Patrizia Mania ha incontrato Fabrizio Crisafulli e Federica Luzzi in occasione della mostra svoltasi negli spazi della Biblioteca Vallicelliana
Curata da Paola Paesano, la mostra Proiectum di Fabrizio Crisafulli e Federica Luzzi negli spazi del Salone Borromini e della Galleria dei Cesari della Biblioteca Vallicelliana di Roma è lo spunto per un dialogo a tre voci.
P.M. Questa mostra è un omaggio all’estetica di Francesco Borromini rivivificata nel contemporaneo e non è certamente senza significato che abbiate voluto intitolare il vostro intervento Proiectum alludendo credo proprio alle sporgenze e alle tensioni della sua architettura. Qual è stato l’avvio del progetto?
F.C. È la quarta installazione realizzata assieme a Federica, che considero un’artista straordinaria. È stata lei a propormi di proseguire la nostra collaborazione con un lavoro alla Vallicelliana. In questo caso, ad intrigarmi è stato anche il rapporto con Borromini, che, tra l’altro, è il maestro attraverso il quale ho avuto il primo vero approccio all’architettura. L’anno della mia iscrizione alla facoltà di Valle Giulia, il 1967, era il terzo centenario della sua morte, e venivamo mandati in giro per Roma a disegnare le sue opere. Quell’esperienza ha contribuito molto a farmi interiorizzare il suo mondo, che poi, abitando a Roma, ho continuato a frequentare.
Come hai osservato, il titolo Proiectum rinvia all’idea della sporgenza: e la sala Borromini è fortemente caratterizzata dal lungo ballatoio perimetrale, sul quale l’installazione lavora; e allude anche all’idea della tensione; e si potrebbe dire che Proiectum sia il risultato della tensione tra lo spazio della Vallicelliana, l’intervento di Federica e il mio. Rinvia infine all’idea del progetto, e anche a quella della proiezione: nell’installazione la luce non è diffusa nello spazio ma indirizzata secondo precise linee proiettive, appunto.
Nei due ambienti abbiamo fatto scelte di base simili: la prima è stata quella di sospendere nello spazio, in posizione centrale, una scultura di Federica, in modo da farla divenire il “fuoco”, lo snodo attorno al quale organizzare tutto il resto; la seconda, quella di allineare il fascio di luce, la scultura e l’ombra inscritta nell’ovale luminoso che risulta dalla proiezione, lungo un asse longitudinale. Nella galleria dei Cesari l’apparecchio illuminante è in alto e l’ombra è in basso, sul pavimento; mentre nella sala grande la relazione è invertita: l’apparecchio è in basso e l’ombra in alto, entro la specchiatura mediana della parete di fondo: un modo per concatenare tra loro le due installazioni sul piano strutturale, che forse potrebbe far pensare a quel dispositivo per tenere alta la tensione visiva e percettiva spesso attuato da Borromini, che Portoghesi ha definito “metodo di inversione”.
Come hai osservato, il titolo Proiectum rinvia all’idea della sporgenza: e la sala Borromini è fortemente caratterizzata dal lungo ballatoio perimetrale, sul quale l’installazione lavora; e allude anche all’idea della tensione; e si potrebbe dire che Proiectum sia il risultato della tensione tra lo spazio della Vallicelliana, l’intervento di Federica e il mio. Rinvia infine all’idea del progetto, e anche a quella della proiezione: nell’installazione la luce non è diffusa nello spazio ma indirizzata secondo precise linee proiettive, appunto.
Nei due ambienti abbiamo fatto scelte di base simili: la prima è stata quella di sospendere nello spazio, in posizione centrale, una scultura di Federica, in modo da farla divenire il “fuoco”, lo snodo attorno al quale organizzare tutto il resto; la seconda, quella di allineare il fascio di luce, la scultura e l’ombra inscritta nell’ovale luminoso che risulta dalla proiezione, lungo un asse longitudinale. Nella galleria dei Cesari l’apparecchio illuminante è in alto e l’ombra è in basso, sul pavimento; mentre nella sala grande la relazione è invertita: l’apparecchio è in basso e l’ombra in alto, entro la specchiatura mediana della parete di fondo: un modo per concatenare tra loro le due installazioni sul piano strutturale, che forse potrebbe far pensare a quel dispositivo per tenere alta la tensione visiva e percettiva spesso attuato da Borromini, che Portoghesi ha definito “metodo di inversione”.
