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arte e oltre / art and beyond
rivista trimestrale di arte contemporanea
ISSN 2284-0435

La ricerca artistica di Sirine Fattouh nel contesto post-bellico libanese

Marzia Failla
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Tra memoria e testimonianza si colloca la ricerca dell’artista franco-libanese Sirine Fattouh che, “privilegiando la presentazione […] piuttosto che la rappresentazione […]” (1), prende forma guardando al complesso contesto del Libano post-bellico.
Artista, ricercatrice, fotografa e regista, Sirine Fattouh analizza l’area mediterranea e il suo essere un composito luogo di incontro ma anche di frizione tra culture differenti: attraverso un inedito accostamento alla pratica documentaria, la sua attenzione sensibile si pone infatti al centro di un filone di ricerche artistiche che stanno sapientemente rivolgendo lo sguardo al contesto politico-sociale delle aree libanese e medio-orientale contemporanee. L’esperienza individuale e quella memoriale si intrecciano nei suoi lavori nel tentativo di elaborare il passato traumatico legato alla guerra e restituirne una nuova traccia.
Sovrapponendo ricerca teorica e sperimentazione artistica, le regie orchestrate da Fattouh nei suoi video e film posizionano il ruolo dell’“artista-regista” all’apice di un percorso interdisciplinare che ibrida insieme diversi orizzonti, con la costante intenzione di rivolgere la propria analisi al Mediterraneo contemporaneo e alle sue questioni più urgenti.
L’arte si configura per Fattouh come un dispositivo di ricerca e di “contro-narrazione”, come un “terzo spazio” - per riprendere uno dei principali riferimenti dell’artista, ovvero il pensiero dello studioso Homi Bhabha e i suoi concetti di “terzo spazio” e ibridazione culturale (2) - attraverso il quale rinegoziare l’esperienza diasporica e identitaria.
Ad esempio, con la video-installazione Entre les Ruines (2007) si ha la misura del dispositivo risemantizzante con cui Fattouh ha riabitato uno scenario post-conflitto, nello specifico il villaggio di Bint Jbeil nel sud del Libano (3), poco dopo la fine della guerra dei trentatré giorni tra Hezbollah e l'esercito israeliano nel 2006.
Rendendone la testimonianza da una prospettiva allo stesso tempo oggettiva e soggettiva, il video ha mostrato un danzatore muoversi con raffinata delicatezza tra le architetture in rovina: attraversandone corporalmente la memoria stratificata del conflitto, la coreografia del danzatore del ventre libanese Alexandre Paulikevitch ha restituito mediante la presenza performativa del corpo nei luoghi della memoria la prospettiva filtrata dell’artista-regista.
Proprio questa duale dimensione di Fattouh non ha tentato infatti una sovrapposizione con lo sguardo dello storico ma piuttosto ha insediato la memoria del conflitto esattamente nel contesto delle sue architetture decadenti: Entre les Ruines ne ha assorbito la testimonianza attraverso la danza che, con il suo passaggio effimero e immateriale nei luoghi, ne ha raccontato corporalmente e performativamente la relazione instabile tra identità, territorio e confine.
Dunque l’innesto a cui è giunta Fattouh si è nutrito, come si accennava, di una dimensione di oggettività-soggettività che le ha permesso di riflettere sul territorio cicatrizzato dal conflitto intendendolo come una dimensione non solo fisica, ma piuttosto e soprattutto psicologica, identitaria, socio-culturale e di inscrivere la testimonianza personale in un più ampio tessuto temporale di indagine. In Walking Borders (2017) ad esempio, video realizzato a Beirut in collaborazione con la danzatrice Emilia Giudicelli, l’atto del riportare alla luce un ricordo dell’infanzia dell’artista - ovvero quando all’età di otto anni con la propria famiglia attraversò, durante la guerra civile, la capitale libanese da occidente a oriente per la prima volta - ha strutturato la conversazione tra le due artiste per le strade di Beirut sul tema dei confini e dell’identità.
Tra i lavori più recenti compaiono una serie di video accomunati dalla sperimentazione in chiave testimoniale della realtà caleidoscopica del Libano contemporaneo. In particolare, la diaspora araba è divenuto perno narrativo centrale nei video A Conversation with my mother (2014) e 24 Hour Lebanon (2023).
Nel primo lavoro - costituito da una conversazione dell’artista con la madre, mentre sono impegnate nel gioco del backgammon - vengono ripercorsi gli spostamenti che la donna ha affrontato nel corso della sua vita, da Damasco dove è nata, passando per Aleppo, Riyadh, per poi approdare in Libano.
