Due grandi mostre all'HangarBicocca
Domenico Scudero
L'Hangar Bicocca non è uno spazio espositivo qualsiasi. Il suo dinamismo progettuale si coniuga abbastanza radicalmente con una sorta di elefantiaca movenza delle tempistiche, rallentate e orientate ad una fruizione motivata, ragionata. Si offre come esempio unico nel panorama di buona parte del territorio italiano, in particolare si contrappone all'idea insopportabilmente maligna di avviare un'attività culturale con l'intenzione di produrre ulteriore profitto economico. I tempi sono cambiati e forse cambierà anche la Bicocca che invece adesso ospita gratuitamente visite guidate e percorsi anche per piccolissimi che riempiono con le loro inaspettate domande, prive di malizia, i grandi spazi espositivi.
Che Andreotta Calò sia un bravo artista si era definitivamente compreso nella precedente Biennale, la sua presenza era indice di una buona condizione di alcuni artisti locali, la sua opera inaspettata, seria, complessa. Qui, purtroppo, Andreotta Calò non ha voluto ripetere l'esercizio di intransigenza che era alla base della grande istallazione veneziana, forse perché in quel caso l'idea era maturata da tempo, l'artista aveva costruito nei minimi dettagli l'opera riuscendo a coinvolgere un personale spesso riottoso ad assumere oneri superiori a quelli normalmente spettanti, insomma lì Andreotta Calò giocava in casa, nella sua Venezia, e questo forse conta parecchio.
Qui, a Milano, in questa «casa» che non la si riesce più a definire, poliedrica, distaccata, smart, labirintica, forsennata, paranoica, forse ci si sarebbe aspettati di più. Non che l'esercizio dell'arte di questo artista sia stato deludente, semmai in alcune fasi esplicite sembra che sia andato con un sistema di guida automatico, senza conducente, affidandosi alle iperboli e mancando lo sforzo di doversi confrontare con la realtà, temibile, che il titolo Cittàdimilano sembrava suggerire. Perché i carotaggi a centinaia di metri di profondità, la memoria della barca Città di Milano affondata al largo delle Eolie certo ci colpiscono e sono anche la base per una installazione ampiamente godibile; perché le implicazioni spaziali del luogo, il gioco delle luci e delle ombre risuonano di quella nostalgia che è nei frammenti fotografici o nella carta fotosensibile che chiude l'attraversamento dello spazio. Il cavo sottomarino evoca la complessità delle comunicazioni, la stratificazione insita nel continuo processo di rinnovamento tecnologico, e poi di seguito le Clessidre, le Meduse, le Pinae Nobilis sino a Volver che testimonia della precedente azione del 2008, quando con la sua barca, sospeso da una gru, l'artista compì il periplo d'azione dell'organo meccanico sui tetti di Milano. Eppure qualcosa adesso non torna. Perché a volerci ricamare sopra, sul titolo che apre un discorso, all'appello mancherebbe il “grande” problema di Milano, la sua manifesta inconciliabilità fra lavoro e mercato, la sua impossibile ricognizione nei limiti di un universo sensato, quello che delimita dare e avere lì dove oramai regna invece una confusione al rialzo di ogni aspetto economico, senza peraltro alcuna soluzione che faccia registrare la plausibile permanenza del “cittadino reale” all'interno del paradosso “città di Milano”. Le piccole isole di normalità ancora vitali sono accerchiate dalle fameliche truppe della speculazione edilizia, la gentrification si riavvita su ciò che era precedentemente già gentrificato sino a porre la domanda essenziale, ma allora cosa ne sarà della città di Milano? Una città per Robot teleguidati e turisti danarosi? Esponendo i carotaggi d'archeopaleologia l'artista ci indica una base solida, ristabilisce un legame fra ciò che era e il cavo, il presente ipertecnologico, l'attualità della casa ospite, la Pirelli che lo produce, per l'appunto. Ma la domanda che ci si pone rimane inascoltata. Il presente di questa Cittàdimilano è insondabile, inanimato per via di un surplus d'aspettative, un presente nascosto in questo buio d'una ragione progettuale sul vivere umanamente che si scontra con violenza con la richiesta di profitti sempre più alti, impossibili da sostenere. In una Milano in cui è normale pagare decine di euro per pochi grammi di pane circondati però da location di cool design, in una città che sembra presa nel vortice della speculazione, la mostra di Andreotta Calò sembrava suggerire nel titolo una più profonda analisi e rimane invece bloccata fra archeologia e ispirazione processuale della forma nel presente, mentre il pubblico si chiede ancora ma dov'è Cittàdimilano? In fondo al mare?