Federica Luzzi. Più che lo spunto per un dialogo a tre voci direi un dialogo a quattro o più voci come "le interviste impossibili". Così erano intitolati quei bellissimi programmi radiofonici del '74 - '75 che mi piace qui ricordare in cui appunto uomini reali contemporanei fingevano di intervistare ottantadue fantasmi: Alberto Arbasino intervistava Oscar Wilde nella voce di Carmelo Bene; Paolo Portoghesi intervistava Francesco Borromini in quella di Roberto Herlitzka; in un perpetuarsi e propagarsi di "esseri estesi nello spazio" proiettati nel tempo come se ci fosse una struttura già esistente che tutto comprende. Qui in questo nostro dialogo manca l'aspetto sonoro della voce ma che abbiamo recuperato durante il periodo della mostra coinvolgendo, come in un percorso teatrale, più autori invitati a performare con azioni o letture di brani poetici nel contesto borrominiano e della nostra installazione: Alvin Curran, Giuseppe Garrera, Melissa Lohman, Gaia Riposati, Stefania Soskic, e Marina Benedetto, Claudio Damiani, Beppe Sebaste. Proiectum si è presentato come un dialogo continuo e non quindi fine a se stesso, un riverberare con la voce quello che è invisibile ed "impossibile" nella accezione in cui essa stessa voce non appartiene all'essere parlante ma a quello che soggiace in esso come luogo. In questo senso è qui utile la definizione di spazio del filosofo del XVI secolo Francesco Patrizi e che Portoghesi cita per comprendere l'esperienza che ne fa il Borromini. Spazio come estensione dell'essere sussistente in sé ma non legato alla realtà sensibile e come "corpo incorporeo", lumen universale, in un continuum fluire modellabile e che è originario.
È stato il particolare interesse della Direttrice della Biblioteca Vallicelliana Paola Paesano nei riguardi della mia ricerca scultorea "Shell", un anno fa, ad indurmi all'avvio di un progetto più ampio con Crisafulli, artista che stimo da molti anni, e che avrebbe potuto insieme a me riaffrontare nella sperimentazione l'eredità del passato, come pure si era posto a suo tempo Borromini guardando agli antichi; porre radici in chi ci ha preceduto per proseguire un dialogo, un confronto seppur nella innovazione. Il titolo Proiectum, è nel suo stesso etimo, allusivo a ciò che sta davanti e che tende in avanti; è gettare avanti lo sguardo e il pensiero, è proiezione di un corpo lanciato in avanti come di un oggetto proietto, espulso per nascita o proiettile fermo poiché destinato ad essere proiettato, ma non lo è ancora. Proiectum non si riferisce tanto al termine progetto, che in sé indica qualcosa di totalmente determinato a priori da me e Fabrizio tramite un accordo iniziale, e così infatti non è stato, ma si riferisce al nostro procedere per azioni e interventi nello spazio che hanno anticipato gli esiti stessi nel senso di "presagire", "prevedere" (che sta per "anti-vedere"), suscitando stupore in primis in noi che vi abbiamo operato. Proiectum quindi è legato alla verifica del risultato (a posteriori) e alla osservazione di quei fenomeni che emergono durante sia la preparazione che il termine del lavoro, come pure è legato all'osservazione e alla riflessione di quelle associazioni creatasi tra immagini preesistenti e quelle aggiunte che si rendono evidenti nella loro purezza.
P.M. Il binomio concavo/convesso, matrice della poetica del Borromini, ha trovato nella spirale e nella conchiglia la sua sublimazione formale assecondata sia dalle sculture di Federica che dalle luci di Fabrizio.
F.C. Nei lavori di Federica vi sono dei riferimenti alla realtà e alla natura, che, per quanto rielaborati, mantengono una presenza forte nell’opera. Anche in Borromini era così. La balaustra del ballatoio è caratterizzata da una serie di elementi decorativi come la stella, il giglio, il cor flammiferum, disposti in linea come un repertorio di segni in sequenza. Nell’installazione vi sono, sottotraccia, dei legami tra questi elementi e le sculture. Federica ha sistemato numerose sue opere dentro le bacheche illuminate, disposte su due linee nella sala grande, parallele ai lati lunghi del ballatoio; anch’esse, quindi, in sequenza. E mi sembra si sia creata una risonanza tra le due sequenze. Con la luce ho lavorato sui segni della balaustra in modo che ne venissero percepiti il disegno e la qualità quasi da “geroglifici”. Abbiamo infine sistemato due sculture di Federica, ai lati estremi del ballatoio di fondo, su due cuori fiammeggianti, scelta che richiama un altro aspetto del lavoro di Borromini, il quale faceva spesso scaturire immagini forti da accostamenti inediti, o comunque da ragionamenti simbolici mai accondiscendenti e ripetitivi. Tra gli oggetti della sua casa inventariati dopo la morte, vi erano delle conchiglie. Una di esse, come riferisce Joseph Connors, era «montata su un piedistallo a forma di artiglio d’aquila».
