Michele Espinoza

Consideriamo il progetto espositivo Unfolding Pavilion nell’ottica delle sue pratiche curatoriali; l' intenzione è approfondire nuove tattiche realizzative e riflettere sulle specificità del fare una mostra, in particolare, d’architettura. Nel paragrafo 1. Panoramica è presente un’introduzione di questo progetto e delle mostre in cui si è concretizzato. In 1.1 Come funziona il dispositivo-mostra d’architettura? introdurremo le sue particolarità concettuali. Successivamente considereremo singolarmente le edizioni finora realizzate, ovvero: 2. Unfolding Pavilion 2016; 3. Unfolding Pavilion 2018; 4. Unfolding Pavilion 2020 - 2022; 5. Unfolding Pavilion 2023. Infine in 6. Cos’è la critica spaziale? Chiuderemo richiamando il concetto di critical spatial practices come prospettiva per nuove proposte artistiche nello spazio pubblico.
Consideriamo il progetto espositivo Unfolding Pavilion nell’ottica delle sue pratiche curatoriali; l' intenzione è approfondire nuove tattiche realizzative e riflettere sulle specificità del fare una mostra, in particolare, d’architettura. Nel paragrafo 1. Panoramica è presente un’introduzione di questo progetto e delle mostre in cui si è concretizzato. In 1.1 Come funziona il dispositivo-mostra d’architettura? introdurremo le sue particolarità concettuali. Successivamente considereremo singolarmente le edizioni finora realizzate, ovvero: 2. Unfolding Pavilion 2016; 3. Unfolding Pavilion 2018; 4. Unfolding Pavilion 2020 - 2022; 5. Unfolding Pavilion 2023. Infine in 6. Cos’è la critica spaziale? Chiuderemo richiamando il concetto di critical spatial practices come prospettiva per nuove proposte artistiche nello spazio pubblico.
1. Panoramica
Che cos’è Unfolding Pavilion? In prima battuta, è un progetto espositivo che realizza mostre pop-up e che si tiene in occasione di grandi eventi di architettura; in particolare nasce e si sviluppa a partire dalla volontà di partecipare, in qualche modo, alla Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, senza però farne davvero parte. Ha l’obiettivo di “aprire” spazi dell’architettura rilevanti che, tuttavia, sono normalmente chiusi al pubblico. Le opere in mostra sono site-specific e vogliono sia interagire con lo spazio in cui si trovano, sia interpretare una questione che quel contesto architettonico pone. È stato ideato da Daniel Tudor Munteanu e Davide Tommaso Ferrando.
La prima edizione si è tenuta durante l’apertura della Biennale di Architettura del 2016 e ha visto entrare Unfolding Pavilion all’interno della “Casa delle Zattere”, opera dell’architetto Ignazio Gardella, trasformando temporaneamente uno dei suoi appartamenti in spazio espositivo. L’appartamento è stato trovato su Airbnb e ha permesso di bypassare l’ esplosione dei prezzi degli spazi espositivi istituzionali causata dal grande evento (la Biennale, appunto). Ha altresì permesso di toccare con mano lo scenario abitativo di grave spopolamento determinato dal turismo globale di massa, fortemente incentivato anche dalle piattaforme per affitti brevi. La seconda edizione si è svolta nel 2018 in occasione della successiva Biennale di Architettura e si è realizzata all’interno della “Giudecca social housing” dell’architetto Gino Valle. L’abitazione del complesso di edilizia popolare in cui si è allestita la mostra rimaneva in disuso. Le questioni affrontate sono state inerenti alla gestione del social housing nel contesto italiano e, in particolare, in quello veneziano. Durante il lockdown, tra 2020 e 2022, si sono invece realizzate una serie di operazioni “virtuali”: Ritual of solitude. Interpretando in una prospettiva architettonica ciò che ha rappresentato il periodo di reclusione pandemica, è stata l'occasione per riflettere sui contenuti immaginativi e distopici di alcuni progetti di John Hejduk e sulle intersezioni tra architettura, città e media. Infine, l’ultima edizione, nuovamente in concomitanza con l’inaugurazione della Biennale (2023), ha voluto considerare lo spazio dei Giardini della Biennale. Trattandoli in senso architettonico, l’intento è stato denunciare l’impossibilità di “aprire” questi spazi teoricamente pubblici.
