibile gratuitamente in periodo Covid. Condotta da Nicolas Ballario, la trasmissione racconta attraverso interviste e anteprime le iniziative interrotte dai decreti, dai tour musicali ai festival di cinema, alle stagioni teatrali, dalle presentazioni di libri alle fiere d’arte, alle mostre. Sostenendo che “L'arte si può fare ovunque, anche negli spazi più impensati”, accanto a interviste e brevi servizi, le puntate finora in onda hanno proposto, simulando un’esperienza live, una mostra di fotografia e l’esecuzione di un murale nell’ambiente stesso in cui è girata la serie. Nel dar notizia di ciò che si è spostato sul web e di eventi dei quali è del tutto saltata la programmazione invitando gli organizzatori a discuterne, Ballario tenta, con un linguaggio informale e incursioni in campi diversi, di trattare gli argomenti in maniera leggera e accessibile. Se in alcuni frangenti corre il rischio di rimanere troppo in superficie, talvolta con l’effetto di risultare poco più di una locandina animata, l’idea che ne è alla base appare convincente: posto che non si può andare al museo o in galleria, e non ci si può assembrare in strada, lo spazio più diretto per l’esperienza dell’arte non resta che lo schermo.
Streaming e tv consentono una diffusione più ampia, mentre alcuni artisti hanno fatto ricorso all’email per condividere il loro lavoro influenzato dalla pandemia con un pubblico più “a portata di mano”. Ma se, come in più occasioni è stato affermato, questo periodo si sta configurando come laboratorio di un nuovo e duraturo modo di vivere la quotidianità, viene allora da interrogarsi anche sulle possibilità di sopravvivenza dell’arte contemporanea, in una prospettiva che non contempli soltanto un ritorno al mondo così come lo conoscevamo ancora alla fine del 2019. Non che si auspichi o si prefiguri una scomparsa delle forme d’arte “on site”, ma esperienze come quella del successo dell’inaugurazione via Facebook della stagione lirica del San Carlo con la trasmissione online, al costo simbolico di un euro, della Cavalleria Rusticana suonata dal vivo – una partecipazione dai confini inediti per un tipo di spettacolo di stampo decisamente non pop – potrebbe indurre a qualche riflessione anche il mondo delle arti visive. Ad esempio, provando a mettere da parte l’allestimento che è stato lasciato nel museo a porte chiuse e immaginando nuovi prodotti culturali che non risultino surrogati o repliche di originali pensati per altri tipi di fruizione. D’altra parte, tra le rivoluzioni della cosiddetta era Covid, la personalizzazione – a domicilio – dei servizi (così come il lavoro in smart working e tutte quelle abitudini che abbiamo assunto per sopperire alla chiusura dei luoghi fisici) potrebbe essere destinata a durare molto più a lungo della fase emergenziale, e configurarsi come strumento di nuovi equilibri in comunità ancora più frammentate dalla crisi economica che va di pari passo con quella sanitaria. Se l’arte può e deve avere ancora un ruolo sociale, non potrà non fare i conti con gli stravolgimenti del mondo nel quale operava. Senz’altro si tratta, per gli artisti, di confrontarsi con nuove modalità di interazione con il pubblico, nuovi canali di comunicazione, nuovi linguaggi con cui proseguire la loro ricerca senza rinunciare al rapporto con l’altro. Dal canto suo, l’arte contemporanea non ha necessariamente bisogno del museo, né di altri luoghi ad essa specificamente dedicati, per esistere e sopravvivere, anzi. E proprio per questo ci pare che la questione si espanda alla sopravvivenza del museo stesso, concepito in quanto spazio di esperienza e non necessariamente come contenitore materiale. In un contesto a tal punto stravolto, la responsabilità e l’onere di immaginare un futuro possibile nonostante la paura del contagio, le limitazioni alla libertà e l’urgenza di un radicale cambio di rotta, necessitano di essere condivisi. Se le chiusure lo negano in quanto edificio, il museo deve saper resistere e agire oltre le sue mura. Poiché, com’è ovvio, non consiste solo nella somma di sale espositive, laboratori di restauro, uffici e spazi di ricerca – tutti volti che proliferano con esiti anche felici su pagine web e profili social. Il museo è anzitutto il catalizzatore del rapporto tra opere e pubblico. Su questo aspetto imprescindibile della sua identità dovrebbe fondare le premesse della sua nuova vita (che non può certamente coincidere soltanto con la realtà digitale), facendo leva su visioni ambiziose radicate nell’attualità. È quanto emerge dall’intervista a tre voci apparsa a fine novembre su L’Espresso, al cui centro è proprio il ruolo del museo, anche a partire da una nuova consapevolezza sul rapporto tra i linguaggi dell’espressione artistica e i formati che più si adattano ad esserne veicolo (7).
