Valentina De Rose
Via da, fuori da è il significato della preposizione latina ex, usata nel latino tardo per indicare l’uscita da una carica o da una condizione in locuzioni come ex consule, costruite con un nome all’ablativo per riferirsi a una persona che era stata console e aveva cessato di ricoprire tale ruolo. Attraverso i secoli, e grazie soprattutto al contributo della lingua francese durante il cosiddetto triennio giacobino (1796-1799), quando l’Italia fu invasa dalle armate napoleoniche, ex è giunta fino ai nostri giorni caricandosi di sfumature semantiche diverse a seconda dei contesti in cui viene utilizzata. In alcuni casi può esprimere, infatti, negazione o privazione, mentre in altri può riferirsi all’attribuzione di una destinazione d’uso diversa da quella originaria, come accade, ad esempio, a un edificio che viene adibito ad altro. Talvolta può essere resa con l’avverbio già, per indicare ciò che non svolge più una determinata funzione o non conserva più una certa denominazione.
Alla luce di queste brevi considerazioni – tratte dal sito dell’Accademia della Crusca e del vocabolario Treccani, ai quali si rimanda per ulteriori approfondimenti (1) – il percorso laboratoriale e seminariale di Ex corpo. Presenza del corpo nella sua assenza si apre a una pluralità di campi semantici. Via dal corpo, fuori dal corpo; ma anche senza corpo, oppure corpo che ora serve a qualcosa d’altro. Un corpo che cambia funzione, che si ridefinisce, che assume una nuova denominazione.
Attraverso un esercizio volutamente paradossale, che chiameremo qui, in maniera del tutto informale, di sovrapposizione semantica, è possibile mettere in relazione questi diversi significati in un unico corpo: si esce dal corpo, senza più aderirvi completamente, ma è proprio questa uscita a rendere possibile una trasformazione, una ridefinizione. Ne emerge un corpo che si colloca altrove rispetto alla sua origine, un corpo già stato, al quale si possono attribuire nuove funzioni e nuovi nomi. Ed è forse proprio qui, in questo slancio verso un nome nuovo, che si inserisce la pratica curatoriale.
Quando Pasquale Polidori ha proposto a me, a Benedetta Baini e a Veronica Binda di occuparci della curatela del laboratorio e del seminario ideato insieme a Maria Cristina Galli, ci siamo interrogate su come tradurre concretamente questa possibilità. La proposta era quella di frequentare il workshop e il seminario collaborando secondo modalità coerenti con il nostro percorso formativo, incentrato sullo studio delle culture visuali e – appunto – sulle pratiche curatoriali. Non avevamo obblighi né limitazioni, quello che ci veniva chiesto era di accompagnare ciò che accadeva in aula attraverso una documentazione fotografica e scritta. È cominciato qui, allora, uno slancio verso nuovi luoghi e nuovi nomi: i nostri corpi, quelli dei giovani artisti coinvolti e dei professori potevano spostarsi altrove attraverso l’immagine e la parola. La documentazione fotografica e la scrittura non dovevano avere una funzione puramente descrittiva, non si trattava di rappresentare scrivendo, ma di aprire spazi ulteriori di trasformazione, in cui ciò che accadeva poteva uscire dal suo contesto originario e ridefinirsi continuamente.
Così, è nato pensum, uno spazio all’interno del sito web di Ex corpo dedicato alla scrittura. Il termine pensum rimanda originariamente a una quantità di lana assegnata per la tessitura e, più in generale, a un compito misurato che porta in sé il senso di un’opera umile. In questa prospettiva, il pensum diventa anche una misura del pensiero e delle parole, che si traduce nella presa in carico, da parte della curatela, della misura delle opere d’arte. Questo non vuol dire che la riflessione curatoriale debba sovrapporsi – nel senso di una coincidenza di misure – al lavoro artistico. È invece suo compito creare uno spazio ulteriore in cui le parole possano conservare le misure dell’opera.
A inaugurare questo spazio online è stato un testo di Michel Foucault del 1966 (2): una trascrizione, in realtà, di una sua conferenza radiofonica, trasmessa il 21 dicembre dello stesso anno su France Culture nell’ambito di un programma dedicato all’utopia e alla letteratura, presentato da Robert Valette. La registrazione audio delle sue parole sul Corpo utopico è oggi ascoltabile su YouTube e ha rappresentato per noi una preziosa occasione di confronto con i temi del laboratorio: un corpo assente ma presente nella voce, a sua volta presente negli spazi tra le parole scritte. Il corpo di cui parla Foucault, come ci ha ricordato Pasquale Polidori e come viene messo in luce da Francesco Bellusci in un articolo pubblicato su doppiozero (3), non coincide con un corpo proprio, ma è un io che è tale solo in quanto è un io possibile. È una zona di intersezione tra visibile e invisibile, tra opacità e luminosità: non posso vedere il mio occhio che vede, né la mia schiena o la mia nuca, ma posso percepirle, toccarle, immaginarle. Questo corpo, allora, è sempre già fuori di sé. Non è mai soltanto qui, come una cosa tra le cose, ma è aperto, proteso, impegnato nel mondo. È qui e altrove, rivolto verso ciò che può usare, evitare, desiderare o immaginare, e dunque anche verso ciò che non ha un luogo reale, verso spazi fuori dal mondo, spazi utopici.
Tuttavia, esistono per Foucault alcune esperienze che permettono al corpo di sperimentare nuove forme di presenza, come l’amore, durante il quale esso sembra finalmente ritrovare una propria consistenza attraverso lo sguardo e il tatto dell’altro: sotto le sue dita, tutte le parti invisibili del corpo si mettono a esistere e, davanti ai suoi occhi semichiusi, appare finalmente uno sguardo capace di vedere le nostre palpebre chiuse.