1.1 Come funziona il dispositivo-mostra d’architettura?
Dal punto di vista della pratica curatoriale, l’aspetto interessante è che Unfolding Pavilion si configura anche come una riflessione su cosa sia una mostra di architettura. Essendo chiaramente impossibile portare edifici o strutture dentro uno spazio espositivo, la specificità su cui indagare sta nel fatto che nelle mostre d’architettura non è mai esposto ciò a cui la mostra si riferisce. Da questo punto di vista, le mostre d’arte sono concettualmente più lineari: esse portano normalmente in esposizione l’opera a cui si riferiscono. La mostra d’architettura riempie invece il proprio spazio di diversi elementi (plastici, modelli, disegni, progetti, fotografie) ma il suo soggetto logico rimane, per così dire, metafisico. In particolare, le prime due edizioni (2016 e 2018) hanno creato un interessante cortocircuito nel rapporto da una parte tra “contenitore” della mostra e il suo “contenuto”, dall’altra tra referente architettonico e oggetto esposto ed è in questo modo che è stata sperimentata la natura del dispositivo-mostra d’architettura e le sue possibilità. Agli artisti/architetti chiamati a partecipare si è infatti chiesto di costruire un’installazione dedicata all'edificio ospitante, una sorta di “modellino d’autore” dell’architettura o una sua declinazione secondo il medium specifico dell’artista; le opere in questione hanno così indagato la stessa architettura all’interno della quale si trovavano generando una sorta di loop tra contenitore e contenuto della mostra. Mettendo in questo senso il visitatore nella insolita situazione di essere all’interno dello stesso luogo a cui si riferivano le opere, si è realizzata un’ esposizione che da un lato riflettesse la pratica personale degli artisti/architetti e il loro modo di intendere il fare architettura, dall’altro si è fatto in modo che essi esprimessero il proprio posizionamento rispetto all’edificio considerato.
2. Unfolding Pavilion 2016
Nel 2016 il gruppo di produzione di Unfolding Pavilion ha scoperto su AirBnb un appartamento all’interno della “Casa alle Zattere”. Come anticipato, il progetto è opera di Ignazio Gardella e risale agli anni Cinquanta (1). L’occasione trovata sulla piattaforma ha offerto la possibilità di una mostra ad un prezzo decisamente inferiore rispetto alle cifre richieste dalle gallerie di Venezia, soprattutto nei giorni del vernissage della Biennale. “Tale scoperta non solo permise di organizzare una mostra pop-up di una settimana con un budget di appena 2.000 euro, ma finì per definire il tema principale non solo della prima, ma di tutte le edizioni successive dell’ Unfolding Pavilion: rendere accessibili (...) gli spazi di un'architettura normalmente chiusi al pubblico, allestendo al suo interno una mostra di opere originali e site-specific dedicate all’architettura stessa” (2). (Fig1)
La Casa delle Zattere è progettata per essere un edificio di seconde case ma si trova attualmente a essere occupata quasi esclusivamente da appartamenti per affitti turistici. Riconoscendo in Venezia uno degli esempi più emblematici, il geografo Michel Lussault ha considerato come l’intensità dei flussi globali porti a un cambiamento qualitativo dei luoghi e di come essi sono abitati. A Venezia sono “i turisti che scandiscono il regime esistenziale della città in quanto luogo del mondo” (3). Si tratta di un fenomeno centrale per capire le forme dell’abitare lo spazio urbano nel presente. “Questo sbarco di turisti costituisce una delle manifestazioni più esplicite di ciò che il Mondo è diventato, sia in meglio che in peggio” (4). Uno dei temi è quindi lo svuotamento delle case e le condizioni di spopolamento. Per quanto riguarda Venezia, però, non sono da tener presente solamente le dinamiche socio-economiche del turismo globale di massa, la sua gestione da parte delle politiche locali e le sue implicazioni urbane. È necessaria anche una messa in crisi di ciò che riguarda il mondo delle grandi mostre ed eventi, in particolare il marchingegno-Biennale, per cui, tra l’altro, “sembra essere più importante “esserci” che prestare attenzione a ciò che vi è in mostra” (5). Il nodo centrale, comunque, è il fatto che i cittadini rimangono esclusi e non trattengono benefici congrui da queste dinamiche.
