Un focus sulle recenti fondazioni private
Daniela De Dominicis
È l’ultima in ordine di tempo la cittadella dell’arte che la Fondazione Alda Fendi Esperimenti ha inaugurato a Roma nell’area dell’antico Foro Boario(1). Dopo lunghe trattative l’imprenditrice è riuscita ad acquistare dal Comune il grande complesso abitativo che si erge su uno sperone del terreno proprio di fronte a San Giorgio al Velabro, a pochi metri dall’arco di Giano. A questa compravendita hanno fatto seguito gli accordi per il riposizionamento delle 32 famiglie che da anni lo avevano occupato e nel 2014 sono partiti i lavori di trasformazione, affidati nientemeno che a Jean Nouvel, Leone d’oro alla Biennale di Venezia nel 2000, Pritzker Prize nel 2008 e fresco di gloria per l’universale apprezzamento del Louvre-Abu Dhabi, inaugurato nel novembre 2017.
La Fondazione lo ha coinvolto nel recupero di questa costruzione di edilizia popolare priva di particolare interesse architettonico che tuttavia Jean Nouvel ha preferito mantenere intatta conservando le tracce delle passate presenze: piccoli graffiti, parti di intonaco, piastrelle a parete, frammenti pavimentali. Si tratta di più unità immobiliari, la più alta delle quali di sei piani, per un totale di 3500 mq che ospiteranno d’ora in poi gallerie, atelier, molteplici spazi espositivi, 25 appartamenti, botteghe per artigiani, residenze d’artista, librerie e una terrazza ristorante(2). Un complesso liberamente accessibile che intende essere perennemente in funzione, regolato da meccanismi altamente tecnologici e arredato con essenziali elementi di design ma che, come già detto, conserva al contempo tutta la tracciabilità della sua esistenza. Una soluzione inedita per un architetto che ha stupito finora per la radicalità delle sue costruzioni, affidate a pareti trasparenti e a texture di materiali industriali permeabili alla luce, come per esempio nelle superfici dell’Istituto del Mondo Arabo a Parigi o nella grande “tenda” del Louvre-Abu Dhabi. Nel recente intervento romano Jean Nouvel sembra invece per la prima volta assumere una posizione discreta e lascia parlare le preesistenze. Il delicato contesto storico nel quale si è trovato ad operare ha indubbiamente contribuito a questa soluzione ma è anche possibile individuarvi una recente e condivisa scelta ideologica.
Manteniamo l’attenzione sulle fondazioni d’arte, ultima frontiera del mecenatismo d’impresa. In un’ epoca in cui i governi faticano a finanziare i propri musei e i progetti espositivi da questi promossi, i profitti delle aziende, soprattutto quelle legate ai beni di lusso, sembrano trovare un gratificante campo di investimento nella promozione dell’arte contemporanea.
Pioniere in questo senso è stata la Fondazione Cartier che già nel 1984 ha aperto uno spazio espositivo nei pressi di Versailles per poi trasferirsi dieci anni dopo nel prestigioso Boulevard Raspail a Parigi. A dare lustro a questa iniziativa è stato ancora una volta Jean Nouvel che ha firmato un complesso espositivo di 6,500 mq. immerso nel verde(3). Quest’edificio, interamente di vetro e acciaio, ha fatto della trasparenza il suo punto di forza. “Il fantasma nel parco”, lo definisce l’architetto(4) , tanto è lieve alla vista, con le lastre di vetro che d’estate possono slittare a creare una prossimità con il verde non solo visiva ma anche tangibile. Il programma espositivo, di alto livello, alterna artisti, designer, registi e architetti di fama mondiale(5).
