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arte e oltre / art and beyond
rivista trimestrale di arte contemporanea
ISSN 2284-0435

In occasione della prima edizione della rassegna milanese

Lucilla Meloni  ha intervistato
Gianni Romano

BienNoLo, la mostra curata dall’Associazione ArtCitylab (Rossana Ciocca e Gianni Romano), da Matteo Bergamini e Carlo Vanoni, allestita nel milanese quartiere di NoLo dal 17 al 26 maggio nello stabilimento dismesso del laboratorio Panettoni Giovanni Cova, ha avuto un grande successo sia di pubblico (circa 8.000 visitatori in soli 9 giorni di apertura), che di critica.
Percorrendo i numerosi vani, salendo e scendendo le scale, e cercando le opere, nella mostra si respirava un’aria di freschezza. Proprio lo scenario da archeologia industriale con brani di natura spontanea che si intrecciavano alle rovine architettoniche e l’assenza dell’allestimento (inteso come strutture e percorsi che isolano i lavori e ne determinano una certa visuale), permetteva invece che questi apparissero nella loro essenzialità.
Ho provato così il piacevole sentimento di trovarmi di fronte alle opere, per così dire “colte sul fatto”, senza sovrastrutture; in questo senso parlo di freschezza.
Molte nascevano da oggetti trovati sul luogo, dal verde incolto, dalle strutture parietali esistenti; altre erano segni estranei allo spazio, che tuttavia ridefinivano.
Le sezioni che componevano la mostra: Abbracciare il paesaggio, Muffe, Camoufflage e Trasformazione, La forma delle parole, Metodo Materia e Meditazione, Inquietudine relazionale, Soggetto e Oggetto, Antropologie del trauma, Geografie e Tag, Vertigo, si intrecciavano permettendo al visitatore una visione complessa ma non frammentata, nonostante l’ampiezza concettuale e quella dello spazio.
Abbiamo intervistato uno dei curatori, Gianni Romano, editore e presidente di ArtCityLab.
Lucilla Meloni Il tema della mostra, intitolata Eptacaidecafobia, nome greco che rinvia al timore del numero 17, era dunque centrato sulla fobia. La prima considerazione che faccio è che la suggestione del titolo, solo in parte chiaramente accolta, non è stata interpretata in alcun modo in senso didascalico dagli artisti che invece a quel concetto si sono ispirati. Ti chiedo innanzitutto come è nato questo progetto.
 
Gianni Romano Gli artisti che interpretano in senso didascalico la realtà noi in genere li chiamiamo "grafici", l'artista non presenta quasi mai contenuti in maniera diretta, neanche il noto esempio di Guernica che si fa quando si insegna "arte e politica" può essere considerato didascalico. Nel nostro caso l'intenzione era di creare una manifestazione importante a Milano che coinvolgesse il quartiere ma che potesse interessare anche un pubblico internazionale. All'inizio dell'anno ho pubblicato un manuale per curatori che non vogliono fare solo gli assistenti di qualcuno, Become a curator, dove c'è una frase di Boris Groys che continuava a ronzarmi per la testa: "Una mostra contemporanea degna di questo nome non è una mostra d’arte locale nel contesto internazionale, ma una mostra d’arte internazionale nel contesto locale". Se pensi alle mostre più belle che ricordiamo... Ecco, BienNoLo, sin dal titolo, si prestava a questo gioco, la biennale di NoLo. Personalmente poi penso che in una biennale il tema sia del tutto di circostanza: Viva arte viva, May You Live In Interesting Times, ricordi una Biennale in cui gli artisti rispondevano al titolo? Il vero tema di una rassegna è essere una rassegna, gli artisti che inviti, il luogo in cui la ospiti, ogni biennale dovrebbe essere site-specific e sviluppare una propria visione in quel luogo, per questo torniamo da Istanbul con impressioni diverse di quando visitiamo Venezia. Anche il catalogo della mostra cerca di restituire tutto questo. Il tema della mostra, Eptacaidecafobia, è nato quasi per caso grazie a Carlo Vanoni, che è anche autore teatrale, così abbiamo cominciato a giocare con la fobia del 17 (secondo noi l'unica data possibile dopo Venezia per aprire al pubblico) e ognuno di noi ha cominciato a ricamarci sopra e ad abbinarci artisti che avrebbero potuto rispondere a questo tema.
 
L.M. Le opere sono state allestite oltre che nello stabilimento dismesso, in altri luoghi del quartiere. Erano pubblici o privati? E qual è stata la reazione degli abitanti del quartiere? 