È tuttavia opportuno segnalare anche una certa ambiguità. In una posizione decisamente critica, un progetto come Unfolding Pavilion eticamente non vuole far parte della Biennale e ne evidenzia le sue problematicità, tuttavia, al tempo stesso, cerca di inserirsi collateralmente per sfruttarne la visibilità. Dobbiamo però anche considerare una ulteriore argomentazione: in realtà sarebbe molto semplice entrare, in qualche misura, nell’orbita della Biennale: investendo il capitale necessario si può avere a disposizione un luogo espositivo e, difatto, si entra nel circuito.
3. Unfolding Pavilion 2018
La seconda edizione di Unfolding Pavilion si è svolta nel 2018 all’interno della Giudecca Social Housing di Gino Valle, sempre in occasione dell’ apertura della Biennale di Architettura. Il terreno dove sorge il complesso di edilizia residenziale pubblica dell’Isola della Giudecca era precedentemente un cementificio. Dopo la dismissione negli anni Settanta è stato acquisito dal Comune di Venezia appositamente per la realizzazione di alloggi pubblici. Il complesso sorto nel 1986 si struttura su due elementi. Il primo si compone di 94 appartamenti; il secondo vuole invece richiamare la spazialità della parte storica della città ed è una rete di percorsi tra corsie, porticati e campielli (6). Questa volta l'appartamento vuoto in cui si sono disposte le installazioni ha dovuto subire un’ importante ristrutturazione. Riferisce il co-creatore di Unfolding Pavilion: “Siamo andati a conoscere il luogo e fare conoscenza con gli abitanti. Abbiamo quindi scoperto che almeno una dozzina di appartamenti erano vuoti da tempo! Il comune di Venezia è tenuto a ristrutturare gli appartamenti quando vengono lasciati dai precedenti inquilini affinché possano essere assegnati ai nuovi, ma questo può non avvenire ed ecco che molte delle case rimangono facilmente inutilizzate, anche per lunghi periodi. Tutto ciò in una situazione di grave crisi abitativa” (7). (Fig2)
Sarah Gainsforth, studiosa di problematiche urbane in riferimento alle questioni abitative, ha considerato come durante il dopoguerra in Inghilterra, ad esempio, “c’è stato un momento, prima del ritorno dell’ideologia proprietaria e della stigmatizzazione dell’edilizia residenziale pubblica” (8) in cui “abitare in una council house era un fatto perfettamente normale. (...) In quel periodo le case popolari non erano la risposta settoriale per i più poveri, erano per tutti” (9). Teniamo quindi presente come il social housing, in alcuni contesti, sia riuscito anche ad essere una alternativa al mercato privato. Concepire in questo modo l’edilizia popolare sarebbe ancor più necessario oggi; in una situazione in cui il mercato immobiliare si fonda su affitti brevi (a Venezia così come nei centri storici delle principali città italiane), i prezzi degli immobili sono infatti sempre più respingenti. Ad ogni modo, “Contattato il Comune di Venezia con la proposta di allestire una mostra temporanea in uno degli appartamenti liberi per un periodo che coincidesse con la Biennale di Architettura, la risposta è stata quella di provvedere in modo autonomo alla ristrutturazione dell’immobile, nell’onere totale delle spese, per poi restituirlo a norma, pronto e disponibile per essere riassegnato. La forma contrattuale data dal Comune è stato un comodato d’uso gratuito con il vincolo di restituzione entro il termine temporale previsto e senza la possibilità di dormirci. Poiché però sarebbe stato economicamente impossibile dover sostenere anche il peso del pernottamento, oltre a tutto l’onere delle ristrutturazioni, è stata intelligentemente sfruttata la clausola che ha riconosciuto lo spazio, per quel lasso temporale, come “spazio sperimentale artistico”: parte della sperimentazione è stata quindi anche proprio il dormire al suo interno. I lavori sono stati compiuti in tempo per inaugurare la mostra in contemporanea con il vernissage della Biennale e la casa è stata poi restituita, come concordato, pronta per poter ospitare nuovi inquilini” (10). Rimane da verificare se l’appartamento sia oggi assegnato.