Tutto ciò ha innescato l’immagine di un'azienda illuminata, sensibile alla promozione delle arti ed ha costituito un esempio modellizzante per altri marchi del lusso: Vuitton, Pinault, Prada, Lafayette…
Per la sua fondazione Bernard Arnault, proprietario del gruppo Louis Vuitton, oggi LVMH(6) , ha concentrato i suoi investimenti esclusivamente a Parigi, negli eleganti quartieri ad Ovest del centro, coinvolgendo l’architetto canadese Frank Gehry. E’ sul limitare del Bois de Boulogne che nel 2014 si è infatti inaugurato il museo della fondazione, una struttura articolata esternamente in dodici vele trasparenti che creano un insieme contorto e dinamico, una costruzione fortemente connotata simile ad un battello sopravvissuto a una violenta tempesta. A pochi metri di distanza da questa prima sede la fondazione ha deciso di raddoppiare i propri spazi con il progetto Maison LVMH – Arts, Talents, Patrimoine. Questa volta Frank Gehry è chiamato a rivisitare una struttura esistente, già sede del Musée National des Arts et Traditions populaires, struttura avuta in concessione dal Comune per cinquant’anni. Si tratta di un complesso di undici piani che svetta su un più ampio basamento di tre livelli, realizzato negli anni ’70 e inutilizzato dal 2005(7). Il completamento dei lavori, per un totale di 158 milioni di euro, è previsto per il 2020. Per il momento ne è nota solo la maquette, presentata a Parigi in una conferenza stampa l’8 marzo 2017, caratterizzata da una essenzialità e da una smaterializzazione davvero inedita per l’architetto.
La moltiplicazione delle sedi delle Fondazioni private sembra ispirarsi alla politica di proliferazione messa in atto ormai da tempo dalle istituzioni museali(8) e ne insegue la stessa logica pervasiva.
François Pinault, fondatore nel ’63 del colosso del lusso PPR(9), dopo la delusione per il mancato investimento all’Île Seguin(10), ha scelto di esporre la sua collezione d’arte contemporanea a Venezia dove nel 2006 ha acquistato a tal fine Palazzo Grassi, cui si è aggiunta, tre anni dopo, la prestigiosa sede di Punta della Dogana(11). Entrambi questi storici complessi sono stati adattati a sedi espositive a cura dell’architetto giapponese Tadao Ando che ha saputo conciliare il rispetto dei luoghi con avanzate esigenze museali. Ma le attività nell’ambito delle arti di François Pinault non si sono fermate qui e nel 2016 è riuscito ad approdare a Parigi, nel cuore della città, a Les Halles, dove ha avuto in concessione per cinquant’anni l’edificio della Bourse de Commerce il cui restauro e adattamento, tutt’ora in corso, è affidato – come prevedibile – a Tadao Ando. Si tratta di un antico edificio pubblico di forma circolare ricostruito nel 1889, di complessivi di 10mila mq. L’intervento di recupero, oltre al restauro della parte esistente, prevede internamente la creazione di un cilindro in calcestruzzo (alto 9 metri con un diametro di 30) concentrico rispetto al perimetro dell’edificio, finalizzato ad amplificarne la circolarità nonché la superficie espositiva mantenendo l’illuminazione zenitale della splendida cupola di Bélanger(12).
