La celebrazione del centenario della nascita di Maria Lai a Roma e a Ulassai.
Camilla Mattola
L’8 ottobre del 1981 Maria Lai e gli abitanti di Ulassai, paese della provincia di Nuoro, diedero vita ad una delle prime performance collettive dell’arte contemporanea, Legarsi alla Montagna.
Chiamata a realizzare un monumento ai caduti dalla giunta comunale del suo paese di origine, Lai decise di dar vita ad un’opera di tutt’altro significato. Coinvolgendo attivamente i suoi compaesani, li convinse a legare l’una a l’altra le case del paese con un nastro celeste, i cui capi furono poi portati da due scalatori sul Monte Gedili, una delle montagne più imponenti che circondano Ulassai.
Invece dell’opera celebrativa che le era stata commissionata l’artista realizzò un’opera che esplorava la contraddittoria e affascinante natura dei legami.
Legami di amicizia, di amore, persino di odio e rancore tra gli abitanti, i legami con il passato, la memoria e un’infanzia mai realmente perduta.
Le molteplici storie che raccontano di questi vincoli si fusero simbolicamente con la montagna attraverso il nastro celeste, la cui origine risale direttamente ad un fatto storico divenuto poi, nel tempo, leggenda: stando ai racconti popolari infatti, una bambina, mandata sulla montagna per portare del cibo ai pastori, si sarebbe salvata dalla frana della grotta in cui questi si erano rifugiati perché attirata all’esterno proprio dal passaggio di un nastro celeste (1).
Il mito dunque che trasfigura storie di vita e insegnamenti: una delle chiavi di volta dell’indagine umana e artistica di Maria Lai.
Ora che è scomparsa e che una nuova attenzione internazionale ha cominciato a circondarne l’opera, la stessa vicenda di Maria Lai si trova in effetti al centro di narrazioni mitiche: la donna partita oltremare alla ricerca della libertà individuale e artistica e poi ritornata nell’isola come l’artista delle fiabe, dei giochi da bambini divenuti opere di ispirazione per gli adulti, è oggi una figura che ci parla dal passato ma con voce ancora chiara e attuale.
I significati senza tempo che la sua arte veicola e le vicende della sua vita fuori dagli schemi sono infatti alla base dell’idealizzazione della sua persona, da un lato percepita come depositaria di saperi antichi e tradizionali, dall’altro come esempio di un’emancipazione femminile e artistica tutta moderna.
Dal giugno di quest’anno, in occasione del centenario dalla sua nascita, la Fondazione Stazione dell’Arte di Ulassai e Il MAXXI, il Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma, hanno voluto ricordare l’artista con una serie di iniziative realizzate grazie alla collaborazione con l’Archivio Maria Lai e col sostegno della Fondazione di Sardegna, della Regione Autonoma della Sardegna e del Comune di Ulassai.
Il programma si è aperto il 19 giugno con l’inaugurazione nel museo romano della mostra Maria Lai. Tenendo per mano il sole (2), a cura di Bartolomeo Pietromarchi e Luigia Lonardelli.
La rassegna racconta la carriera artistica di Lai attraverso cinque sezioni, molte delle quali ospitano opere inedite e video istallazioni con interviste originali curate da Francesco Casu. Il percorso, più che districarsi lungo una direttiva cronologica, si focalizza su un’indagine attenta del mondo interiore dell’artista ogliastrina, richiamando alcuni topoi della sua poetica, mai del tutto fine a se stessa.
Le sezioni infatti, così come il titolo della mostra, riprendono la nomenclatura fortemente evocativa delle sue opere e alludono alle diverse vocazioni individuali e collettive in perenne convivenza nell’arte di Maria Lai (3).
A partire dal 23 giugno, solo qualche giorno dopo l’inaugurazione al MAXXI, la Stazione dell’Arte di Ulassai con la mostra Maria Lai. Tenendo per mano l’ombra (4), propone quella che, stando al titolo - anche questo echeggiante una delle fiabe ricamate di Lai -, potrebbe essere una sorta di immagine speculare della figura dell’artista, oscura e inquietante invece di quella solare cui siamo abituati.