Forse, anche la parola scritta può costituire uno di questi spazi in cui il corpo, uscendo da sé, può nuovamente apparire attraverso forme e nomi differenti. Con i nostri primi tre testi abbiamo cercato di entrare in risonanza con questa possibilità, muovendoci lungo tre direzioni che abbiamo individuato come possibili traiettorie di quell’utopia corporea evocata da Foucault. La prima attraversava l’ipotesi anatomica, intesa come una pratica complessa che, come ci ha insegnato Maria Cristina Galli, si nutre della dialettica tra dire e vedere. La seconda riguardava il corpo come oggetto sconosciuto a se stesso e dunque come luogo in cui l’auto-osservazione è possibile solo nella letteratura. La terza esplorava, infine, un corpo che si dissolve nella luminosità dei suoi nomi e delle sue apparenze; un corpo virtuale, esposto a un continuo processo di attivazione e de-attivazione.
In questo rapporto tra corpo e parola, abbiamo individuato lo spazio della nostra scrittura curatoriale. Nel corso del laboratorio, questi elementi hanno progressivamente iniziato a sovrapporsi, richiamandosi reciprocamente. Così, a partire dalle parole che nascevano dai corpi e ai corpi ritornavano, abbiamo pensato di costruire un glossario, in costante aggiornamento, dal titolo Exeresi – Lessico corporeo, inteso come una sperimentazione linguistica e corporea. Exeresi è un termine di ambito medico che indica la rimozione chirurgica di un tessuto, di un organo o di un corpo estraneo tramite incisione. In questo senso, il nostro intento è stato quello di “asportare” le parole dal piano puramente lessicale per condurle su quello del corpo, attraverso piccole incisioni, cioè brevi narrazioni in cui le parole potessero assumere una consistenza corporea, dando luogo a un passaggio continuo tra linguaggio e corpo.
Il nostro glossario è stato così progressivamente arricchito da termini e frammenti che risuonavano dalle voci di studenti e professori in aula, oppure emergevano dai testi letti e condivisi collettivamente, come quelli di Gina Pane, Claude Lévi-Strauss e Georges Perec, che si depositavano man mano come strati della pelle. Bastava poi una piccola incisione perché queste parole si attivassero, trasformandosi in narrazioni che di volta in volta assumevano configurazioni e significati differenti. (fig 1)
Questa possibilità si è estesa ulteriormente nel seminario conclusivo del 28 gennaio 2026, tenutosi nella Sala Napoleonica dell’Accademia di Belle Arti di Brera.
Nel corso della giornata, parole e frasi estrapolate dai nostri testi sono state proiettate su una parete della sala, dando luogo a una nuova forma di exeresi: nuovamente estratte e ricollocate, esse si depositavano su un altro corpo, quello architettonico dell’aula, ma anche su quello degli ospiti, che potevano attraversarle con lo sguardo. Lo spazio stesso diventava, così, superficie di scrittura e lettura, attivando un campo di relazioni in cui il linguaggio tornava ancora una volta a farsi esperienza corporea.
In quell’occasione, ci siamo dunque ritrovate ad allestire parole. Le abbiamo selezionate dai testi, raccolte, fatte passare attraverso un cavo dal computer al proiettore e collocate sulla parete più adatta ad accoglierle. Più che veicolare un contenuto – poiché, così distribuite, non restituivano alcun senso logico – si offrivano come presenze, senza rimandare ad altro se non alla loro stessa esistenza. Nel frattempo, si svolgevano le azioni, le performance e gli interventi dei diversi artisti, tra cui Maria Cristina Galli, Cesare Pietroiusti, Michele Zaffarano, Lenz Fondazione e gli studenti di Brera. In questo modo, la scrittura era sì posta sopra ciò che accadeva, materialmente proiettata sulle pareti della sala, ma non vi si sovrapponeva, non imponeva alcun discorso interpretativo; scorreva, semplicemente, nello spazio, creando relazioni sempre nuove tra parole, corpi e pratiche. (Fig. 2)
Il percorso che abbiamo attraversato sembra allora tornare al punto da cui aveva preso avvio: quello slancio verso un nome nuovo in cui avevamo individuato una possibile forma della pratica curatoriale. Se il corpo di cui parla Foucault è sempre fuori di sé, proteso verso un altrove che non coincide mai completamente con la propria presenza, anche i corpi che hanno abitato il laboratorio e il seminario sono stati attraversati da questa tensione.
Forse, in questo senso, la parola curatoriale ha cercato di offrire un luogo di apparizione in risonanza con quello che Foucault individua nell’esperienza amorosa: uno spazio in cui il corpo, attraverso lo sguardo dell’altro, possa momentaneamente riconoscersi e rendersi visibile, non per essere definito una volta per tutte, ma per fare esperienza della propria esistenza. Il compito della curatela risulta essere, allora, quello di accompagnare l’opera nella sua possibilità di apparire, senza sovrapporsi a essa e senza perderne la misura.
Luglio 2026
1) M. Trifone, Ex: una parolina che può creare molti dubbi, Accademia della Crusca, 10 novembre 2025,
https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/ex-una-parolina-che-pu%C3%B2-creare-molti-dubbi/42853;
Treccani, Vocabolario on line, voce “ex”, https://www.treccani.it/vocabolario/ex/.
2) M. Foucault, Il corpo utopico, in Utopie Eterotopie, a cura di Antonella Moscati, Edizioni Cronopio, Napoli 2006.
3) F. Bellusci, Anniversari. Una conferenza radiofonica sul corpo utopico / Di quale corpo ci parla Foucault?, “doppiozero”, 4 gennaio 2017.