F.L. Come io da quando sono bambina raccolgo e colleziono semi di piante, Francesco Borromini per tutta la sua esistenza ha raccolto conchiglie e questo è confermato da Joseph Connors che riporta nell’inventario dei suoi beni alla sua morte, catalogata una grossa conchiglia. Nel Barocco si affaccia una nuova concezione dello spazio legata ad una ricerca dell'infinito e che trova espressione in Borromini nel ricorrere frequentemente al frammento dell'elica. Per sua natura asimmetrica l'elica si dilata e si comprime in un punto all'infinito così come le mie sculture annodate, partendo da una struttura a spirale, l'unica in grado di creare quelle linee morbide che tanto si avvicinano ad un corpo umano, possono assumere forme aerodinamiche come appunto quelle sinuose di alcuni semi arborei. Ma la sublimazione formale avviene con l'intervento straordinario di Fabrizio quando la luce, parafrasando sempre Francesco Patrizi, sostrato sustanziale di tutto ciò che esiste, è insieme forma e materia. A luce naturale la presenza del bianco-monocromo nel Salone Borromini uniforma sia l'intonaco delle pareti, lo stucco del soffitto che la mia opera sospesa dall'alto variando così nei diversi toni suggerendone il valore tattile come di un'unica realtà organica. Ma nell'oscurità quella stessa scultura illuminata da un faro di luce e osservata dal basso sembra colta nell'attimo fuggevole di stasi, magma plastico che ne restituisce cavità spaziali vibranti. Il senso dell'infinito nell'architettura è dato proprio dalla predilezione di Borromini per la curvatura che connette l'interno (dell'architettura stessa) con l'esterno (facciata) e secondo cui il termine organismo o organicità è appunto quanto mai pertinente e comune anche nella mia ricerca perché individua involucro e massa plastica nel medesimo istante, spazio-luogo di un corpo e vuoto (sinonimo di superficie che lo comprende spiega Gerolamo Cardano, filosofo del XVI secolo). È impressionante come questo nostro lavoro nella Biblioteca Vallicelliana abbia dato modo di riflettere e considerare tanti punti di contatto. Per esempio identificare come "entità spaziale" la facciata dei Filippini nella sua sporgenza in avanti, ossia di un corpo a braccia aperte che avvolge uno spazio nel modo analogo alla pelle, così spiegato da Borromini nell'Opus Architectonicum, e pure l'installazione creata dalla mia scultura e dalla luce di Fabrizio nella Galleria dei Cesari che si presenta come estroflessione di un organismo dalle linee curve, le quali si adattano ai movimenti dell'uomo come quelle del tessuto.
P.M. La riduzione a pochi semplici essenziali elementi è la chiave d’accesso più diretta per cogliere la funzione della luce nei lavori di Fabrizio e credo possa dirsi altrettanto per le sculture di Federica che, realizzate in tessuto vegetale, sembrano letteralmente “sbocciare”, come del resto anche le proiezioni luminose di Fabrizio che includono la sottostante architettura ridisegnandola. L’una e l’altro però, mi pare, che pur in una sinossi di complementarietà, si dispongano nello spazio con modalità differenti. Mentre le sculture pur allocate negli spazi coi quali intrattengono una relazione fatta di assonanze vi si aggiungono; le luci compenetrano i profili architettonici e di luogo, accarezzano le sculture, indicando percorsi visivi ulteriori ma immanenti. In tal senso, come hanno coabitato le vostre ricerche?
F.L. La riduzione a pochi semplici elementi è condizione di luce comune sia a me che a Fabrizio, e lo era anche al Borromini; il modellare la superficie in modo essenziale ne sottolinea una materia densa che si definisce in modo strutturale. Sono dette "camere di luce" in Borromini, ossia cellule spaziali, spazi sagomati nella forma che incanalano la luce dirigendo lo spettatore verso quelle che Paolo Portoghesi chiama "soglie" in cui avviene il contatto tra il divino e l'uomo. Anche Fabrizio, nel Salone Borromini, orientando la luce individua degli snodi, sono le mie sculture visibili per gemmazione dall'oscurità o per apparizione, insieme, nella complementarità di figura e sfondo, dove nel ballatoio intagliato si staccano una popolazione in processione grafica: gigli, cuori fiammeggianti, stelle ottagone, emblemi della congregazione dei Filippini.