24 Hour Lebanon è invece un progetto che ha sintetizzato video realizzati tra il 2018 e il 2021 producendo in questo modo un diario testimoniale degli anni di residenza più recenti dell’artista in Libano, “collettivizzando” e creando un “campo figurale” (4) nel passaggio da esperienza diasporica personale a intersoggettiva.
Immagini decelerate o al contrario velocizzate sono state post prodotte per andare a creare un video che, nel suo complesso, avesse una durata di ventiquattro ore e che è stato presentato con il silenziamento dei suoni al fine di privilegiare la potenza visuale delle immagini.
Facendo ancora riferimento al legame dell’artista con il tema delle origini, è risultata particolarmente interessante la mostra Unpredictable Times che si è tenuta presso La Galerie, Centre d’art contemporain di Noisy-le-Sec tra il 18 novembre e il 16 dicembre 2023, nell’ambito della quale l’artista ha presentato un brillante focus sulla propria ricerca: tra i molteplici lavori presentati, oltre a 24 Hour Lebanon, il film Behind the Shield (2023), e le video-installazioni Fragments (2023) e We Stand With No Fear! (2019-in corso).
Sia il film Behind the Shield che il progetto Fragments hanno raccontato dalla videocamera posta sul parabrezza della vettura dell’artista eventi salienti e recenti che hanno interessato la storia della capitale libanese.
Fragments in particolare è un'installazione video-sonora a cinque canali, presentata attraverso cinque grandi schermi, che a loro volta hanno proiettato due colonne sonore che si sono alternate tra loro senza soluzione di continuità, al fine di favorire il coinvolgimento sinestetico dello spettatore; è stata realizzata in collaborazione con gli artisti del suono Jean-Jacques Palix e Nour Sokhon (5)  e le riprese video, che hanno ricoperto un arco temporale di circa due anni proseguito a intermittenza tra il 2018 e il 2020, hanno immortalato le proteste iniziate il 17 ottobre 2019 note come la “rivoluzione di ottobre” di Beirut - o Thawra in arabo - ma anche scene legate alla quotidianità come i giorni di lockdown dovuti al Covid-19, e ancora la disastrosa esplosione nel porto di Beirut avvenuta il 4 agosto 2020. 
Come in 24 Hour Lebanon, in Fragments e Behind the Shield Fattouh ha costituito uno stratificato archivio del quotidiano in cui la dimensione intima e familiare si sono elevate a spazio di condivisione; ma questi “archivi”, che rifuggono una loro sistematicità, si denotano come volutamente incompiuti e appaiono senza una struttura narrativa predefinita, bensì prendono vita con l’idea di esplorare temi quali l’esilio, la migrazione e l’identità attraverso la potenza del linguaggio visivo.
L’atto documentaristico si è configurato dunque non solo come atto testimoniale, bensì come un gesto volto a svelare e produrre memoria sui luoghi e la cultura di un paese ambivalente come il Libano, al fine di portare alla luce del pubblico e delle future generazioni, grazie alla pratica artistica, ciò che è stato misconosciuto o eclissato: per esempio From Algiers to Beirut (in corso) si configura come un video che mostra il dialogo tra Fattouh e l’artista Leïla Saadna, condotto rispettivamente in lingua libanese e algerina e accompagnato da traduzioni in francese; From Algiers to Beirut ha affrontato temi legati alle dinamiche migratorie, interrogando al contempo esperienze di marginalizzazione e discriminazione. Attraverso questo incontro, le due artiste hanno indagato i rapporti stratificati, complessi e talvolta conflittuali con i rispettivi paesi di origine, mettendo in luce come tali relazioni abbiano orientato scelte passate e continuino a incidere sui processi di costruzione identitaria e di appartenenza. Invece in From Syria to Palestine: El Autostrad (2017), video-installazione realizzata in collaborazione con Stephanie Dadour, due telecamere hanno ripreso dall’interno di un’automobile in movimento il percorso autostradale che congiunge l’intervallo territoriale tra il confine libanese-siriano con quello libanese-israeliano: circa quattro ore di riprese hanno immortalato duecento chilometri di storia, identità e polarità.
L’attraversamento del Libano ha dunque in molteplici lavori una carica latente che, in un più ampio “ritorno al sociale” (6) della pratica artistica, ha portato alla luce ferite, contrasti ed equilibri instabili.
Risulta esemplificativo in questo senso We Stand With No Fear!, opera video che sintetizza selezionate riprese realizzate tra il 2019 e il 2021 durante la rivoluzione libanese.
