Dopo Parigi anche Roma la assume a modello
Daniela De Dominicis
A volte è sufficiente un aforisma ben congegnato perché un concetto aderisca alla mente delle persone e vi resista nel tempo. Meglio di qualsiasi saggio o approfondimento critico può riuscire a veicolare la quint’essenza di un pensiero complesso. In ambito filosofico il panta rei di Eraclito comunica l’idea di una realtà in divenire alternativa alla staticità dell’essere; nella progettazione architettonica il citatissimo less is more allude all’essenzialità dei materiali e delle forme sostenuta e promossa da Mies van der Rohe; la machine à habiter teorizzata da Le Corbusier introduce il concetto dell’unità abitativa costituita dall’incastro funzionale di parti come in un marchingegno meccanico.
L’aforisma di Carlos Moreno
In merito alla programmazione urbana, uno slogan che in tempi recenti ha registrato indubbio riscontro è quello della città dei 15 minuti. Una definizione rispetto alla quale, prima di arrivare a capirne i concetti di base, ci si dispone subito positivamente poiché sembra promuovere un pensiero semplice che si intuisce subito a misura d’uomo: in realtà è un nuovo modello di stile di vita più che una diversa pianificazione urbanistica, quello messo a fuoco circa dieci anni fa (2016) dal colombiano Carlos Moreno. Sudamericano di nascita e francese di adozione, Moreno (1) è assurto alla fama proprio grazie a questo concetto. La sua formazione è stata di tipo matematico e dagli anni 2000 ha lavorato all’applicazione delle innovazioni tecnologiche ai servizi pubblici delle cosiddette smart city; ben presto però un approccio più filosofico lo ha avvicinato all’analisi dei centri urbani e soprattutto ai problemi legati al cambiamento climatico. Lavorando alla possibilità di organizzare il tempo della nostra vita in modo diverso rispetto a quello attuale, troppo condizionato dagli spostamenti e dunque dall’uso dei trasporti con l’inquinamento che ne deriva, Moreno ha ipotizzato il concetto di città di quartiere. Per far sì che il raggio d’azione di ciascuno possa essere contenuto in un’ area limitata è necessario in primis potenziare i posti di lavoro di zona, favorire le attività commerciali di prossimità in alternativa ai grandi centri commerciali in periferia, moltiplicare i servizi sul territorio tanto da avere tutto ciò che serve vicino; ridurre gli spostamenti significa ridurre l’inquinamento che una politica di piste ciclabili e di pedonalizzazione diffusa contribuisce ulteriormente ad arginare; infine orientare il tempo libero, ricavato dalla riduzione del pendolarismo, verso i luoghi di una rinnovata socialità (giardini, piazze, parchi, edifici pubblici), … : tutte soluzioni che rivitalizzano i quartieri e migliorano lo stile e la qualità della vita. Il nostro tempo e il nostro spazio dunque ripensati e calibrati diversamente per soddisfare, come sostiene Moreno, le sei funzioni di base della socialità: vivere, lavorare, imparare, rifornirsi, prendersi cura e divertirsi (2) .
Lo slogan semplice e incisivo de la città dei quindici minuti si è imposto con una facilità sorprendente ed è stato adottato in primis da Anne Hidalgo, la sindaca di Parigi, come parola d’ordine della campagna elettorale per il suo secondo mandato (2020). Il sodalizio con quest’ultima – particolarmente impegnata sul fronte delle politiche ambientali, tanto da presiedere per quattro anni il C40 per contenere i cambiamenti climatici (3) – ha garantito a Moreno una visibilità internazionale. Nel corso della seconda assemblea Habitat delle Nazioni Unite (2023), con il contributo di C40 e dell’Università della Sorbona, ha preso vita il Global Observatory of Sustainable Proximities (Osservatorio Mondiale delle Prossimità Sostenibili) cui aderiscono 293 centri urbani (4) che assumono questo modello come normativo.