Quel meraviglioso e misterioso bagliore frastagliato di luce proveniente dalle lavagne luminose, come riflesso che da queste corre in su attraversando le pareti longitudinali e il soffitto stellato, crea un ingresso verso uno spazio illimitato dove l'ombra della mia opera sospesa e proiettata sulla parete di fondo come stella iscritta in un ovale si staglia anch'essa come una germinazione; un'apertura in lontananza che rientra nella concezione borrominiana di spazio corporeo in quanto proiezione della presenza umana. In corrispondenza, sul margine sottostante del ballatoio in legno (a cui si accede dai quattro angoli del salone con quattro scale a chiocciola), vi è una piccola stella ottagonale e la scritta Ascetici. Borromini non amava effetti percettivi spettacolari da cogliere tutti insieme, e nella rivendicazione in Fabrizio di una autonomia dell'elemento luce questo è molto forte, ma preferisce uno spazio generato e percepito per livelli progressivi. Allo stesso modo io nell'utilizzo di materiale considerato povero accentro l'attenzione sull'elemento strutturale della materia (e rivendicando anche io un'autonomia del tessuto denudato così da ogni funzione) condivido l'idea barocca di immedesimazione di potenzialità e corpo, di potenzialità e atto. Il punto scorrendo dall'essere punto, perché già in potenza, si fa linea, e dalla linea si fa superficie diceva Giordano Bruno (nel primo dialogo De l'infinito); ma aggiungo io, il punto scorrendo prima di farsi linea compie un movimento nell'aria e si fa nodo e corpo, riprendendo quel trasferimento nello spazio dell'elemento della voluta che ne fece Borromini (dall'idea di spazio corporeo plasmato dalla mano divina con quella naturalezza di curvatura accarezzata, senza utilizzare strumenti che medino in contatto con la materia). Così con quella stessa lentezza nell'intercedere lo spazio, durante il sopralluogo, ho avuto modo di scoprire in fondo al Salone Borromini, nella penombra, la collezione del '600 dell'oratoriano Virgilio Spada, mirabilia che comprende conchiglie fossili, semi, a cui poi ho deciso di relazionarmi.
F.C. Abbiamo svolto il lavoro in empatia. Non siamo stati a discutere più del necessario, e ci siamo trovati istintivamente d’accordo sulla disposizione delle cose e sul lavoro con la luce, che, come ho detto, è stato anche un lavoro sulla tensione, la costruzione, gli allineamenti. La geometria è un aspetto importante nelle procedure progettuali di Borromini. Per quanto sottostante alla forza ideativa dell’autore e dissimulata dall’effetto di movimento, fa sempre sentire la propria carica nell’opera, alla cui unità collabora sempre in maniera sostanziale. Sembra dare regola a una dimensione nascosta, e arriva anche, in chi la vive, come intensità e come mistero. Ecco, potrei dire di aver lavorato, con la luce, innanzitutto sulla struttura, sull’unità e sul mistero. Più in generale si potrebbe dire che la luce in Proiectum non sia “illuminazione”, ma opera e atto. Atto, anche, di scambio con il luogo e con le sculture.
P.M. Non è la prima occasione in cui vi cimentate in un lavoro in tandem. Alla galleria Borghini arte contemporanea sempre a Roma avevate nell’autunno del 2018 condiviso il progetto Linescapes. Rispetto a quel lavoro in cui l’interazione procedeva sul filo della convivenza creativa che si generava dalle sculture sviluppandosi in luce qui lo sfondo del richiamo al Borromini cui naturalmente entrambe le ricerche si vocano implica un livello ulteriore.
F.C. Rispetto al lavoro alla galleria Borghini, in quello alla Vallicelliana l’influenza del luogo è stata più incisiva e carica di conseguenze, data la forte caratterizzazione dell’architettura. Ma anche alla Borghini, in una certa misura, il rapporto con il luogo aveva una sua importanza, per piccole specificità dello spazio e per il fatto che la galleria appartiene a una storica casa di produzione di apparecchi illuminanti, alcuni dei quali – seguendo la mia idea di “teatro dei luoghi” – ho usato nell’installazione.
F.L. Alla Galleria Borghini abbiamo lavorato ricreando uno spazio da pochi elementi preesistenti la struttura ma sostanzialmente da un ambiente quasi neutro. Per la prima volta ho compreso quella che era stata anche la lezione dello svolgimento spaziale dei Proun di El Lissitzky. L'installazione Linescapes (di luce e opere scultoree, video) era difficile da categorizzare perché ciascun elemento non era divisibile ma semmai ognuno poteva divenire assiale e determinare prospettive multiple di percezione in cui alto, basso, destra, sinistra sono direzioni relative per lo spettatore. Mi interessava percepire quella nostra installazione come "stazione di transito"(dalle categorie classiche dell'arte come la pittura, la scultura) verso l'architettura e l'arte come esperienza nello spazio. In questo senso l'aver scelto consapevolmente, da ormai molti anni, l'utilizzo sia di materiali non convenzionali come cordame e fili che di tecniche di annodatura e tessitura mi permette di sondare nuovi percorsi nel reame della scultura.