4. Unfolding Pavilion 2020 - 2022
Nel 2020, durante il lockdown, il gruppo di Unfolding Pavilion sviluppa Ritual of solitude. Data l’ impossibilità di portare pubblico dentro luoghi concreti, il periodo pandemico ha evidentemente obbligato un altro tipo di "apertura". Il primo tema che si andava frapponendo è risultato essere quello del divieto. Ha spiegato Davide Tommaso Ferrando, “L’unico modo per realizzare qualcosa di adeguato a quel periodo, mantenendo però il senso del nostro progetto - ci siamo risposti - , è far entrare il pubblico dentro un edificio che non esiste… eppure esiste. O meglio, è stato inventato sulla carta” (11). L’architettura scelta è “Casa per l’abitante che si rifiutò di partecipare”, opera d’immaginazione dell’ architetto statunitense John Hejduk. (Fig3)
Nel disegno di Hejduk, la “Casa per l’abitante che si rifiutò di partecipare” è un’unica facciata composta solamente di finestre sprovviste di qualsiasi altro elemento, compreso persiane o qualche cosa che permettesse di coprire la vista degli spazi interni. Ognuna delle stanze possiede inoltre un solo oggetto di arredo e il suo ipotetico abitante è perciò obbligato a cambiare costantemente stanza o addirittura piano. Le questioni che si aprono sono relative alla relazione degli spazi con il mondo e la propria vita quotidiana. La doppia problematizzazione del rapporto interno-esterno e del rapporto tra gli spazi interni viene distopicamente interpretata da questa architettura disfunzionale e in Ritual of Solitude essa serve a dare una rappresentazione dello stato esistenziale in cui ci siamo trovati durante il lockdown.
Il gruppo di Unfolding Pavilion ha commissionato a dodici studi d’architettura l'ideazione delle dodici ipotetiche stanze dell’opera di Hejduk. Si sono così realizzate altrettante proiezioni virtuali e modellini. Si è poi creata una storia in cui questo edificio sarebbe stato realmente costruito e che prima della sua demolizione (per far spazio ad un ennesimo resort di lusso a Venezia) avrebbe ospitato gli architetti in una residenza artistica. I risultati delle loro opere - appunto la creazione delle stanze - è ciò che sarebbe stato esposto nella mostra dedicata e che oggi possiamo vedere solamente online (12). Come per Damien Hirst in Treasures from wreck of the unbelievable, lo storytelling è parte significativa del funzionamento concettuale dell’operazione; ciò che si espongono sono opere nelle vesti di (“false”) documentazioni che giocano a dimostrare la narrazione. Le opere delle stanze sono state successivamente esposte in una barca ormeggiata a Punta della Dogana (2021). La scansione tridimensionale dell’ area ha permesso la realizzazione interattiva della mostra virtuale (2022) e i punti critici toccati sono quindi stati: questione dei media, circolazioni web, maniere di costruire e far circolare notizie, dispositivi per la fruizione dei luoghi. (Fig4)
5. Unfolding Pavilion 2023
