Intervista a Andrea Aquilanti di Lucilla Meloni
Per Andrea Aquilanti, che definisce il territorio dell’arte come “il luogo delle meraviglie e della metafisica”, dove “confini sempre nuovi si aprono attraverso lo spostamento del limite tra immagine e immaginario”, l’intervento nello spazio architettonico rappresenta ogni volta la possibilità di mettere in moto nuove connessioni spazio-temporali nell’immaginario dell’osservatore.
Nascono così luoghi fantasmatici, puri artifici, in cui entra a pieno titolo la figura dell’osservatore, in un gioco sottile tra materiale videoregistrato, camere a circuito chiuso, proiezioni ri-disegnate o dipinte sulle pareti: un racconto dalla qualità ritmica e dalla forma instabile che si modifica davanti ai nostri occhi, dai molteplici dettagli, che mette insieme reale e virtuale.
Lucilla Meloni. Per il progetto Viandante, promosso dall’Accademia Nazionale di San Luca e dalla Regione Lazio all’interno della manifestazione Arte sui Cammini e curato da Barbara Reggio, sei intervenuto con una installazione permanente nel passaggio pedonale coperto di Via Guglielmo Marconi 51 a Viterbo.
Qui i passanti che scendono i gradini, alzando lo sguardo sulla volta, si trovano riflessi nell’immagine della Scala Santa. Rispetto ai precedenti lavori, compi un ulteriore salto spazio-temporale e concettuale, nell’istituire un rapporto tra un ordinario passaggio pedonale e un luogo sacro come la Scala Santa; inoltre al consueto disegno che ferma sulle pareti l’immagine proiettata, hai sostituito i colori della pittura.
Come nasce quest’opera?
Andrea Aquilanti. Il sottopasso aveva tutte le caratteristiche che cercavo. Volevo fare una videoproiezione e la penombra del luogo me ne dava la possibilità. Immediatamente ho pensato alla Scala Santa, soggetto che avevo già affrontato nel 2011 alla galleria Sala 1 a Roma, che è adiacente al sito stesso della Scala Santa.
Il progetto è all’interno del percorso della via Francigena, dunque in un antichissimo cammino spirituale e mi sembrava consono lavorare su un luogo con questo aspetto. Ritengo che la particolarità fosse proprio nella prospettiva del cammino. Intendo dire che essendo una tappa del percorso che va fino a Roma, il pellegrino immagina l’arrivo e la può sovrapporre, per associazione, al luogo che visiterà. In un certo senso, si crea un tempo sospeso, tra passato, presente, e futuro. La Scala Santa stessa è un luogo senza tempo. Luogo di fede, dunque di speranza, futura, ma è anche luogo dove il tempo scivola fra realtà, immaginazione, testimonianza di un racconto centrale nella storia dell’Occidente: la salita al Sinedrio di Gesù Cristo. Là c’è un’icona “Acheropita”: immagine non dipinta da mano d’uomo e il Santa Sanctorum. Affrescata con immagini dall’Antico Testamento, nel sottopasso ho cercato di restituirle una dimensione simile con la pittura. E poi, che bello poter dipingere in una dimensione così grande, sul muro, appunto, quasi un affresco!
L.M. Nelle molte installazioni ambientali che hai creato a partire dai primi del Duemila, una costante è la presenza del passante/osservatore che ne entra a far parte: un lavoro del 2004 presentato a Roma da Ugo Ferranti si chiamava, per l’appunto, Passanti.
Nel testo Le peintre de la Vie Moderne Baudelaire aveva scritto che “il piacere che ricaviamo dalla rappresentazione del presente dipende non solo dalla bellezza di cui può adornarsi, ma anche dalla sua qualità essenziale di presente”.
Si può senz’altro dire che nel tuo lavoro il presente resta tale, non invecchia: l’immagine cambia a seconda di chi passa o guarda. In uno dei due interventi che hai realizzato a Formia nel giugno scorso: Vedute dalle Torri di Castellone e Mola, promosso dalla Associazione Seminara Sogninterra in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Formia, si assiste, in tempo reale, al passaggio di un treno.
In una doppia temporalità, a Formia hai messo insieme il presente con temi quali la storia, la memoria, il sentire di una comunità...
A.A. Negli anni ho maturato una modalità di lavoro che mi permette di inserire vari elementi. La cosa che mi colpisce ogni volta è che questi elementi generano risultati inaspettati. Come il treno che nella videoinstallazione di Castellone attraversa un lembo dell’immagine in basso a sinistra. Treno che passa sotto la piazza della torre, e che normalmente tutti sentono ma nessuno vede. Infatti la telecamera era in un punto inaccessibile, in cima alla torre stessa. Chi guardava aspettava il passaggio del treno come un evento. La costruzione di questo lavoro è stata veramente imprevedibile e, devo dire, sorprendente. Ho potuto dipingere la carta solo all’ultimo e di fatto in pieno giorno, senza vedere bene la proiezione. Dunque, diciamo al buio. Non ero per nulla soddisfatto del risultato, ma ormai era troppo tardi, bisognava inaugurare. Ero anche arrabbiato con me stesso. Ma con l’arrivo del buio è tutto cambiato. I colori assolutamente troppo accesi di giorno, si sono rivelati perfetti di notte. La vecchia telecamera analogica creava un “rumore” di fondo, del tutto imprevisto, che generava uno scintillio ovunque ma in particolare sulla volta, che produceva un cielo infinito di stelle lucenti. Quello che voglio dire è che, di fatto, non controllo tutto. Il primo ad essere sorpreso sono io e solo dopo mi rendo conto delle riflessioni che si generano.