Con Remains di Sheela Gowda, artista già presentata a Venezia nel 2015 da Okwui Enwezor, il discorso espositivo assume le caratteristiche della complessità contemporanea sul tema della coesistenza fra uomo e natura, fra cultura in quanto oggetto tecnico e possibile suo uso creativo ancorché funzionale. Come molti artisti provenienti da aree asiatiche o africane Sheela Gowda dopo aver assorbito le tecniche tradizionali della pittura e delle installazioni in chiave occidentale ha poi preferito privilegiare un suo diretto contatto con la natura oggettuale riformulando alcune prassi di riciclo determinate sia dalla cultura sacra che da quella della sopravvivenza creativa nelle classi povere del territorio indiano. L'India messa in scena non è quella fortemente illusionistica e allusiva, o tendenzialmente operativa nel solco di tecnologie seduttive, ma al contrario rende palese un modello comportamentale che coniuga riciclo creativo, secondo il linguaggio postcolonialista contemporaneo, e la più antica sacralità mitologica. La materia di Gowda è oggetto indistinguibile fra natura e cultura, una separazione che per l'arte occidentale risulta fondante e che altrove attrae amalgamata invece nella sua inconsueta ipermodernità e allo stesso tempo la sua tragica archetipicità. Lo sterco di vacca diventa così mattone empirico, costruttivo, e poi disciolto, collante per la costruzione di oggetti minimali, in cui forse erroneamente siamo indotti a constatare il riferimento all'apparato razionalista, neoplastico. I fusti metallici di cherosene, tagliati e poi appiattiti dal rullo compressore dell'asfaltatrice, si trasformano in lamine rettangolari; da queste sono ritagliati a macchina dei piatti circolari successivamente resi concavi e usati in vario modo e anche come pitali e poi esposti disegnati dall'erosione delle urine in forme di espressionismo astratto.
Ma probabilmente l'opera maggiormente inquietante è To be titled (2019), realizzata appositamente per la mostra milanese. Si presenta come una materia oscura di cordami fittamente lavorati; si tratta in realtà di un enorme intrico di capelli umani (misurabili in lunghezza per circa 15 km) annodati in forma di lunghe trecce a simulare i cascami di un fluente tendaggio quadrato. L'opera suggerisce stupore e immagini complicate di riti sacri, atti votivi, veglie estatiche, preghiere, sbigottimento, ma rimane comunque un oggetto estremamente complesso di segni e di riferimenti.
E si sbaglierebbe a considerare Gowda solo attraverso un percorso biomorfico, speculare alle ragioni del riciclo in ambito poverista di quella parte di popolazione indiana priva di accesso al benessere. L'artista infatti propone anche un valido ripensamento sulla consapevolezza tecnologica con In Public (2017) e Protest My Son (2011) entrambi lavori concepiti attraverso immagini tratte dai quotidiani a poi rielaborate in digitale praticando piccole alterazioni atte a sottolineare alcune dinamiche di controllo che ci consentono di ricollocare nel nostro presente anche le culture più densamente estranee al sistema tecnologico. In entrambi i lavori la censura con i suoi tracciati marcatamente simbolici, la geometria e la cancellazione minimale, disegna l'estraneità “indigena” ad una cultura tecnica meccanicamente votata alla sopraffazione lì dove invece persiste una tradizionale coesistenza naturale.
Un lavoro per molti versi duro e tormentato, che lascia poco spazio alle allucinazioni estetiche e che sospinge invece al dramma dell'esistenza umana, ai nostri tempi così complicati e alle richieste di una maggiore attenzione alla natura dell'uomo e al suo lavoro.
Giorgio Andreotta Calò, Cittàdimilano, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2019, a cura di Roberta Tenconi.
Sheela Gowda, Remains, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2019, a cura di Nuria Enguita e Lucia Aspesi.
Luglio 2019