In tutti questi casi si tratta di operazioni che si caratterizzano per la discrezione degli interventi, il rispetto delle preesistenze, la reversibilità delle modifiche. Ma se un atteggiamento di questo genere è in linea con la cultura e la tradizione giapponese, ritrovarlo anche in chi ha teorizzato per anni il totale disinteresse per il contesto suscita qualche riflessione. L’architetto cui si fa riferimento è, ovviamente, l’olandese Rem Koolhaas(13), noto per la radicalità delle posizioni. I suoi originali punti di vista sull’architettura e sull’urbanistica sono stati talvolta sintetizzati in parole chiave di cui detiene il copywriter, per esempio: junk space, manhattanism, generic city. Tuttavia ciò che, a torto o a ragione, è stato maggiormente citato come quintessenza del suo pensiero è Fuck the context, presente nel capitolo Bigness or the problem of Large del testo S,M,L,XL (New York, 1995), concetto interpretabile come l’autonomia degli interventi di grandi dimensioni rispetto allo spazio che li circonda. Un esempio di cosa questo possa significare si ritrova nella proposta avanzata dall’architetto relativa al Los Angeles County Museum of Art (LACMA) lungo il Wilshire Boulevard del Miracle Mile della città californiana. Il museo era articolato in edifici diversi per epoca e stile distribuiti su un’area di otto ettari. L’idea di Koolhaas era quella di azzerare tutto, creare una grande piazza coperta da una mega tensostruttura alla quale affiancare una costruzione ex novo. Questo progetto del 2001 non ha raccolto sufficienti finanziamenti(14), così l’incarico è passato a Renzo Piano che ha trovato il modo di tenere insieme le preesistenze collegandole con un lungo asse pedonale, diventato arteria urbana, e l’aggiunta di un nuovo edificio museale. Due approcci completamente diversi: di radicale azzeramento l’uno, di paziente rammendo l’altro.
È sorprendente quindi che Rem Koolhaas, pur muovendo da posizioni così lontane dal rispetto per la storia, abbia finito – dalla conferenza tenuta a Berlino il 9 febbraio 2009 – per assumere un punto di vista completamente diverso. Rinnegando il Fuck the context degli anni Novanta, l’architetto ritiene ora necessario partire dalla storia, recuperare la funzionalità degli edifici, prendere le distanze dall’architettura fantasiosa troppo legata alla contingenze del mercato e delle mode e insiste sulla necessità di una generic architecture, di un’architettura anonima ma funzionale. Nel 2014 la Biennale di Venezia da lui curata ha voluto definire una sorta di livello zero della progettazione, mettendo a fuoco il linguaggio minimo condiviso del costruire. Da vari anni Koolhaas, più che edificare ex novo, preferisce intervenire su strutture preesistenti e trasformarle in spazi espositivi e museali(15). Tra queste: il Garage Museum of Contemporary Art (2015) al Gorky Park di Mosca, derivato dal recupero di un vecchio ristorante sovietico in cemento armato, la fabbrica di carbone dello Zollverein di Essen – 100 ettari a vocazione estrattiva ora recuperati come area culturale e ricreativa (realizzato in diverse fasi dal 2002 al 2018) – e infine le sedi espositive di due fondazioni private, Prada a Milano e Lafayette a Parigi. Anche in questi due ultimi casi si tratta di fabbriche dismesse: una distilleria degli anni Dieci la prima, un deposito del 1891 l’altra. In entrambe, gli esterni sono rimasti pressoché immutati, gli interni invece sono stati trasformati con strutture funzionali e flessibili.
La Fondazione Prada ha optato per un investimento in una zona periferica, in un complesso di 19mila mq. Al recupero dei padiglioni della vecchia fabbrica, si sono aggiunte tre nuove costruzioni tra cui la torre dalla forma quadrangolare in cemento bianco alta 60 metri(16). Oltre alla collezione permanente in questi spazi si alternano dal 2015 mostre temporanee monografiche o a tema.
La Fondazione Lafayette Anticipation ha preferito invece il centralissimo quartiere del Marais, tra rue du Plâtre e rue Sainte-Croix-de-la-Bretonnerie. Si tratta di un edificio industriale di cinque piani, inaugurato nel marzo 2018. La corte interna è stata occupata da una torre in acciaio e vetro con quattro piattaforme scorrevoli per poter aumentare all’occorrenza lo spazio disponibile per un totale di 2500 mq. Nei sotterranei prendono posto gli atelier in cui gli artisti realizzano le loro opere. L’idea è quella di promuovere e sostenere, con periodi di residenza, il lavoro di giovani artisti attivi in discipline diverse: moda, design, performance, installazioni, video, etc. Come già detto, nulla all’esterno lascia presagire la trasformazione interna ad alta tecnologia, la facciata resta quella di un anonimo deposito di fine Ottocento.