Nella Biblioteca Vallicelliana i concetti di involucro e massa plastica si configurano come matrici evidenti ed è stata quindi una grande emozione per me collaborare proprio con Fabrizio in una delle realizzazioni del Borromini che identificava in uno stesso corpo luce e materia (in San Carlino la continuità strutturale è come descrive Portoghesi "allacciamento dell'involucro di una conchiglia" permettendo così la percezione dell'intera connessione spaziale).
P.M. A proposito della ricerca di Fabrizio e del suo “Teatro dei luoghi” ho scritto qualche anno fa di un istante genetico come chiave d’accesso al suo modus operandi mai dato a priori ma sempre naturalmente scaturente dalla relazione con il luogo. Seguire il modo di procedere della natura distillandone l’essenza. Mi pare che seppure con specifiche differenti – non tanto il luogo ma l’idea - possa dirsi altrettanto di quello di Federica…
F.C. Anche in questo caso la relazione con il luogo è stata determinante. Non vi è nel lavoro applicazione di idee precostituite. Stare alla Vallicelliana durante i sopralluoghi ed il montaggio ha prodotto in noi una disposizione precisa legata ai caratteri del sito, alla distribuzione degli ambienti, ai volumi, alle direzioni, agli arredi e ai decori, al nostro immaginare le intenzioni di Borromini e l’uso della biblioteca nel corso del tempo, all’energia che vi si sente.
F.L. Secondo Virgilio Spada in materia di "lumi" Borromini non aveva eguali, e per me e Fabrizio inserirsi in un contesto del genere è stato impegnativo ma nello stesso tempo straordinario e questo lo abbiamo verificato dai giudizi positivi che abbiamo ricevuto e che ci hanno gratificato molto. In particolare i commenti di alcuni amici ci hanno dato ulteriori spunti di riflessione su alcune questioni inerenti il come i nostri lavori vengano percepiti. L'inserimento delle sculture nelle vetrine del Salone Borromini che ho deciso di poggiare direttamente sul fondo in legno delle casse, ridotte così a puro contenitore (senza pannelli aggiuntivi), appare come i misteriosi mirabilia della Collezione Spada, oggetti provenienti da chissà dove dopo un lungo viaggio, ed ha permesso di realizzare un mio vecchio desiderio: le mie sculture racchiuse sembravano sospese in un limbo, dormienti ma che potessero risvegliarsi da un momento all'altro, sorprese da qualche osservatore fissato al vetro. Anche i semi delle piante sono eccellenti viaggiatori nel tempo e nello spazio, sono capaci di rimanere rinserrati nel loro guscio, in uno stato di letargia, per molti anni. L'uomo, nell'opera Pensées di Blaise Pascal, essendo confinato nella sua condizione di prigionia nell'universo (come essere guscio tra gusci, aggiungo io), è esortato a misurarsi con la terra e a scorgere in essa la meraviglia dell'infinito, di un nuovo abisso; di un universo da contemplare nelle cose più minute come un acaro. Così ho anticipato l'azione, prima ancora di conoscere il riferimento di Pascal utile per la comprensione del concetto di infinito nel barocco: in Proiectum ho deciso di portare esposte anche delle mie fotografie di semi di piante o di mie sculture che le riprendono come colte in movimento, in viaggio verso spazi incommensurabili che danno proprio questa impressione di una osservazione ravvicinata attraverso una lente, percezione affine pure alle analisi spaziali concepite dal Borromini (di una realtà organica dilatata o compressa). In esse la rappresentazione dell'essere "atomo sperduto", espressione di quella condizione umana di instabilità di cui parla Pascal, sensazione di smarrimento legata a quella di sospensione nei confronti di una immensità sconosciuta ma di fronte alla quale l'uomo, spiega Pascal, guardi quella luce scintillante che si presenta come una lampada senza fine ad illuminare il cosmo. Le opere esposte nelle bacheche si pongono al limite (percepibile) del dato naturale e del dato artificiale. Gli oggetti inizialmente da me raccolti nei boschi o sull'asfalto della città poi riposti in scatole, nel tempo sono da me riosservati e ricreati nel ricordo di quelli, inseguendone l'ombra. In Borromini la realtà immaginaria, come sottolinea Argan, si sovrappone alla realtà, si sostituisce ad essa. In me questa dicotomia è sempre presente, ed aver raccolto tutte le mie opere sotto un unico titolo, Shell, lo sottolinea. Le varie declinazioni di Shell/contenitore (come da dizionario) sono innumerevoli, da guscio, conchiglia a proiettile, cassa di feretro spaziando tra due poli contrastanti di significato, di vita e di morte. È nel filo della gestazione lo scorrere del tempo e dello spazio, come ha sottolineato Giuseppe Garrera nel suo intervento durante la mostra: Proiectum ha funzionato anche come specchio rivolto verso il passato recuperando nell'installazione realizzata nella Galleria dei Cesari l'immagine della Dea Madre che sul grembo tiene il fuso (destituendo così quella della tradizione cristiana occidentale in cui la Vergine nell'Annunciazione tiene un libro).
