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arte e oltre / art and beyond
rivista trimestrale di arte contemporanea
ISSN 2284-0435

Quando l’archivio si fa museo

Brunella Velardi

Il rapporto che i musei e alcune istituzioni culturali stanno via via instaurando con i propri archivi sembra svelare una notevole molteplicità di forme che manifesta, da un lato, la sempre più accentuata polisemia, versatilità e dunque diffusione del termine archivio; dall’altro, in alcuni casi, una polivalenza che rischia di tradire o creare confusione rispetto al significato, all’ordinamento e alle potenzialità dell’archivio stesso. Se si pensa poi al ricorso degli strumenti digitali nei processi, negli scambi e, di fatto, in ogni fase del lavoro museale, insieme con le ulteriori accezioni che nel campo dell’informatica assumono le parole “archivio” e “archiviazione”, è chiaro come tale fenomeno si sia notevolmente accentuato, insieme con l’espandersi della consapevolezza che, con l’ausilio del digitale, gli archivi possono nascere a nuova vita, conoscere sviluppi prima inimmaginati, raggiungere pubblici fino a qualche anno fa insperati.
Alcuni esempi di questa polivalenza possono aiutare a chiarire il contesto a cui ci riferiamo. Riflettendo sulla presenza di archivi digitali all’interno di un museo d’arte, possiamo renderci facilmente conto della varietà di contesti in cui l’”oggetto” archivio compare, sia in locale che online. In un museo sono infatti archivi digitali il protocollo informatico di un archivio corrente – strumento di registrazione e classificazione dei documenti – ma anche, più genericamente, una raccolta ordinata di file (oggetti digitali o digitalizzati) conservati su un computer, una memoria esterna o in cloud. Se invece guardiamo al panorama di internet, la dicitura “archivio” (così come quella di “centro di documentazione”) si riferirà alla pagina informativa dei siti web in cui vengono fornite indicazioni circa la consultazione in sede dell’archivio fisico (1), agli elenchi degli eventi passati (2) e, talvolta, ad archivi digitali consultabili in remoto. Si tratta, in quest’ultimo caso, di trasposizioni in formato digitale dell’archivio materiale, ovvero di una versione informatizzata dell’istituzione fisica.
In estrema sintesi, si può fare una distinzione tra due macro tipologie di archivi, indirizzandole a due principali scopi: gli archivi digitali dei musei e delle istituzioni in genere raccontano la vita culturale e burocratica dei loro “contenitori”, e gli usi che più di frequente si fanno di quei documenti sono ascrivibili ai campi dello studio e della conservazione; esistono poi alcuni casi di archivi digitali presenti all’interno dei percorsi museali, o addirittura di archivi fisici che divengono, attraverso manipolazioni digitali, musei di se stessi, che sono vòlti principalmente ad ampliarne la fruizione. Queste due tipologie di archivio digitale si configurano allora, rispettivamente, come versione informatizzata e come versione aumentata dell’archivio materiale.
Alla prima sono riconducibili le iniziative intraprese da diversi musei d’arte, che hanno avviato campagne di digitalizzazione di parte dei propri fondi finalizzate alla loro pubblicazione online (3). Ma anche realtà più sperimentali come quelle del MoRE – Museum of refused and unrealised art projects, in cui l’archivio digitale rappresenta l’unica occasione di esposizione di opere non realizzate (4), del New Museum di New York, che ha reso fruibile sia l’archivio che testimonia il complesso di attività che vi si svolgono – dunque costantemente aggiornato – con notizie, pubblicazioni, registrazioni audio e video (5), e, caso ancora più significativo, del Museo d’Arte Moderna di Varsavia. Attraverso la sezione “Resources” del suo sito web, infatti, il museo polacco mette a disposizione dei suoi visitatori/utenti una grande quantità di materiali di varia natura: nella sezione “Documentation” sono visibili i filmati delle conferenze tenute al museo con interviste agli artisti e incontri di approfondimento, in “Filmoteka” sono disponibili le opere di videoarte, frutto di una digitalizzazione finalizzata sia alla conservazione che alla fruizione, in “Archive”, gli archivi di artisti, istituzioni e rassegne, in “Texts” articoli e pubblicazioni online relative alle attività del museo e, infine, “Performance” è un archivio online tematico dedicato interamente all’arte performativa, con video delle azioni e seminari dedicati al tema (6).
Se tuttavia, passeggiando tra le sale di un museo, ci chiedessimo dove sia un documento d’archivio che ci aiuti a comprendere qualcosa in più sul contesto in cui è stata realizzata l’opera che stiamo osservando, la nostra domanda rimarrebbe probabilmente inevasa. Nei musei d’arte, infatti, la centralità della collezione di opere d’arte lascia difficilmente spazio a materiali diversi, inclusi quelli documentali, che vengono in genere conservati in spazi separati da quelli delle opere. Una tendenza molto comune, ribaltata solo in occasione di alcune mostre dal taglio storico. Spostando invece l’attenzione su altri tipi di musei, e in particolare su quei musei in cui centrale è la ricostruzione di una memoria storica e sociale, troviamo un panorama del tutto differente, in cui, spesso, l’archivio – presentato o evocato – gioca un ruolo cruciale sia nella costruzione del percorso espositivo, sia nell’esperienza del visitatore. È il caso della seconda tipologia di archivi digitali cui ci riferivamo sopra. Alcuni esempi italiani risultano particolarmente significativi in questo senso e forniscono numerosi spunti di riflessione sulle modalità in cui è possibile ripensare un patrimonio alla luce delle tecnologie e in funzione della sua trasmissione al pubblico.