I nuovi interventi architettonici dedicati all’arte contemporanea sono dunque ben lontani dal rincorrere soluzioni eclatanti. L’effetto Bilbao, ovvero il miracoloso rilancio economico della cittadina basca innescato nel 1997 dallo stravagante Museo Guggenheim di Frank Gehry, pur rincorso da altri contesti – Lens, Essen e, recentemente, Dundee(17) – sembra ben lontano dal potersi replicare.
E dopo una lunga serie di musei originali(18) sembra emergere dunque un orientamento meno ambizioso, più concreto e dialogante con ciò che già esiste. Si potrebbe definire una scelta realista, una scelta di essenzialità oppure si può pensare, come ha sostenuto più volte il critico del New York Times Nikolai Ouroussoff, che la crisi economica abbia spogliato l’architettura di inutili paillettes. La scelta di un basso profilo però non necessariamente coincide con un profilo di economicità, tutt’altro. Quando Yoshio Taniguchi nel 1997 vinse il concorso per l’ampliamento del MoMA disse: “se raccogliete molti soldi vi darò una buona architettura, se ne raccogliete ancora di più la farò scomparire” (19).
20 ottobre 2018
1)L’11 ottobre 2018.
1)L’11 ottobre 2018.
2)Fulvio Irace, “Il bel Rhinoceros che presidia la cultura”, Il Sole 24 Ore, 16 settembre 2018
3)La superficie totale della Fondazione Cartier è di 11.300 mq. Il giardino, arricchito dalla presenza di un cedro vecchio di oltre duecento anni, è stato progettato dall’artista concettuale Lothar Baumgarten con il titolo di Theatrum Botanicum e presenta oltre duecento specie di piante.
4) Cfr scheda di presentazione in «The Ateliers Jean Nouvel», www.jeannouvel.com/en.
5)Tra le mostre più rilevanti si ricordano quelle di: Marc Newson (2005), Andrea Branzi (2008), Takeshi Kitano (2010), Ron Mueck (2013), Diller Scofidio + Renfro (2014), Bruce Nauman (2015), Malick Sidibé (2017), Junya Ishigami (2018).
6)LVMH: Louis Vuitton Moët Hennessy.
7) Si tratta dell’unica opera museale realizzata nel 1975 da Jean Dubuisson (1914-2011), allievo di Le Corbusier, vincitore del Prix de Rome nel 1945. La sua attività è legata per il resto ad abitazioni sociali. Il materiale ospitato presso il Musée National des Arts et Traditions populaires è stato trasferito nel 2013 al MUCEM di Marsiglia.
Léo Tescher, “Résurrection programmée pour le musée des arts et traditions populaires”, France Inter, 8 marzo 2017.
8)Per la politica di moltiplicazione dei musei cfr. su questa stessa rivista “Il Louvre uno e trino: dopo Louvre-Lens apre Louvre Abu Dhabi”, Unclosed.eu, n.17, anno V, del 20 gennaio 2018.
9)Il gruppo PPR (Pinault Printemps Redoutem) ha assunto dal 2013 il nome di Kering. Ingloba al suo interno numerosi marchi del lusso tra i quali: Gucci, Saint-Laurent, Pomellato, Bottega Veneta, Alexander Mc Queen, nonché la casa d’aste Christie’s.