Certo, una revisione profonda necessiterebbe di un sostegno economico corposo e mirato che non si limitasse a coprire le perdite e a implementare l’esistente. Ma a fronte di un dibattito che da più parti si sta cercando in ogni modo di alimentare, l’investimento pubblico nel settore culturale sembra non avere alcun carattere di lungimiranza. La proposta di una “Netflix della cultura”, piattaforma di streaming per eventi culturali a pagamento, avanzata dal ministro Franceschini e già superata dal rincorrersi di iniziative che non hanno certo atteso indicazioni programmatiche dal ministero e che, anche quando private, non hanno esitato ad aprire canali gratuiti, sembra piuttosto l’ennesima occasione sprecata – ancor più perché sarebbe supportata da imponenti investimenti pubblici (8) – di un intervento radicale di sostegno agli artisti e di reale potenziamento delle opportunità di fruizione anche da parte dei pubblici più “timidi” e con meno risorse. Se la monetizzazione del patrimonio culturale non è obiettivo nuovo di questo ministero né, a dirla tutta, sbagliato in toto e in linea di principio, l’intervento pubblico in azioni che vanno in questa direzione non possono che essere bilanciate da un serio e sistematico impegno nella diffusione – gratuita – di un servizio culturale che non molti anni fa è stato dichiarato essenziale. La recente reistituzione del Piano Arte Contemporanea, strumento con cui il Ministero stanzia fondi (2 milioni di euro, mentre per il nuovo canale dalla dubbia utilità ne verrebbero impegnati 19) per acquisizione, produzione e valorizzazione delle opere in collezioni pubbliche italiane è senza dubbio una gran bella notizia. Può in parte supportare, sotto il vessillo della valorizzazione, programmi di ampliamento del raggio d’azione delle collezioni stesse. Ma in un anno di scuole, musei, cinema e teatri chiusi, di seri programmi di outreach che andassero oltre la raccolta di post social ottenuti spremendo all’osso le poche figure superstiti nei musei (9), non si è mai sentito parlare. Come molte storie ci hanno insegnato in questi mesi, l’unica efficace via di uscita dalla crisi sembra essere la solidarietà. Non intesa come sporadica buona azione, ma piuttosto come principio sistematico di democraticità, che nell’ambito della gestione del patrimonio culturale pubblico costituisce un dovere istituzionale oltre che morale.
20 gennaio 2021
1) Vd. Federico Giannini, Ci spiegate (seriamente) perché i centri commerciali aprono e i musei no?, in «Finestre sull’arte», 12 dicembre 2020: https://www.finestresullarte.info/opinioni/ci-spiegate-seriamente-perche-i-centri-commerciali-aprono-e-i-musei-no.
2) Cfr. Massimiliano Tonelli, Musei chiusi. E se fosse la scelta migliore?, in «Artribune», 3 gennaio 2021: https://www.artribune.com/professioni-e-professionisti/politica-e-pubblica-amministrazione/2021/01/musei-chiusi-coronavirus/. Una più convincente riflessione sulla questione delle chiusure in relazione ai presunti costi dei musei è contenuta nell’articolo Ma i musei restano chiusi solo per motivi economici?, pubblicato il 5 gennaio 2021 sul sito del movimento “Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali”: https://www.miriconosci.it/musei-chiusi-per-motivi-economici/.
3) Cfr. Mariasole Garacci, Musei italiani chiusi per Covid-19: necessità o occasione perduta?, in «MicroMega», 6 novembre 2020: http://temi.repubblica.it/micromega-online/musei-italiani-chiusi-per-covid-19-necessita-o-occasione-perduta/.
4) Patrizia Mania, On Air. Prove d’arte nei giorni del distanziamento sociale, in «Unclosed», n. 26, 20 aprile 2020: http://www.unclosed.eu/rubriche/sestante/esplorazioni/308-on-air.html.
5) La Corte dei Conti conferma: il MiBACT spende poco e male, “Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali”, 27 dicembre 2020: https://www.miriconosci.it/corte-dei-conti-mibact-spende-poco-e-male/.
6) Tra i musei che propongono tour virtuali sono i Musei vaticani: http://www.museivaticani.va/content/museivaticani/it/collezioni/musei/tour-virtuali-elenco.1.html; il Museo Egizio di Torino: https://cdn-cache.museoegizio.it/static/virtual/ArcheologiaInvisibileITA/index.html e, tra le ultime iniziative, la mostra Tiepolo. Venezia, Milano, l’Europa alle Gallerie d’Italia di Milano: www.gallerieditalia.com/virtual-tour/tiepolo/.
7) Sabina Minardi, Il museo del futuro, in «L’Espresso», 29 novembre 2020.
8) La Netflix della Cultura sarà un fallimento, ma intanto avremo buttato altri 19 milioni, “Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali”, 7 dicembre 2020: https://www.miriconosci.it/netflix-della-cultura-un-fallimento/.
9) I post social pubblicati dai musei italiani e dal ministero stesso vengono raccolti dalla pagina “Social Wall” del sito web del MiBACT, con logiche ed esiti a dire il vero non del tutto comprensibili: https://culturaitaliaonline.beniculturali.it/socialmibact/.