P.M. Nel predisporre un lavoro insieme, quale dialettica cercate e perseguite attraverso le materie prime cui fate ricorso?
F.C. La dialettica tra noi si definisce naturalmente nel discutere del progetto, nel fare assieme le scelte di base ma anche, e in maniera non meno importante, nel corso del lavoro concreto, nel ragionare sullo spazio mentre siamo lì, nell’atto di montare l’installazione. Per quanto mi riguarda, ho lavorato come al solito sulla luce come forma e come azione. Assieme a un ruolo compositivo, mi sembra la luce abbia svolto una funzione di impianto e di raccordo. Questo è avvenuto pure rispetto alle performance realizzate, entro le condizioni create dall’installazione, nelle due giornate che abbiamo organizzato con altri artisti, con le letture dei poeti e con la straordinaria “azione” critica di Giuseppe Garrera. E rispetto al pubblico. Ambedue le sere i visitatori si sono immersi, con i loro piccoli movimenti e le loro reazioni rispettose e delicate, nello spazio semibuio, divenendo appieno parte del luogo. E alla fine pareva non volessero andare via. Mi è parso che il “teatro” fossero innanzitutto loro. Questo, oltre a ricongiungere il termine teatro alla sua origine, mi ha messo davanti con maggiore chiarezza la prospettiva del teatro dei luoghi come teatro del pubblico.
F.L. In questa occasione di collaborazione è emersa con maggiore nitidezza quella dialettica tra movimento potenziale e in atto di un corpo che può dare sensazione di equilibrio o meno. Intervenendo nello spazio si lavora in un campo di energie in cui ogni oggetto trova una sua precisa collocazione la quale essa stessa non può essere totalmente determinata a priori da un progetto. Anzi spesso la disposizione è una risposta ad uno stimolo proveniente dal contesto o è soluzione ad un imprevisto. Sono aggiustamenti, arricchimenti che si trovano in un margine di libertà assoluta, in cui anche gli oggetti sembrano accennare a delle loro autonome intenzioni indicando a chi li osserva una direzione, una azione da compiere. Chiaramente ogni nostra scelta può essere più o meno evidente espressione di una sensibilità che possiamo ricondurre alla sfera del femminile e del maschile. Ma è la stessa curva, da me particolarmente utilizzata, e in Borromini, che permette di definire diverse zone le quali contribuiscono tutte a determinare esse stesse un campo di tensioni. Sono interessata al realizzarsi di un evento che implica una intensa vitalità degli elementi. Un filo di luce è immateriale ma la sua ombra a terra genera nuove immagini combinandosi al contesto, come pure le mie forme attraversate da una fonte di luce o trasferite per proiezione in altri spazi vicini, in assenza di gravità, possono divenire altro.
P.M. Declinando dialettiche plurali – maschile/femminile; ombra/luce; pieno/vuoto; concavo/convesso; materiale/immateriale – mi pare diate vita a un gioco di corrispondenze e di specularità che genera a sua volta percorsi, forme e azioni impreviste, quasi si trattasse di un organismo vivente incline all’ascolto dei luoghi e delle condizioni con i quali si relaziona.
F.C. La tensione nel lavoro nasce anche dagli accostamenti tra questi termini, che sono solamente in apparenza opposti e contengono ognuno il proprio contrario. Mentre costruivamo l’installazione, e a installazione finita, abbiamo discusso più volte, tra l’altro, del binomio maschile/femminile sotteso dalla nostra collaborazione, sotto lo stimolo, anche, di quello che ci hanno detto alcune visitatrici e dell’intervento di Garrera.
Il lavoro che abbiamo fatto è stato in sostanza quello di creare gradualmente, sulla base di un profondo ascolto della situazione e delle sue memorie, e di un forte radicamento nel luogo, una condizione fertile che man mano che andavamo avanti svelava sempre di più i suoi possibili frutti. Durante la sua costruzione, nella semioscurità della biblioteca, mi sembrava fossimo immersi come in un liquido amniotico, in una situazione nutriente e generativa. Non vi è stata separazione tra il concepire e il generare, né, per usare termini che possono ricondurre al tema maschile/femminile, una divisione tra il fecondare e l’essere fecondati. Eravamo fecondati dalla situazione nella quale ci trovavamo, essendone allo stesso tempo i fecondatori. Mi sembra vi fosse fusione tra le due sfere. Questo mi pare sia avvenuto anche per quanto riguarda le opere. La luce che, per la sua energia e la sua capacità fecondante potrebbe essere intesa come l’elemento maschile, metteva le opere di Federica, che potrebbero essere considerate, anche per forma e materiale, l’elemento femminile, in posizione elevata e cruciale, e allo stesso tempo ad esse si dedicava. Anche lì mi sembra vi fosse fusione.
