Le nuove generazioni di artisti sardi e il Museo Nivola rivisitano il concetto di “identità culturale”
Che cosa si intende per identità culturale? Oggi quasi tutte le scuole sociologiche e antropologiche interessate al quesito partono da un presupposto comune: per tentare di comprendere che cosa unisca una comunità è necessario andare oltre il contesto geografico (1).
Nella collettiva con cui il Museo Nivola di Orani inaugura la stagione espositiva post-lockdown, Back_Up. Giovane arte in Sardegna (2), le coordinate geografiche della ricerca spiccano già nel titolo. Oltre alla giovane età (gli espositori sono tutti sotto i quarant’anni), il primo criterio di selezione dei 27 artisti presenti nella mostra è infatti la loro origine sarda. Questa però, si affrettano a precisare i curatori Giuliana Altea, Antonella Camarda e Luca Cheri, non vuole essere l’unica chiave di lettura della rassegna.
Nel mondo dell’arte, infatti, non si contano più le rassegne a tema identitario - quest’ultimo alla base, persino, delle suddivisioni strutturali di alcune delle più famose istituzioni museali (3). Motivate certamente da un intento inclusivo, alcune di queste iniziative finiscono però per rappresentare l’identità culturale come una struttura immobile, sempre uguale a se stessa, la base di un ricettario di stili, tecniche e motivi caratteristici ed esclusivi. Questo è vero particolarmente in Sardegna, dove l’idea di un’identità per lo più fondata su basi folcloristiche o su supposte costanti antropologiche continua ad essere al centro di ogni mostra o evento che punti lo sguardo sul contesto locale.
Piuttosto che iscriversi in questa tendenza, limitativa non solo dal punto di vista ideologico, ma anche interpretativo, il Museo Nivola programma la sua ripartenza con una panoramica sulle ricerche artistiche delle nuove generazioni sarde che, pur partendo da una considerazione del territorio, esplori altri tipi di connessioni.
Allestita nello spazio dell’antico lavatoio comunale che costituisce lo spazio espositivo del museo, la mostra è scandita da elementi divisori squadrati e geometrici progettati da Alessandro Floris, caratterizzati dall’alternanza di campi verdi e bianchi, utili a mettere in risalto l’essenzialità cromatica di alcune opere e la vivacità di altre.
In questa cornice, uno degli aspetti che più accumunano gli artisti selezionati è la predilezione per il mezzo pittorico, declinato in numerose varianti tecniche che vanno dalle consistenze dense e materiche della pittura di Siro Cugusi alle pennellate leggere ed espressioniste di Narcisa Monni.
Attraverso la pittura la figurazione ritorna con forza, ed è spesso occasione per la rievocazione di memorie individuali e per indagini introspettive. Ne sono un esempio le tele di Irene Balia, nature morte e scene familiari dai colori acidi e dal tono allusivo. Silvia Mei, invece, sfrutta il mezzo pittorico per smascherare le emozioni, catturate in volti femminili contratti e sfigurati, dall’aspetto quasi rettiliano.
La tendenza all’evocazione di una dimensione atemporale, gli sfondi neutri e l’assenza di ambientazioni definite, le atmosfere suggestive ed immaginifiche, dal timbro vagamente surrealista si ritrovano nel lavoro di diversi espositori. Questi richiami sono particolarmente evidenti nei dipinti di Silvia Idili, immagini di volti i cui tratti levigati, rievocanti il divismo cinematografico del primo Novecento, appaiono sconvolti da improvvise metamorfosi geometriche.
Oltre alla dimensione soggettiva, la pittura si fa strumento per l’esplorazione di altri temi. La natura è uno dei leitmotiv della mostra: appare e scompare nelle opere di Paolo Pibi, in cui i contorni del paesaggio si intersecano con linee colorate e ondeggianti simbolo dello scorrere del tempo, mentre nelle sue carte Daniela Spoto offre spunto a metafore universali legate alla quotidianità e ai sentimenti umani. Come Spoto, anche Kiki Skipi (Chiara Pulselli) ricorre agli elementi naturali per caratterizzare le sue figure, narrando storie minime cui non è estraneo il registro ironico, come nel gioioso Kamasutra tascabile animato dalle file di bandierine colorate tipiche delle feste popolari.
La tendenza ad attraversare con disinvoltura più formati, da quello minimo della pagina a quello vasto del muro e dell’ambiente caratterizza molti degli artisti in mostra.
Con Crisa (Federico Carta) e la Fille Bertha (Alessandra Maria Pulixi), ad esempio, la pittura si trasferisce dalla tela alla parete. Crisa ha realizzato Crollo, un intervento site-specific composto da un murale, da macerie e scarti edilizi che vogliono essere un ritratto della decadenza urbana. La Fille Bertha si destreggia su diversi formati con icone neo-pop, personaggi femminili dal colore elettrico, accompagnati da decorazioni floreali.
La dimensione concettuale, presupposto più o meno lontano delle ricerche di molti pittori e pittrici, affiora più chiaramente nell’opera di Stefano Serusi. La sua Citazione è un oggetto in bilico tra scultura e design: due virgolette di legno, dipinte di rosa e azzurro, indossabili grazie a un paio di bretelle in corda.
Il sostrato concettuale è intuibile anche nelle litografie di Heart Studio, duo composto da Bruno Savona e Martina Silli, dove la natura, oggetto principale d’indagine, è ridotta a elementari sagome geometriche e monocromatiche su sfondo neutro. Minimaliste sono anche le composizioni grafiche di Gianmarco Porcu, in cui immagini miniaturizzate desunte dall’arte classica e dalla storia galleggiano isolate nel bianco del supporto. Natura da un lato e umanesimo dall’altro, la figurazione così ridotta segnala tanto nelle ricerche di Heart Studio come in quelle di Porru un interesse più speculativo e antropologico che formale ed estetico.