In realtà, però, il museo di Ulassai non offre una visione inedita di Maria Lai, ma mira a sottolineare ancora una volta le infinite contraddizioni entro cui si mosse abilmente la sua ricerca.
Curata dal direttore della Stazione, Davide Mariani, Tenendo per Mano l’Ombra si incentra sulle polarità singolo/ collettività, sogno/incubo, mito/quotidianità, morte/vita ricorrenti nell’opera dell’artista.
Così come a Roma, è Francesco Casu a guidare lo spettatore all’interno della mostra con le sue installazioni multimediali, catapultandolo nel mondo vivo della fiaba cucita da cui deriva il nome della rassegna, cosicché di pari passo con i protagonisti della storia anche il pubblico si ritrovi ad accettare e contemplare il mondo oscuro delle paure e delle incertezze dell’esistenza.
Il MAXXI di Roma e la Stazione dell’Arte di Ulassai hanno quindi voluto commemorare l’artista partendo dal più semplice e profondo dei suoi messaggi: è possibile vivere i contrasti e coglierne la bellezza, è possibile tenere per mano il sole e al contempo trattenere l’ombra.
In questo senso, l’azione più coraggiosa promossa dalle due istituzioni è legata all’intervento dell’artista Marcello Maloberti (Fig. 1), cui è stato chiesto di realizzare il suo personale tributo a Maria Lai. Maloberti ha deciso di scandagliare le tematiche dei legami, del mito e degli opposti care a Maria Lai, attraverso un intervento artistico dal solido impianto narrativo.
La sua prima azione, svoltasi al MAXXI (5) in occasione dell’inaugurazione della retrospettiva, ha messo al centro un cartello stradale di Ulassai: sradicata dalla sua collocazione originaria, posta all’ingresso del museo e simbolicamente sorvegliato da due addetti alla sicurezza, l’insegna del paese ha offerto un’anteprima del progetto artistico di Maloberti.
Un oggetto alieno quello che si è presentato agli occhi dei visitatori, banale e abbastanza sgraziato ma che, come nella tradizione del ready-made, ha posto al pubblico degli interrogativi; in questo caso, interrogativi sull’origine e i significati della poetica dell’artista sarda, strettamente legata a un continuo tentativo di fuga da e riappacificazione con la propria terra natale.
Emblema di un’identità migrante - quella sarda di Maria Lai che proprio a Roma si era recata inizialmente quando aveva lasciato per la prima volta la Sardegna per portare avanti i suoi studi -, il cartello ha poi fatto ritorno a Ulassai, nella tappa conclusiva del percorso, ardua come tutti i ritorni.
Maloberti ha collocato il cartello (Fig. 2) sui massicci calcarei chiamati “Tacchi” che sovrastano il paese, disponendolo non in posizione eretta ma verticale, al lato di uno degli anfratti della montagna “come una bandiera, quasi a indicare l’inizio di un altro paese sospeso tra cielo e terra” (6).
Il progetto, dal titolo Cuore mio, è stato inaugurato il 21 settembre e ha riunito una folla di visitatori, coinvolti insieme agli abitanti del paese in una prima performance (Fig. 3), una scalata collettiva al monte, verso l’installazione permanente. Il corteo, guidato da Maloberti, si è snodato all’ombra di un lungo telo di stoffa a quadretti rossi, sorretto dai partecipanti.
La serata si è conclusa in piazza Barigau, sede di una delle opere di Maria Lai, installazione a pavimento Il gioco del volo dell’oca, e fulcro della vita cittadina: qui l’artista ha allestito Circus (Fig. 4), una tenda piazzata al centro dello spazio pubblico con piccoli specchi appesi al suo interno e illuminati dai fari di alcune auto appositamente parcheggiate intorno all’area.
L’intento di quest’ultima performance partecipativa è stato quello di trasformare la commemorazione della donna e dell’artista in una vera e propria festa popolare, con musica, luci e cibo casereccio, un invito irrinunciabile a lasciarsi andare al pieno godimento dell’arte e dello spirito comunitario.