Le concentrazioni urbane – soprattutto quelle dalle dimensioni monster come Giacarta, Tokyo, Shanghai, Città del Messico, Lagos… che arrivano anche a contare 30, 40 milioni di abitanti – non dovrebbero essere più pensate come un unicum bensì come un insieme di unità indipendenti e, in quanto tali, più facilmente gestibili e controllabili; insediamenti costituiti di nuclei autosufficienti dunque in cui il concetto di prossimità diventa il requisito fondamentale unitamente a quello del risparmio del suolo, del riutilizzo degli costruzioni dismesse, del coinvolgimento attivo dei cittadini nella gestione del verde e degli spazi urbani ad innescare un senso di appartenenza e di sicurezza sociale mantenuta da controlli spontanei.
Laboratorio Parigi
Nella capitale francese, in particolare, l’amministrazione cittadina ha utilizzato le eccezionali esigenze pandemiche per investire massicciamente sui percorsi ciclabili che ora risultano diffusi su tutta l’area urbana. La centralissima Rue de Rivoli, l’asse rettilineo di 3 km voluto da Napoleone I che attraversa il centro da Est ad Ovest, è diventato una strada a priorità ciclistica con più della metà della carreggiata dedicata alle biciclette. La rigenerazione di diversi arrondissement ha trovato sponda nella riqualificazione innescata dai XXXIII giochi olimpici che, lontani dagli investimenti faraonici di Londra e Atene, ha mirato a mantenere un profilo di utilità e sostenibilità in linea con gli accordi del COP21. Numerose le aree pubbliche recuperate al verde e alla socialità ma anche la promozione di servizi e capillari attività artigianali promossi dal marchio “Made in Paris”; tra gli esempi più rilevanti è la riqualificazione di Saint-Denis – parte del famigerato e poverissimo Dipartimento 93 – con sei ettari destinati a parco, il villaggio olimpico firmato nel master plan da Dominique Perrault (attualmente utilizzato a scopo abitativo) e i 44 alloggi sociali progettati da DREAM (5). In questo dipartimento si è inaugurato l’hub più importante del Grand Paris Express (6) con la stazione di Saint-Denis Pleyel progettata da Kengo Kuma, perché la città di quartiere di cui parla Moreno per funzionare deve essere anche una città connessa, quello che con un ossimoro viene definito un “localismo cosmopolita”.
Il precedente storico di Jane Jacobs
L’idea di una città policentrica non è nuova e si ispira alle idee rivoluzionarie di un’urbanista sui generis troppo a lungo ingiustamente negletta e ora in corso di universale rivalutazione. Si tratta di Jane Jacobs (7), giornalista statunitense famosa per il testo The Death and Life of Great American Cities (1961), tradotto in Italia, con otto anni di differita, con il titolo Vita e morte delle grandi città - Saggio sulle metropoli americane (Einaudi 1969). Le radicali critiche che in questo testo l’autrice rivolge alla città-giardino di Ebenezer Howard nonché alla città radiosa di Le Corbusier (che definisce una città-giardino verticale) sono rimaste però inascoltate e nulla ha impedito alle idee di questi ultimi di orientare tanta parte della pianificazione urbana dei decenni successivi. La motivazione prioritaria dei due urbanisti citati, cioè quella di riportare i cittadini a vivere nel verde (per Howard con insediamenti campestri di 30 mila abitanti, per Le Corbusier in città con 3mila abitanti per ettaro, concentrati però in torri altissime così da avere il 95% del suolo destinato a parco), si concretizza però secondo Jacobs in città bloccate, ovvero non modificabili nel corso del tempo, con una gestione così centralizzata da impedire qualsiasi iniziativa individuale sia a livello sociale che economico, ovvero l’esatto opposto di un insediamento vitale e funzionante. La separazione delle aree in base alle destinazioni d’uso ha finito inoltre per dar vita a quartieri funzionanti in modo alterno: le parti residenziali si popolano nelle ore serali e notturne svuotandosi di giorno, quelle