La fotografia, anche se contenuta per numero di esempi e per formati, condivide le tematiche prevalenti nella mostra. Veronica Muntoni mostra la contiguità tra mondo umano e animale con scatti in bianco e nero che il punto di vista molto ravvicinato e l’indugio sul dettaglio rendono sottilmente inquietanti. Mentre nelle opere di Spoto e Kiki Skipi la natura serviva da metafora dei sentimenti, nel lavoro di Muntoni l’identificazione tra l’uomo e la natura segue il processo inverso, con le linee dei corpi che, attraverso i titoli attribuiti alle fotografie, diventano richiami ad orizzonti e paesaggi naturali.
Vittoria Soddu è ascoltatrice e spettatrice silenziosa degli sea shanties, i canti delle tradizioni marinaresche dell’Europa del nord, eseguiti nel video Salt in the veins da alcuni cori del Regno Unito e della Finlandia. Come Muntoni, anche Soddu è affascinata dai dettagli e nel suo mini documentario lascia spazio non solo alla musica, voce narrante principale dell’opera, ma anche a close-up di mani che tengono il tempo, di carte da parati kitsch e di bicchieri usati.
Infine Makika (Carlo Spiga), invade lo spazio dell’ex Lavatoio con installazioni sonore realizzate deformando il tono delle launeddas, nel tentativo di rielaborare in maniera rumoristica uno strumento della tradizione sarda e di svuotare quest’ultima della sua connotazione folkloristica. Lo scopo delle tracce sonore è dare voce all’aspetto materiale del progetto, una felpa apotropaica, rivisitazione contemporanea delle maschere sarde.
Quello di Makika è uno dei rari riferimenti alla Sardegna individuabili nella mostra. D’altra parte molti degli artisti invitati non risiedono nell’isola, ma in Italia o in Europa. Vi è però, tra tutte, un’opera in cui la Sardegna torna ad essere un luogo fisico.
Non più solo punto di partenza ma anche punto d’arrivo della pratica artistica, la regione appare visivamente in un progetto che paradossalmente la apostrofa con la scritta “Non vale nulla”. Si tratta dell’omonima opera di Eleonora Di Marino, composta da un murale e da una stampa fotografica. Entrambi raffigurano la discarica mineraria di Campo Pisano, nel comune di Iglesias, i cui fanghi rossi, fortemente inquinanti, sono diventati luogo d’attrazione turistica accanto a quelli più famosi di Monteponi, nella stessa zona. L’immagine dei fanghi è evocata dal colore arancione, che insieme al nero definisce il profilo paesaggistico della discarica nel murale, mentre nella stampa è il colore che fa risaltare la scritta “Non vale nulla” sulla fotografia del sito. Quella di Di Marino, le cui pratiche si inseriscono nel filone dell’attivismo artistico, vuole essere una provocazione diretta alle autorità locali e al senso comune, per i quali, purtroppo l’attrattiva turistica dell’area sembra essere più importante della necessità di bonifica.
Tra sperimentazioni tecniche, ricerche formali, indagini psicologiche, rielaborazione delle tradizioni e attivismo artistico, Back_Up offre il ritratto di una generazione di artisti vivace, sensibile ai problemi della contemporaneità e partecipe delle dinamiche artistiche globali.
Seppure si discosti dalla chiave di lettura identitaria, quello che effettivamente emerge da questo progetto espositivo è l’immagine di una comunità. Una comunità però tenuta insieme non dal solo contesto geografico di appartenenza, ma dalla condivisione di una serie di stimoli e ispirazioni, aperta alle contaminazioni culturali, con la tendenza a soffermarsi su tematiche universali come la soggettività e il rapporto uomo/natura.
L’identità culturale nella mostra c’è quindi, ma è ben lontana dal costruire dei canoni artistici unici sulla base di narrative storiche e folkloristiche. Corrisponde più infatti al concetto di cultura sviluppato dalle scienze sociali e dagli studi culturali degli ultimi decenni: l’identità culturale non è che un’entità ibrida (4), fondata sulle contaminazioni e sorretta, si potrebbe aggiungere, da stati emotivi condivisi.
La volontà di ripartire è lo stato emotivo che accomuna tutti in questo momento.
I musei si sono dimostrati delle istituzioni ricettive e sensibili durante i mesi di lockdown: consapevoli del loro ruolo sociale, hanno tentato di alleviare, con i mezzi di cui disponevano, il dramma del distanziamento sociale e la paura del contagio. Pochi però hanno sviluppato piani di ripresa concreti, in grado di mantenere aperto il dialogo instaurato con il pubblico.
Back_Up costituisce da questo punto di vista un’interessante proposta: durante i mesi della pandemia, il Museo Nivola ha acquisito dagli artisti le opere in mostra attraverso dei premi e, in occasione dell’inaugurazione dell’evento, ha preparato un portfolio delle opere che saranno disponibili alla vendita fino al 17 ottobre 2020, data di chiusura della rassegna. L’intero ricavato sarà impiegato per sostenere progetti sociali.
In questo modo la ripartenza è un traguardo che si ottiene lavorando con la comunità.
20 luglio 2020
1) Cfr Hall, Stuart e du Gay, Paul, Questions of Cultural Identity, London, SAGE Publications, 1996.
3) Ad esempio negli Stati Uniti, tra i numerosi musei a cui fa capo la Smithsonian Institution vi sono il National Museum of African American History and Culture, il National Museum of African Art e National Museum of the American Indian, tutti separati sulla base dell’identità culturale ed etnica.
4) Per approfondimenti sul concetto di cultura ibrida: Bhabha, Homi K., The location of culture, London, New York, Routledge, 1994.