Giuseppe Garrera nei suoi interventi all’interno dell’installazione nelle serate destinate agli eventi, ha dato del lavoro un’interpretazione che mi ha sorpreso e fortemente impressionato, mettendo al centro proprio il tema del femminile e quello dell’eros, con i suoi riferimenti all’Annunciazione nella grande pittura e alla conceptio per aurem, come il “punto critico e vertiginoso […], la regione delicatissima, intima, segreta e conturbante di ogni Annunciazione”.
Il lavoro che abbiamo fatto è stato in sostanza quello di creare gradualmente, sulla base di un profondo ascolto della situazione e delle sue memorie, e di un forte radicamento nel luogo, una condizione fertile che man mano che andavamo avanti svelava sempre di più i suoi possibili frutti. Durante la sua costruzione, nella semioscurità della biblioteca, mi sembrava fossimo immersi come in un liquido amniotico, in una situazione nutriente e generativa. Non vi è stata separazione tra il concepire e il generare, né, per usare termini che possono ricondurre al tema maschile/femminile, una divisione tra il fecondare e l’essere fecondati. Eravamo fecondati dalla situazione nella quale ci trovavamo, essendone allo stesso tempo i fecondatori. Mi sembra vi fosse fusione tra le due sfere. Questo mi pare sia avvenuto anche per quanto riguarda le opere. La luce che, per la sua energia e la sua capacità fecondante potrebbe essere intesa come l’elemento maschile, metteva le opere di Federica, che potrebbero essere considerate, anche per forma e materiale, l’elemento femminile, in posizione elevata e cruciale, e allo stesso tempo ad esse si dedicava. Anche lì mi sembra vi fosse fusione.
Giuseppe Garrera nei suoi interventi all’interno dell’installazione nelle serate destinate agli eventi, ha dato del lavoro un’interpretazione che mi ha sorpreso e fortemente impressionato, mettendo al centro proprio il tema del femminile e quello dell’eros, con i suoi riferimenti all’Annunciazione nella grande pittura e alla conceptio per aurem, come il “punto critico e vertiginoso […], la regione delicatissima, intima, segreta e conturbante di ogni Annunciazione”.
F.L. Esistono in natura varie dinamiche (energetiche) è sta nella nostra sensibilità accorgersene ed entrarci in relazione, motivo principale per cui mi interessa particolarmente lavorare con Fabrizio con cui facilmente e spontaneamente riesco non solo ad essere me stessa ma a comunicare insieme qualcosa che è sotterraneo eppure c'è ed emerge chiaramente, avvertibile anche dagli altri che ritengono sacrale l'immagine che poi ne risulta. Anche la scienza indaga quelle dinamiche e lo fa riassemblando quelle parti della materia che precedentemente ha separato per descriverle mentre l'arte questo processo lo compie ad occhi chiusi.
A proposito di Borromini, leggendo del suo particolare approccio allo spazio come corpo, mi ha colpito un termine che lo esprimeva: invaso spaziale. Mi ha fatto pensare che a seguito di nostre azioni pur minime ad un certo punto tutto naturalmente si accumula ed entra in contatto come succede nell'azione di versare un liquido in un contenitore; in fondo quale è la struttura più vicina alla forma smussata a sguscio (quella utilizzata soventemente dal Borromini e da me) se non quella dell'acqua?