L’ultima edizione si è svolta nuovamente durante l’inaugurazione della Biennale. L’architettura che si è tentato di “aprire” sono stati proprio i Giardini della Biennale. Non essendo chiaramente possibile allestire una mostra indipendente in questo spazio, Unfolding Pavilion si è installato tra gli interstizi nei quali è ancora possibile accedere liberamente, in particolare presso l’Arco Lando di Sant’Antonio di Castello e le mura che circondano (e recintano) i Giardini. Le installazioni sono state rimosse a partire dal giorno seguente. Come al solito rimangono online la documentazione e gli ulteriori approfondimenti dell’operazione (13). Gli elementi hanno avuto intento fondamentalmente “segnaletico” (anche se non esclusivamente) (14): uno stendardo, un tappeto rosso, una verniciatura rossa e un’ insegna d'ingresso, ad esempio. (Fig5)
L’invito è innanzitutto approfondire la storia di questo progetto urbanistico e di come l’opera dei Giardini sono passati da essere spazio pubblico - un parco urbano edificato durante il 1807 dall’architetto Giovannantonio Selva per rispondere al bisogno di aree verdi nel congestionato centro urbano - , ad uno spazio espositivo a cui è possibile accedere solo acquistando il biglietto. Sebbene ancora di proprietà del Comune di Venezia, è infatti la Biennale ad avere la gestione e l’uso esclusivo dell’intera area. Gli stessi veneziani ne rimangono esclusi. La dinamica che vede spazi pubblici urbani passare ad essere di fatto spazi privati, gestiti e amministrati dal privato e nel quale si applicano restrizioni di accesso, è oggi un’altra delle questioni centrale tra i mutamenti urbani. (Fig6)
Dal punto di vista curatoriale, è inoltre interessante soffermarsi sulla capacità di studio del territorio e di come questo aspetto possa aprire a interessanti possibilità non solo realizzative ma anche di contenuti. La dinamica che ha permesso l’identificazione di uno dei punti di accesso ai Giardini su cui operare è in tal senso un esempio da considerare. Riferisce Davide Tommaso Ferrando che è stata la conoscenza del “Signor Michele”, barcaiolo-trasportatore, a permettere di approfondire la realtà dietro quest’area: “mentre andavamo a fare i rilievi, abbiamo visto l’attività che Michele si trova a svolgere tutti i giorni: dato che ha ricevuto il proprio posto-barca tra i Giardini, per poter raggiungere il proprio mezzo di lavoro deve fare notevoli acrobazie. Abbiamo quindi adattato le nostre installazioni a quel suo tragitto quotidiano” (15). È così emersa una curiosa sovrapposizione di usi: il canale che divide il perimetro dei Giardini, sebbene all’interno dello spazio della Biennale, non può essere fisicamente chiuso poiché si tratta di una via che deve necessariamente rimanere a disposizione al transito e all’ormeggio navale. La distribuzione dei posti per le barche dei residenti viene gestita dal comune e alcuni proprietari hanno visto assegnarsi il posto-barca proprio in questo canale. Tuttavia, tra stretti passaggi a piedi e scale distanziate per arrivare alle imbarcazioni, possiamo dedurre da una parte che non è interesse dell’istituzione Biennale migliorare le possibilità di quello che nei fatti è un accesso “libero” ai Giardini, dall’altra, però, non può neanche recintare completamente questi passaggi, dato che, come dicevamo, le barche devono poter essere in qualche modo raggiungibili.