Nell’intervento di Maloberti sono chiari gli omaggi rivolti a Maria Lai: da un lato, la scansione stessa degli interventi richiama idealmente le tappe del percorso di vita dell’artista che da Roma ha fatto ritorno nell’isola, dall’altro, coinvolgendo la comunità nel simbolico pellegrinaggio verso i “Tacchi” ha citato direttamente Legarsi alla Montagna.
Maloberti ha insomma voluto celebrare Maria Lai attraverso la diretta rievocazione della sua persona, delle sue idee, dei suoi temi e del suo spirito.
Nel rapportarsi all’artista sarda attraverso un gioco di rimandi, Maloberti non ha però rinunciato alla rivendicazione di una certa autorialità, di cui porta le cicatrici la stessa montagna di Ulassai.
Non volendo comprensibilmente scomparire dietro il mito omaggiato, l’artista ha trasformato quella moltitudine di nastri celesti che hanno momentaneamente unito le case di Ulassai quarant’anni fa in una tovaglia a quadri rossi e bianchi, citazione diretta di una sua opera del 1992, La Vertigine della Signora Emilia (7): si tratta di un’installazione composta da una fotografia, raffigurante la madre e la nonna dell’artista vestite di una tunica ricavata da una tovaglia appunto, e dalla stessa tovaglia distesa ai suoi piedi, con la quale Maloberti ha trattato il tema della memoria, inquietante e rincuorante allo stesso tempo.
Lo stesso corteo con l’artista in testa non è un elemento nuovo delle performance e degli interventi site-specific di Maloberti: nel 2013 in occasione dell’inaugurazione della sua installazione permanente I baci più dolci del vino (8) a Trivero, in provincia di Biella, ha guidato un gruppo di bambini provenienti dalle scuole locali nelle strade e nei boschi del circondario, alla scoperta della natura biellese (9).
Anche l’evento partecipativo Circus, conclusione della sua personale rivisitazione del mondo di Maria Lai, è un elemento che l’artista ha trasformato nel tempo in una sorta di monumento alla collettività itinerante: da Mestre alla città greca di Salonicco, gli specchi di Maloberti attirano il pubblico in danze improvvisate dai primi anni duemila, da qui probabilmente anche la scelta del nome.
Quella che emerge dalla carriera e dalla recente opera di Maloberti è l’immagine di un artista la cui ricerca non è del tutto dissimile da quella di Maria Lai: avvezzo al confronto con i miti, l’artista lombardo si interroga sui grandi temi dell’arte e della vita ma al contempo, con le sue performance collettive, ricerca una convivialità che valichi la barriera delle differenze e dei contrasti, al punto che si può ben sostenere che in Maloberti il Maxxi e la Stazione dell’Arte hanno trovato l’ideale strumento del loro disegno commemorativo.
I legami emersi durante l’azione dell’artista lombardo non sono tuttavia gli stessi che furono protagonisti di Legarsi alla montagna. Infatti, per quanto Cuore mio sembra aver riconfermato lo spirito della precedente performance collettiva, a testimoniare il carattere atemporale della poetica di Lai, qualcosa, nei quarant’anni trascorsi, è effettivamente cambiato.
Il pubblico riunito a reggere la tovaglia è abituato a nuove forme di aggregazione, non più mediate, ad esempio, dallo scambio dei pani tradizionali, come avveniva un tempo a Ulassai, ma dai social network. È probabile, considerando l’importanza che ha assunto oggi l’apparire in queste piattaforme, che non tutti i presenti abbiano vissuto l’esperienza del corteo con il genuino desiderio di dar vita ad un’opera collettiva, ma che, piuttosto, siano stati guidati dalla necessità di rendersi visibili sui social con questa azione.
La natura stessa dei legami è in fondo radicalmente cambiata rispetto ai tempi in cui ventisei chilometri di nastro celeste potevano fare miracoli.