Anche in questo caso Fattouh ha ripresentato la struttura spontanea con cui ha organizzato il materiale visivo nei precedenti lavori citati, privilegiando un orizzonte di condivisione da riservare allo spettatore; le riprese che compongono We Stand With No Fear! sono state suddivise infatti in sezioni, così che il pubblico potesse liberamente muoversi e disporre di questo materiale, utilizzando le immagini come uno spazio di riflessione, in un più ampio processo di rielaborazione della memoria storica che continuamente reitera la propria tensione tra personale, politico e relazionale.
Il fil rouge che guida la ricerca di Fattouh attinge dunque continuamente all’esperienza personale dell’artista; l’esilio e la conseguente dimensione di frammentarietà identitaria tentano una loro ricomposizione e riconfigurazione tramite la pratica artistica, ispirando lavori come Songs of Exile (2023), un'installazione video composta da dodici schermi a cui corrispondono dodici interviste a persone che raccontano la propria condizione di sradicamento dal proprio paese di origine.
Invece, lo sguardo multifocale dell’artista si evince soprattutto in una serie di lavori come Never Say No (2006), The Artist is Present (2019) e A history of Lebanon through the works of its artists (2017).
Da artista-ricercatrice, femminista e attivista LGBQT, Fattouh ha ampiamente esplorato tematiche femministe e queer, si pensi a Never Say No. E se in The Artist is Present, lavoro del 2019,  Fattouh ha guardato alla storia, creando un tributo ad alcune figure chiave della ricerca artistica femminista e legata alla performance art, come Orlan, Valie Export e Marina Abramović, realizzando una carta da parati in cui si “autoritrae” mentre reinterpreta alcuni frame da performance storiche di differenti artisti, con la performance A history of Lebanon through the works of its artists, realizzata dopo aver concluso il suo dottorato di ricerca in Belle Arti, conseguito presso l'Università di Parigi 1 Panthéon-Sorbonne, ha raccontato la storia in prima persona.
Attraverso il dispositivo della lecture, in A history of Lebanon through the works of its artists, ha articolato un’analisi critica su una selezione di artisti libanesi attivi tra gli anni Novanta e Duemila, concentrandosi sulle loro pratiche e contribuendo così alla costruzione di una narrazione sul Libano contemporaneo, mediante la lente di ingrandimento posta in gioco grazie ai linguaggi dell’arte contemporanea.
Gli artisti e registi libanesi da lei interrogati hanno infatti prodotto e conservato un corpus di testimonianze sulla guerra civile, vissuta spesso in prima persona. A partire da tali materiali, Fattouh ha operato un lavoro di selezione e montaggio di video, dando forma a una narrazione autonoma sulla storia postbellica libanese. Nella performance, l’artista ha assunto il ruolo di voce fuori campo delle sequenze audiovisive oggetto della sua analisi, attivando un dispositivo riflessivo che ha interrogato i processi di mediazione, memoria e trasmissione del trauma storico.
La selezione di lavori affrontati delinea in conclusione alcuni assi portanti della ricerca artistica di Sirine Fattouh, una pratica che, inscrivendosi nel paradigma di un rinnovato “ritorno al sociale” dell’arte, attiva uno slittamento strutturale verso un campo di operatività intrinsecamente interdisciplinare. Tale dispositivo non solo rinegozia le condizioni di fruizione dello spettatore, ma riconfigura anche la posizione dell’artista come soggetto-regista, in grado di attivare spazi di riflessione e condivisione in relazione al contesto socio-culturale medio-orientale.
Tra memoria e testimonianza, il vissuto diventa linguaggio e il linguaggio si trasforma in atto politico.

Gennaio 2026

1) https://www.sirinefattouh.com/reminiscences-a-history-of-lebanon-through-the-works-of-its-artists (accesso il 16 gennaio 2026)
2) https://www.sirinefattouh.com/about-1 (accesso il 4 gennaio 2026)
3) P. Mania, Sedimenti di memorie mediterranee nell’arte, in Atlante dell’arte contemporanea nell’area del Mediterraneo. Sguardi, esperienze, orizzonti, P. Mania-R. Pinto, a cura di, Round Robin, Roma, 2023, p. 34.
4) R. Boccali, Riconfigurare il trauma: rappresentazione, presentazione, testimonianza, in «Altre Modernità», n. 5, 2022, p. 22.
5)  https://www.sirinefattouh.com/fragments (accesso il 14 gennaio 2026)
6) C. Bishop, The Social Turn. Collaboration and its Discontents, in «Artforum International», 2006, vol. 44, n.6.