produttive e amministrative l’esatto contrario. È il concetto della zonizzazione che è stata alla base di città costruite ex novo nel secondo dopoguerra, basti pensare a Chandigarh e Brasilia, ma anche linea guida dei quartieri intensivi degli anni Settanta (per esempio Laurentino 38, Vigne Nuove, Corviale…) tutti con aree a funzioni ben separate. I famosi assi attrezzati, che tanta parte hanno avuto nel dibattito sui piani regolatori delle nostre città a partire dal ’50, sono il frutto di questa medesima filosofia urbana. Come non ricordare il coinvolgimento di Kenzo Tange (8), l’ architetto giapponese ispiratore del movimento Metabolista, incaricato agli inizi degli anni Ottanta del Centro Direzionale di Napoli e successivamente del progetto dello SDO, il Sistema Direzionale Orientale di Roma (1986), ultimo tentativo di dare attuazione alla concentrazione delle strutture amministrative e terziarie nella zona Est, che non ha mai visto la luce. Nel ’95, dopo quindici anni di lavori, si è concluso invece l’intervento partenopeo che in realtà non è mai riuscito a diventare una parte integrante della città e continua tutt’oggi – nonostante una minima apertura alla funzione abitativa nonché l’attivazione di un collegamento metro – ad essere percepito come una sorta di appendice inanimata, estranea al contesto.
Il fallimento delle utopie urbanistiche di marca razionalista, ha dato vita a ripensamenti e sperimentazioni alternative. Le parole d’ordine, ormai ampiamente condivise, che negli ultimi decenni hanno guidato e guidano la progettazione dei nuovi insediamenti sono quelle della intensificazione costruttiva, della diversità sociale, della polifunzionalità: la copresenza di questi tre fattori ha permesso la creazione di quartieri di successo, vitali e funzionanti.
La proposta di Carlos Moreno di una città pluricellulare si inserisce in questa stessa direzione. E dopo Parigi anche Roma sembra esserne stata sedotta.
I progetti per Roma
Negli ultimi cinque anni la capitale ha vissuto un periodo di frenetica trasformazione sulla scorta dei fondi del PNRR e degli investimenti giubilari orientati ad “interventi essenziali e indifferibili” così come vengono definiti nel DPCM (15/XII/22 e 8/VI/23) i 184 progetti messi in cantiere.
In realtà parallelamente a tali urgenze ha preso vita un ripensamento globale dello spazio urbano con l’ambizione di ragionare sull’idea di una città all’avanguardia con interventi di medio e lungo periodo. Si tratta del programma 15 municipi, 15 progetti per la città dei 15 minuti e del Laboratorio Roma_050.
Il primo viene approvato inizialmente dall’Assemblea capitolina (9) nel novembre 2021 quando anche Roma adotta l’ipotesi urbanistica di Carlos Moreno. Ognuno dei quindici Municipi in cui è organizzata la città mette in campo la sua progettualità di rinnovamento dello spazio urbano secondo quell’idea di città policentrica e di decentramento amministrativo che sostiene l’intero progetto. I piani che vanno dai micro a macro interventi (abitativi, geologici, paesaggistici, …) prevedono lavori con diversi archi temporali: a breve (2 anni), a medio (5 anni) e lungo periodo (10 anni). Una rigenerazione urbana in linea con le necessità degli abitanti, dalle periferie al centro, con la priorità di creare un sistema di connessioni pubbliche funzionanti.
Il secondo (10), per la direzione di Stefano Boeri e il coinvolgimento dello studio OMA di Rem Koolhaas, ha selezionato le proposte di 350 architetti per individuare le linee guida di un futuro possibile con due orizzonti temporali: il primo più immediato del 2030, il secondo di più ampio raggio del 2050. Tra le prospettive più interessanti vi è quella di recuperare il Tevere e le altre vie d’acqua, compreso il litorale, alla vita dell’urbe: i documenti prodotti – l’Atlante delle Trasformazioni, l’Affresco della Roma Futura e la Carta per Roma – sono stati presentati nella sala della Protomoteca nel giugno 2025.