6. Cos’è la critica spaziale?
Progetti come questo possono considerarsi esempi di critical spatial practices. All’interno di A Place Between Art, Architecture and Critical Theory (16), Jane Rendell le definisce come una serie di esperienze che si posizionano tra architettura, arte e studi sociali, altrimenti difficilmente catalogabili. Il tratto caratteristico delle critical spatial practices è l’ attivazione delle dinamiche di potere sottese in un certo spazio. Non vanno intese come oggetti posizionati tra le persone, quanto piuttosto come una serie di scambi e azioni che intendono tracciare un punto di vista critico mentre affrontano una esigenza reale. Riferendosi alle esperienze di arte pubblica, Alessandra Pioselli ha notato come il limite che possiamo riscontrare nel contesto italiano circa le operazioni nello spazio urbano è riferibile al fatto che, fin dagli esordi degli anni Sessanta, “la città fu intaccata solo parzialmente nelle strutture architettoniche e tanto meno in quelle urbanistiche, e possiamo aggiungere sociali” (17). Nonostante gli sviluppi (anche molto interessanti) messi in campo, per lo più la città rimane sfondo e l’arte rimane arte. Le perplessità che si registrano spesso ancora oggi sono inerenti al fatto che “il vessillo del riscatto di energie represse e creative sia un inganno ideologico perché questo riscatto non avviene” (18) e che “la tanto decantata ipotesi comunitaria e il mito della “festa liberatoria” (...) siano buoni per artisti in regime di fratellanza ma che non tocchi affatto la gente comune, che ne rimane sostanzialmente estranea” (19). La questione è l’univoco rapporto di direzionalità che si mantiene tra la proposta artistica e il contesto concreto: l’autore (agente) deve produrre una situazione in quello scenario (ricevente). L’approccio delle critical spatial practices suggerisce qualcosa di diverso perché quest’ultime non hanno lo scopo esclusivo di produrre un evento o un’opera. In esse arte e architettura rappresentano sia un mezzo che una finalità. Da un lato i loro metodi e le loro sensibilità sono usate per mobilitare lo spazio e affrontare determinate situazioni, dall’altro tali determinate situazioni sono usate per riflettere criticamente su arte e architettura. L’aspetto critico, mediante l’attivazione delle forze in gioco nella spazialità, è quindi rivolto alla società e all'architettura o alla pratica artistica stessa. La sfida è, in sostanza, approcciare un problema e, insieme, sfruttare il problema come un'occasione di riflessione e perfezionamento. È infine necessario che le tattiche d'intervento nello spazio pubblico siano libere dalla pretesa di risolvere le problematiche affrontate, nella consapevolezza di non poter essere in nessun caso La Soluzione, almeno non direttamente.
Ottobre 2023
1) Per approfondimenti si veda: Stefano Guidarini, Ignazio Gardella nell’architettura italiana. Opere 1929 - 1999, Skira editore, Milano, 2002, pp. 134 - 148.
2) Fabio Ciaravella (a cura di), Pop housing. Nuovi immaginari per le case popolari, Letteraventidue edizioni, Siracusa, 2021, p. 150.
3) Michel Lussault, Iper-luoghi. La nuova geografia della mondializzazione, Franco Angeli Editore, Milano, 2019, p. 20.
4) Ivi, p. 21.
5) Ivi, p.20.
6) Per approfondimenti si veda: Pierre-Alain Croset, Gino Valle. Progetti e architetture, Electa Editore, 1989, Milano, pp. 210 - 217.
7) Davide Tommaso Ferrando, Intervista mia.
8) Sarah Gainsforth, Abitare stanca. Un racconto politico, Effequ Editore, Firenze, 2022, p. 121.
9) Ibidem.
10) Davide Tommaso Ferrando, Intervista mia.
11) Ibidem.
14) Segnaliamo anche la serie fotografica di Laurian Ghinițoiu Gates of Giardini. Approfondimenti: https://unfoldingpavilion.com/post/717096448841449472/gates-of-giardini-by-laurian-ghini%C8%9Boiu
15) Davide Tommaso Ferrando, Intervista mia.
16) Jane Rendell, A Place Between Art, Architecture and Critical Theory, Tallinn, Estonia , 2003.
17) Alessandra Pioselli, L’arte nello spazio urbano. L’esperienza italiana dal 1968 a oggi, Johan and Levi Editore, Monza, 2015, p. 25.
18) Ivi, pp. 25 - 26.
19) Ivi, p. 26.
19) Ivi, p. 26.