10)L’Île Seguin, situata alla periferia di Parigi (Boulogne-Billancourt), ha ospitato per più di sessant’anni (1929- ’92) le officine Renault. Nel 2004 hanno inizio i lavori di demolizione dell’intero complesso industriale. François Pinault per cinque anni tenta di ottenere l’area per crearvi il museo della sua collezione ma gli ostacoli burocratici e politici lo convincono a recedere. Nel 2009 Jean Nouvel riceve dalla municipalità di Boulogne-Billancourt l’incarico di un progetto di massima che l’architetto presenta in tre varianti sottoposte al giudizio degli abitanti attraverso un referendum tenuto nel 2012. Si opta per il piano con una sola torre, un grande parco pubblico e diverse costruzioni a vocazione culturale. La prima sala ad essere realizzata con fondi regionali è l’auditorium per la musica, la Seine Musicale, firmata da Shigeru Ban e Jean de Gastines (2014-17); la restante parte dell’isola è ancora un cantiere bloccato peraltro da diversi ricorsi. Cfr. Jean Nouvel, «Urban renewal project of l’Île Seguin – From an industrial island to an industrious island», in The Ateliers Jean Nouvel, www.jeannouvel.com/en; Béatrice de Rochebouët, “L’Île Seguin entre en scène”, Le Figaro, 3 maggio 2017.
11)Questi edifici sono stati acquistati in comodato d’uso con una quota di proprietà dell’80% e dopo 99 anni torneranno alla città di Venezia. Gli spazi a disposizione per le varie attività culturali si sono arricchiti nel 2013 di un auditorium sito nel giardino di palazzo Grassi, il Teatrino, rivisitato da Tadao Ando.
12)Il progetto di Tadao Ando è stato approvato con unanimità di voto dalla Commission Nationale des Monuments Historiques il 6 febbraio 2017, lo studio francese NeM Architects è responsabile dell’esecuzione.
13)Rem Koolhaas (Rotterdam, 1944), fonda nel 1975 il gruppo OMA (Office for Metropolitan Architecture), acquista maggiore fama come teorico. Nel 1978 pubblica il testo Delirious New York (tradotto in Italia nel 2001); nel 1995 S,M,L,XL; nel 2000 viene insignito del Pritzker Prize e nel 2014 cura 14a Biennale di Venezia con il titolo Fundamentals.
14)Il costo complessivo è stato calcolato in 400 milioni di dollari. Cfr. Noelene Clark, “LACMA’s 50 yers on Miracle Mile”, Los Angeles Times, 9 aprile 2015
15)Fulvio Irace, “Museo Prada puntato verso il cielo”, Il Sole 24 Ore, 22 aprile 2018
16) La torre è stata inaugurata nell’aprile 2018. La Fondazione Prada ha aperto nel 2016 a Milano un secondo spazio espositivo dedicato alla fotografia, il cosiddetto Osservatorio, situato al quinto e sesto piano del palazzo della Galleria Vittorio Emanuele II. Inoltre già nel 2011 ha inaugurato la prima sede espositiva della Fondazione a Palazzo Ca’ Corner della Regina a Venezia. Tutti i più importanti punti vendita Prada nel mondo, i cosiddetti Epicenter, sono stati allestiti da famosi architetti a cominciare dalla sede newyorkese firmata nel 2001 da Rem Koolhaas.
17)La cittadina di Lens nella regione Pas-de-Calais, ha vissuto una grave depressione economica dopo la chiusura delle miniere negli anni Ottanta. Dal 2012 è stata scelta come sede di un distaccamento del Louvre realizzato dagli architetti del gruppo SANAA nella speranza di innescare una complessiva rinascita.
La stessa operazione è stata tentata nelle ex miniere della Regione della Ruhr che dall’89 hanno intrapreso la via della riconversione culturale. Molta eco ha riscontrato la fabbrica dello Zollverein di Essen trasformata da Rem Koolhaas in museo dell’industria.
Il 15 settembre 2018 la città scozzese di Dundee, anch’essa teatro di disagio sociale, ha inaugurato la sede del Victoria&Albert realizzata dal giapponese Kengo Kuma
18)Tra i musei fortemente connotati per la loro architettura va citato il Guggenheim di New York di Frank Lloyd Wrigth, il Guggenheim di Bilbao di Frank O Ghery, il Museo Ebraico di Berlino di Daniel Libeskind, il MaXXI di Roma di Zaha Hadid.
19)Sandro Ranellucci, Trattato di museografia, Gangemi 2016