Sono sempre stata convinta, pur quando lavoro da sola, che non esiste oggetto al mondo che sia isolabile ma questa è una legge quantistica quindi è solo una conferma. E recentemente mi sembra sia necessario intensificare alcuni aspetti del mio lavoro grazie alla collaborazione con altri artisti, alla compartecipazione. Da questo punto di vista mi interessa quindi osservare come i due elementi, femminile e maschile, siano entrati in risonanza partecipando insieme al contesto tutto (ad un'unica oscillazione). Nelle installazioni che io e Fabrizio abbiamo creato, soprattutto quella nella Galleria dei Cesari, non c'è più rivendicazione del femminile, non c'è più violenza come atto di forza prevaricatrice sull'altra; siamo al di là della storia, nella storia. L'interazione tra i due contrastanti non è per uso della forza. Solo a soggetti, oggetti separati e fermi si può parlare di superiore, inferiore, meglio, peggio e così via; questo in un sistema prettamente dualistico. Ma così come ci ha restituito la fisica quantistica due particelle sono in risonanza di fase tra di loro perché sono stati i frammenti di un'unica particella che si è separata; nel principio della sincronicità (e non quindi della causalità) due oggetti, due esseri umani che si sono allontanati anche se distanti sia nel tempo che nello spazio possono essere connessi ossia essere risonanti; possono dialogare, oscillare insieme creando un campo magnetico, un suono. L'essere umano ha perduto questa sensibilità di recepire, come invece gli animali, le onde dei campi magnetici. Ma in questa occasione, come pure in altre nostre collaborazioni, mi riferisco in particolar modo al lavoro svolto da me e Fabrizio all'ex Manicomio Santa Maria della Pietà di Roma in cui anche lì abbiamo coinvolto altri artisti, è emersa chiaramente quella misteriosa piattaforma di background preesistente, invaso (o vuoto), di cui si indaga anche nella fisica appunto, attraverso cui tutti gli elementi interagenti dialogano fra loro e che si presenta come un archivio di tutte le esperienze naturali del passato, attuali e future. Alvin Curran, altro artista che stimo moltissimo, e che ho avuto modo di conoscere tramite mio padre, critico di musica jazz, già da quando ero bambina, parla di innesti di suoni prelevati dall'esterno ma che da soli non avrebbero significato se non inseriti in un nuovo contesto sonoro senza sapere in anticipo cosa ne verrà fuori; così penso Proiectum sia stato questo in accordo con quanto affermava Pascal ossia che: "il tutto è superiore alla somma delle parti".
A proposito di Borromini, leggendo del suo particolare approccio allo spazio come corpo, mi ha colpito un termine che lo esprimeva: invaso spaziale. Mi ha fatto pensare che a seguito di nostre azioni pur minime ad un certo punto tutto naturalmente si accumula ed entra in contatto come succede nell'azione di versare un liquido in un contenitore; in fondo quale è la struttura più vicina alla forma smussata a sguscio (quella utilizzata soventemente dal Borromini e da me) se non quella dell'acqua?
Sono sempre stata convinta, pur quando lavoro da sola, che non esiste oggetto al mondo che sia isolabile ma questa è una legge quantistica quindi è solo una conferma. E recentemente mi sembra sia necessario intensificare alcuni aspetti del mio lavoro grazie alla collaborazione con altri artisti, alla compartecipazione. Da questo punto di vista mi interessa quindi osservare come i due elementi, femminile e maschile, siano entrati in risonanza partecipando insieme al contesto tutto (ad un'unica oscillazione). Nelle installazioni che io e Fabrizio abbiamo creato, soprattutto quella nella Galleria dei Cesari, non c'è più rivendicazione del femminile, non c'è più violenza come atto di forza prevaricatrice sull'altra; siamo al di là della storia, nella storia. L'interazione tra i due contrastanti non è per uso della forza. Solo a soggetti, oggetti separati e fermi si può parlare di superiore, inferiore, meglio, peggio e così via; questo in un sistema prettamente dualistico. Ma così come ci ha restituito la fisica quantistica due particelle sono in risonanza di fase tra di loro perché sono stati i frammenti di un'unica particella che si è separata; nel principio della sincronicità (e non quindi della causalità) due oggetti, due esseri umani che si sono allontanati anche se distanti sia nel tempo che nello spazio possono essere connessi ossia essere risonanti; possono dialogare, oscillare insieme creando un campo magnetico, un suono. L'essere umano ha perduto questa sensibilità di recepire, come invece gli animali, le onde dei campi magnetici. Ma in questa occasione, come pure in altre nostre collaborazioni, mi riferisco in particolar modo al lavoro svolto da me e Fabrizio all'ex Manicomio Santa Maria della Pietà di Roma in cui anche lì abbiamo coinvolto altri artisti, è emersa chiaramente quella misteriosa piattaforma di background preesistente, invaso (o vuoto), di cui si indaga anche nella fisica appunto, attraverso cui tutti gli elementi interagenti dialogano fra loro e che si presenta come un archivio di tutte le esperienze naturali del passato, attuali e future. Alvin Curran, altro artista che stimo moltissimo, e che ho avuto modo di conoscere tramite mio padre, critico di musica jazz, già da quando ero bambina, parla di innesti di suoni prelevati dall'esterno ma che da soli non avrebbero significato se non inseriti in un nuovo contesto sonoro senza sapere in anticipo cosa ne verrà fuori; così penso Proiectum sia stato questo in accordo con quanto affermava Pascal ossia che: "il tutto è superiore alla somma delle parti".
Gennaio 2020