A Roma, il Museo Laboratorio della Mente inaugurato nel 2000 con un percorso realizzato da Studio Azzurro, è stato strutturato proprio sulle testimonianze conservate negli uffici dell’ex manicomio di Santa Maria della Pietà. Attraverso cartelle cliniche, memorie degli internati e oggetti d’uso, restituiti sotto forma di ambienti, installazioni sonore e video interattivi, il visitatore viene coinvolto nell’esperienza di un luogo pregno di storie e di vissuti, e accompagnato nel delicato movimento del ‘mettersi nei panni’ di chi quegli spazi li aveva percorsi, sofferti, trasformati. Se l’architettura in questo caso può considerarsi di per sé un archivio – basta pensare alle vicende di cui è stata testimone e ai dibattiti che intorno ai manicomi si sono succeduti fino alla Legge  Basaglia e fino, ben ventun anni più tardi, alla chiusura dell’ospedale di Monte Mario – al contempo risulta difficile immaginare l’intervento di Studio Azzurro senza il ricorso ai documenti d’archivio, che qui costituiscono fonte storica e forma (manipolata dagli artisti in chiave comunicativa e multisensoriale), contenitore e contenuto, allestimento e opera del museo, associando, in definitiva, il percorso esperienziale con quello conoscitivo.
Tre anni più tardi nasceva il Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà di Torino, in cui carte, immagini e filmati d’archivio costituiscono il materiale espositivo di una mostra documentaria in formato digitale. Attraverso un’operazione di carattere anzitutto allestitivo e tecnologico (che si differenzia dunque dall’esperimento artistico romano), il museo, che ha il suo cuore nel Palazzo dei Quartieri Militari di San Celso e si riverbera in luoghi che sono stati centrali nella storia della città, è a tutti gli effetti un’immersione nelle vicende legate alla Seconda guerra mondiale, alle leggi antisemite, alla Resistenza e alla vita politica e civile del dopoguerra. Ancora una volta oggetto e veicolo di questa storia sono le testimonianze d’archivio, fruibili attraverso proiezioni interattive, filmati d’epoca, voci narranti.
Più recente è invece l’apertura de “Il Cartastorie”, museo dell’Archivio Storico del Banco di Napoli (2016), con un percorso multimediale di Kaos Produzioni. Gli intrecci di storie e le suggestioni di cui l’archivio è colmo, con un patrimonio di transazioni finanziarie la cui registrazione ha inizio nel ‘500, e che conserva testimonianza di vicende economiche, artistiche, sociali, religiose in alcuni dei secoli più significativi per la città, hanno costituito un imprescindibile punto di partenza per l’intervento installativo. Ricollegandosi all’esperienza di Studio Azzurro, il museo dell’archivio offre una duplice prospettiva: da un lato, “anima” i documenti grazie a strumenti multimediali che consentono al visitatore di ascoltarli attraverso interventi sonori, sfogliarli per mezzo di installazioni interattive, essere spettatori delle loro storie tramutate in scene e brevi filmati; dall’altro, “estrae” il potenziale evocativo delle carte per rimetterlo in circolo sotto forma di opera, all’interno di uno spazio che ne è allo stesso tempo supporto, allestimento e soggetto.
Tre tipologie di musei differenti per patrimonio, dunque, ma accomunati dalla centralità attribuita alle testimonianze d’archivio, senza le quali l’esposizione stessa non esisterebbe. In questi casi, un aspetto particolarmente interessante è il ricorso all’intervento artistico in funzione dell’ampliamento e potenziamento dei canali comunicativi del ‘materiale di partenza’. In tutti e tre, inoltre, l’uso degli strumenti digitali è centrale sia come medium artistico, sia come veicolo per la fruizione. Ciò che balza all’occhio, invece, è l’assenza di un museo d’arte con caratteristiche simili. Se una motivazione può facilmente essere rintracciata nella natura di per sé evocativa delle opere d’arte – rispetto, ad esempio, a documenti e oggetti d’uso – che le rende, a ragione, ‘intoccabili’, al contempo il pensiero va agli archivi d’arte, il cui potenziale di suggestioni, conoscenze, connessioni potrebbe rappresentare un fattore nuovo e fertilissimo, viene da dire, proprio per il loro riferirsi ad un universo sensoriale; e fornire chiavi innovative di lettura e diffusione di quei patrimoni documentali ancora oggi relegati in casellari informatici che, spesso, poca giustizia rendono alle storie di cui sono testimoni.
Luglio 2019
1) Si veda ad esempio il sito dei Musei Capitolini: www.museicapitolini.org/it/servizi_scientifici/centro_di_documentazione. URL consultato il 6/07/2019.
2) Molte sono le pagine web dei musei in cui la sezione “Archivio” si riferisce a mostre e attività la cui data risulta passata rispetto al giorno di consultazione. Si tratta di contenuti accumulati così come erano stati pubblicati – in genere con un comunicato stampa – al momento di darne notizia: in questi casi la sezione diviene “archivio” in quanto contenitore di elementi “archiviati”, secondo l’accezione giuridica del termine (cioè messi da parte, accantonati). È il caso, tra gli altri, del Museo del Novecento di Milano: www.museodelnovecento.org/it/mostre-passate. URL consultato il 6/07/2019.
3) Accanto alla semplice descrizione del fondo, è possibile consultare online i documenti di musei come il Mart o la GNAM, la Tate, o, negli Stati Uniti, la documentazione fotografica delle mostre del MoMA dall’apertura del museo ad oggi.
4) Vd. www.moremuseum.org/omeka. URL consultato il 7/07/2019.
5) Vd. archive.newmuseum.org/. URL consultato il 7/07/2019.
6) Vd. artmuseum.pl/en/zasoby. URL consultato il 7/07/2019.