Lai, pur conoscendo i suoi compaesani, incontrò molte difficoltà nel convincerli a mettere da parte i loro rancori e a partecipare all’impresa, e anche allora, le famiglie separate da lunghe storie di inimicizie non vollero che i nastri che congiungevano le loro case rivelassero tutt’altro tipo di rapporti (11). Al contrario, essi dovevano essere privi di nodi elaborati e, soprattutto, del pane tradizionale, simbolo di affetto, attorcigliato tra i fili.
Fu grazie a questa ricerca sul campo, alla sovrapposizione delle storie legate alle dinamiche del paese, che Maria Lai riuscì ad accontentare gli abitanti di Ulassai dando vita ad una rappresentazione onesta della sua comunità.
La tovaglia invece, il filo conduttore materiale di Cuore mio, rispetta l’identità del suo autore citandone i precedenti, ma si presta, involontariamente, a corrispondere alla natura ambigua dei legami dell’era dei social: la lunga stoffa ha rappresentato i partecipanti, turisti, curiosi e abitanti del luogo che con tutta probabilità non si erano mai incontrati prima di allora, con lo stesso motivo uniformante.
Non una grinza a testimoniare l’ambivalenza dei reali rapporti umani, non un cenno, non una toppa sospetta.
Non c’è dubbio però che la sostituzione del nastro celeste con la più personale tovaglia abbia conquistato i più, essendo in qualche modo il simbolo di una stereotipata identità mediterranea con cui è facile identificarsi. L’unico rischio in cui si incorre tuttavia, da questo punto di vista, è che i soli legami, perché di legami è giusto parlare nel trattare Maria Lai, che è possibile intravedere nell’opera di Maloberti siano quelli della tavola e del buon mangiare.
Quanto al legame con la montagna, coprotagonista silenziosa dalla narrazione di Lai, l’installazione permanente di Maloberti è riuscita a ribadire il concetto che essa regge ancora le storie e i destini degli abitanti che vivono alla sua ombra.
Ma persino la montagna oggi è cambiata: il cartello, installato tra i Tacchi, ne ha mutato inevitabilmente l’aspetto.
Se quindi la sostanza dei due miti raccontati da Legarsi alla Montagna e Cuore Mio sembra essere rimasta la stessa, la forma, al contrario, risente del tempo trascorso. Se negli anni Ottanta gli abitanti di Ulassai si erano accontentati di fare un tributo alla montagna avvinghiandosi temporaneamente ad essa con un nastro, oggi preferiscono che l’arte la trasformi in maniera permanente, seguendo l’inesorabile logica contemporanea di autorappresentarsi “lasciando il segno”.
Confrontarsi con le fiabe e con i miti è sempre difficile: tralasciano le zone grigie, ammettono ugualmente nella propria trama incredibili opere di umanità e azioni di estrema crudeltà, ma hanno il potere di sopravvivere al tempo e di trasmettere messaggi che non invecchiano, che non perdono di utilità.
Quest’anno, la fiaba di Maria Lai è tornata effettivamente a parlare al pubblico forse proprio come lei l’avrebbe più gradita, piena di paradossi e contraddizioni.
Ottobre 2019
1) Per un resoconto più approfondito della leggenda e della performance “Legarsi alla Montagna” si veda: Giovanni Rossi, La fata operosa. Vita e opere di Maria Lai. Milano, Leone Editore, 2015.
2) Realizzata in collaborazione con l’Archivio Maria Lai e con la Fondazione Stazione dell’Arte, rimarrà aperta al pubblico fino al 12 gennaio 2020. Cfr. https://www.maxxi.art/events/maria-lai-tenendo-per-mano-il-sole/
3) Si vedano ad esempio i titoli: “IL VIAGGIATORE ASTRALE. IMMAGINARE L’ALTROVE” e “L’ARTE CI PRENDE PER MANO. INCONTRARE E PARTECIPARE”.
5) Stazione dell’Arte, CUORE MIO, stazionedell’arte.com, http://www.stazionedellarte.com/news-eventi/marcello-maloberti-cuore-mio/
6) Ibidem
10) È possibile visionare i progetti a questo indirizzo: http://www.marcellomaloberti.com/works/
11) Giovanni Rossi, La fata operosa. Vita e opere di Maria Lai. Milano, Leone Editore, 2015, pp. 130-135.