Progetti sulla cui concretizzazione non vi è nessuna certezza, per il momento Roma si gode l’apertura delle due nuove stazioni della Metro C che dopo tredici anni di lavori hanno finalmente visto la luce.
Gennaio 2026
1) Carlos Moreno (Colombia 1959), all’età di vent’anni si è trasferito in Francia come rifugiato politico. È professore associato alla cattedra di Imprenditoria-Territorio-Innovazione della Sorbona di Parigi. Si è formato sui testi di Edgar Morin, il filosofo francese sostenitore di una visione olistica del sapere con un approccio transdisciplinare; sulle teorie dell’economista bangladese Muhammad Yunus, l’inventore del microcredito senza garanzie che ha permesso alle classi meno abbienti di uscire dalla povertà e infine sul pensiero della sociologa Saskia Sassen che ha studiato le ricadute della globalizzazione sulle città.
2) Le teorie di Carlos Moreno sono confluite in vari testi il più famoso dei quali è The 15-Minute City: A Solution to Saving Our Time and Our Planet, John Wiley & Sons Inc, 2024.
3) Il C40 è la rete dei sindaci delle grandi città del mondo, fondata nel 2005 per mettere a punto misure urgenti in merito alla crisi climatica. Nel 2015 Parigi è stata anche la sede del COP21, la conferenza mondiale sul clima per contenere gli effetti dell’inquinamento. Gli Stati Uniti con l’amministrazione Trump hanno ritirato la firma dagli accordi raggiunti perché troppo gravosi economicamente.
4) Cfr. Francesca Pierangeli, L’inventore della città dei 15 minuti, Frontiere, 4 dicembre 2023, n 22.
5) DREAM è uno studio di progettazione architettonica fondato nel 2018 da Dimitri Roussel.
6) Il Grand Paris Express è la rete metropolitana ad anello intorno a Parigi per un totale di 200 km in corso di completamento.
7) Jane Jacobs (Scranton, Stati Uniti 1916-Toronto, Canada 2006), nata Jane Isabel Butzner, nota come Jane Jacobs dal cognome del marito, Robert; dal ’52 lavora nella redazione della rivista Architectural Forum e inizia ad occuparsi di urbanistica. Famosa all’epoca per il suo impegno politico contro la distruzione del Greenwich Village a New York. Scrive diversi libri dedicati all’economia urbana (tra cui: The Economy of Cities, 1969; The Nature of Economies, 2000; Dark Age Ahead, 2004). Nel 2016, a dieci anni dalla morte, nell’ambito degli European Regional Meeting a Barcellona Jane Jacobs viene ricordata come una fondamentale figura di riferimento da tutti gli urbanisti partecipanti.
8) Kenzo Tange (1913- 2005), nel 1957 mette a punto un futuristico progetto per la baia di Tokyo ma assurge alla fama mondiale con il piano per le olimpiadi nel 1964 sempre a Tokyo e nel 1970 firma quello dell’Expo di Osaka. A lui si devono il Shizuoka Press and Broadcasting Center (1967) a Tokyo, il Yamanashi Broadcasting and Press Centre a Kōfu (1962-66) e il Fuji TV a Tokyo (1993-96), tutti basati su mega strutture fisse su cui si innestano parti modulari. Nel 1987 vince il Pritzker Prize.
9) Assemblea Capitolina, delibera n.106 del 19/11/2021.
10) Laboratorio Roma_050, attivato nel 2023, è un progetto voluto da Roma capitale e dall’ Assessorato all’urbanistica; diretto da Stefano Boeri e coordinato da Eloisa Susanna e Matteo Costanzo, ha selezionato le proposte più interessanti sul futuro della città di Roma. Il frutto di tale ricerca è confluito nella Carta per Roma presentata ufficialmente in Campidoglio il 23 giugno 2025 alla presenza di Rem Koolhaas.