L.M. Attento ascoltatore delle suggestioni nate dai territori fisici e culturali che attraversi, ti sei confrontato più volte anche con motivi della storia dell’arte, quali il paesaggio o il vedutismo, quanto testualmente con opere di altri artisti, e penso, soprattutto, a Il Muro della Memoria (Cisterna), esposto nel Padiglione Italiano alla Biennale di Venezia del 2015, a Vedute di Roma Moderna (2013), a Carceri Visionarie (2013). Da dove provengono questi echi?
A.A. Infatti non distinguo una visione fisica, reale, da quella culturale. Fanno parte tutte e due di un'unica interpretazione della nostra mente. Lo sguardo non è mai oggettivo.
Prima di Leonardo da Vinci si pensava che dagli occhi partissero dei raggi che colpivano l’oggetto e che questo fenomeno permettesse la visione delle cose. In un certo senso nella costruzione della nostra mente accade qualche cosa del genere. Perciò non divido quel che conosco da ciò che vedo. Tempo fa feci un quadro ispirato a Vanvitelli, unendo la visione di allora con quella di oggi…Roma in questo è formidabile, la variante (tempo) come nella fisica contemporanea, scompare e puoi muoverti in grande libertà. Rivisitare le visioni di altri artisti è per me come camminare da un luogo a un altro.
L.M. L’originalità della tua ricerca consiste anche nella sua multimedialità e nell’uso, particolarissimo, che hai fatto del disegno e della pittura. Disegnare o dipingere a parete quello che viene proiettato, lasciando poi al caso la leggibilità dei segni, a seconda delle contingenze e dei movimenti di chi si frappone alla fonte di luce del proiettore, significa un po’ ripetere il gesto di Lascaux, come se solo il disegno potesse fissare il reale... È poi, ovviamente, un omaggio alla pittura...
A. A. Considera che allora, essendo dipinte al chiuso, le immagini erano illuminate con delle torce, e si muoveva tutto, altro aspetto che mi ha sempre interessato. E certamente le ombre di chi attraversava quello spazio si sovrapponevano ai dipinti. Penso al racconto di Plinio il Vecchio, al mito della pittura, che nasce ricalcando l’ombra dell’amato.
Si, la riflessione sulla pittura è al centro della mia ricerca. Continuo a cercare di ricreare la stessa vivida emozione con i mezzi che oggi ho a disposizione.
L.M. Il contesto in cui vai a operare è fondamentale per i successivi esiti formali. Ti chiedo in base a quali criteri scegli, tra le diverse possibilità, il luogo su cui intervenire.
A.A. Nessuno, o meglio la casualità. Attraverso gli spazi delle mostre che mi propongono. Ogni luogo è da risolvere. Quando capita che posso scegliere, magari all’interno di una collettiva, scelgo il “migliore”: non so, lo vedo subito. A volte intuisco immediatamente cosa fare, altre volte ho un metodo. Collego videoproiettori e telecamere e comincio a girare per il posto. La cosa misteriosa è che accade sempre qualche cosa di inaspettato. Magari solo una piccola ma sostanziale differenza rispetto a lavori precedenti. Faccio un esempio attraverso l’ultimo lavoro che ho fatto nella mostra Return Rome-Berlin, presso la Galerie Verein Berliner Künstler, a Berlino, ho impostato due proiezioni con due telecamere su un'unica porzione di muro. Girando le telecamere, a un certo punto una inquadratura è finita su un po’ di foglie di un alberello che stava subito fuori la finestra.
Una proiezione riproponeva lo spazio stesso e l’altra, sovrapposta, inquadrava l’albero esterno alla finestra. Sembrava che la luce arrivasse da fuori e colpisse questo ambiente come quando un raggio di sole penetra in una casa portando con sé le ombre esterne. Tutto accadeva nell’ambiente stesso e nel medesimo tempo nello spazio artificiale della proiezione. L’ombra di chi attraversava lo spazio si trovava sulla superficie del muro, confondendo ulteriormente le cose, creando lo smarrimento di chi guardava, poiché vedeva se stesso in un gioco di rimandi tra realtà diverse. Riflettendoci, questa è una ricerca che cominciai già nel 1993, dove in un intervento nella galleria il Segno a Roma, simulavo, con dei rettangoli bianchi dipinti sulle pareti della galleria, un riflesso di luce proveniente da una finestra inesistente; argomento che a distanza di anni ripresi nel 2016, all’interno della manifestazione Casa Futura Pietra nel Parco Archeologico di Siponto a Manfredonia, dove potei utilizzare un vera proiezione del sole insieme a quelle artificiali date dai proiettori.
Negli anni riprendo e amplio argomenti e soluzioni che mi interessano, scoprendo nuove possibilità di ricerca che, casualmente, mi dettano i luoghi stessi dove intervengo.
Ottobre 2019