G.R.
BienNoLo era la mostra allestita in questa architettura industriale dismessa e varie iniziative collaterali. Già prima della mostra abbiamo organizzato tre incontri nel quartiere, in luoghi pubblici e aperti al pubblico, e questo è servito a raccontarci al quartiere perché non devi dare per scontato che la gente legga i comunicati stampa. La reazione del quartiere è stata talmente alta che uno degli eventi paralleli, Habitat, non era neanche organizzato da noi, ma dagli stessi artisti della zona che hanno aperto una sessantina di studi, abitazioni private, box, cortili... all'ora in cui la mostra chiudeva. Oltre alla sede principale c'era l'installazione di Ivana Spinelli, Banco relazionale, al mercato comunale di zona, quindi un luogo pubblico, ma il patrocinio e la collaborazione del comune sono stati preziosi. Inoltre Monica Sgrò, alla Scuola del Sole del Parco Trotter, ha attivato vari incontri con i bambini e il pubblico realizzando un grande tappeto in lana naturale partendo dall’unione di tappeti da loro disegnati in precedenza. Un solo giorno il Tranvai, un locale allestito in un vecchio tram sul naviglio della Martesana, ha ospitato la Scuola di Santa Rosa di Francesco Lauretta e Luigi Presicce. PianoCity ha organizzato una matinée all'interno della mostra con due concerti.
 
L.M. Il percorso espositivo era scandito dai lavori di artisti di diverse generazioni; quali sono stati i criteri che hanno determinato la loro scelta?

G.R.
Nei nostri incontri nessuno dei curatori pensava in termini generazionali, naturalmente ne eravamo consapevoli e abbiamo pensato che non dovesse essere un must presentare solo emergenti o solo artisti già affermati, ma l'unico fil rouge dovesse essere una bella mostra in un ambiente particolare, per metà senza tetto e del tutto privo di elettricità, lasciando intatta la vegetazione spontanea che vi abbiamo trovato. Automaticamente sono state messe da parte le installazioni video, dunque, e la scelta è caduta su artisti che secondo noi avrebbero potuto lavorare sul posto e interagire con esso. Tutto questo ha restituito al pubblico una mostra con dei sottotemi... il senso di sostenibilità ecologica, ambientale, sociale, relazionale, oltre le nostre aspettative.

L.M.
Penso che sia centrale il senso di autenticità che emerge dalle opere e dal loro rapporto con il luogo. Tu pensi che il successo della mostra possa essere collegato anche a questo tipo di percezione da parte degli osservatori, stanchi di allestimenti inutili e ridondanti? Io penso che l’ampio apprezzamento di questa iniziativa sottolinei per contrasto anche quel senso di stanchezza che spesso proviamo davanti alle mostre paludate...

G.R.
Infatti, questa era la reazione più immediata da parte del pubblico che si fermava poi a parlarne con artisti e curatori, quella di non assistere alla "solita mostra", anche se quando organizzi un evento di questi tempi ti poni sempre il dubbio se abbiamo ancora un pubblico che riconosca iniziative non "paludate" oppure una certa dose di conformismo non sia diventata la chiave italiana al consenso. A Milano c'è un pubblico abituato bene e a una certa varietà tra le proposte di arte contemporanea, abbiamo ancora gallerie che fanno mostre importanti, fondazioni che producono mostre impegnative e l'attività istituzionale dei musei rivolta al grande pubblico. In un tale contesto cosa può fare un’associazione culturale? Scopiazzare il sistema senza un budget e grandi sponsor? No, ArtCityLab cerca di far relazionare istituzioni, cittadini, associazioni e fondazioni, creando un dibattito sul territorio e senza adeguarsi al sistema vigente. La nostra attività nasce dal basso, da quella fucina di sperimentazione che Milano ancora si dimostra attiva in vari campi, non solo nell'arte. BienNoLo nasce da un progetto di Carlo Vanoni e lui si è inserito alla perfezione in questo meccanismo, il pubblico ci ha dato ragione facendoci capire di aver colmato una mancanza, che quando si parla di innovazione sociale bisogna allargare lo spazio verso il basso e non solo puntare alle eccellenze.

L.M.
Una giornata è stata dedicata alle performance, e anche questa iniziativa mi sembra che confermi la volontà dei curatori di trasformare la visione dell’esposizione in un’esperienza diretta e condivisa, e mi sembra che in contemporanea ce ne fossero diverse...

G.R.
Ma anche qui, lasciami fare il curatore pignolo, quante volte vedi performance completamente scollegate dalla mostra in corso? Noi avevamo già in mostra due eventi... Stefano Arienti che riprendeva le muffe esistenti nello spazio colorandole e le attrici di Francesca Marconi che portavano in giro per la mostra l'abito esposto. Altre due artiste, Laura Cionci e Bea Viinamaki, erano state invitate dall'inizio per presentare una performance. Adrian Paci, il giorno della chiusura, ha organizzato una performance all'interno del suo stesso lavoro.

L.M.
La mostra avrà cadenza biennale: sarà sempre ospitata nell’ex capannone?

G.R.
Essendo una Biennale a tutti gli effetti terremo fede al nome, ma tra una biennale e l'altra verranno presentati al pubblico altri eventi meno impegnativi. C'è da considerare anche il capitolo spese, noi possiamo operare solo quando troviamo i soldi o vinciamo un bando. BienNoLo è costata 20.000 euro grazie a sponsor privati e tanto volontariato, per l'ultima Biennale di Venezia si parla di 14 milioni, vuol dire settecento volte ventimila. Per quanto riguarda la sede è ancora presto per dirlo, la rassegna resta comunque a NoLo.
Luglio 2019