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arte e oltre / art and beyond
rivista trimestrale di arte contemporanea
ISSN 2284-0435

A Palazzo Strozzi un’importante mostra proveniente dal Walker Art Center di Minneapolis
 
Lucilla MeloniIcoPDFdownload

Curata da Vincenzo de Bellis, Curator and Associate Director del Walker Art Center e da Arturo Galansino, Direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi, la mostra American Art 1961-2001, visitabile fino al 29 agosto prossimo, offre un percorso dell’arte americana che parte cronologicamente dall’insediamento di John Fitzgerald Kennedy alla Casa Bianca nel 1961 e si conclude nel 2001 con l’attentato terroristico al World Art Center a New York.
Due eventi cruciali nella storia di quel Paese, che ne motivano la scelta come punti cardinali, come segnala de Bellis nel testo in catalogo.
Le opere esposte fanno parte dell’ampia collezione del Walker Art Center, la cui storia inizia nel 1874 ad opera di Thomas Barlow Walker, che avrebbe aperto ben presto la sua collezione eclettica al pubblico.
Negli anni 1939-1949 la Walker Art Gallery diventa il Walker Art Center e fin da allora propone al pubblico arte contemporanea; non solo, ma come si legge nel testo su citato, si apre da subito ad altri ambiti di ricerca, organizzando lo Spring Dance Festival.
Nella storia della Fondazione il 1961 segna un importane momento poiché il Direttore Martin Friedman, in considerazione della nuova tipologia delle opere d’arte contemporanea, dà avvio alla costruzione di un altro edificio, progettato da Edward Larrabee Barnes, capace di accogliere le diverse forme della ricerca visiva.
Gli interventi di ampliamento delle sedi espositive e delle collezioni si susseguono nel tempo e portano alla creazione del Minneapolis Sculpture Garden e nel 2017, sotto la direzione di Olga Viso, all’acquisizione di quasi quattromila oggetti del Merce Cunningham Dance Archive. 
La mostra si articola in diverse sezioni: Changes, Crossing Boundaries, Pops, Less is More, No More Boring Art, Video, From Pictures to Pictures, Biographies, More Voices, Going West, che con andamento cronologico e con un corretto allestimento offrono un agevole percorso di lettura. 
I lavori restituiscono tutta la potenza di quel clima di ricerca e di sconfinamenti linguistici e disciplinari che ha caratterizzato la neoavanguardia.
Dal primo nucleo che segnala l’uscita dall’espressionismo astratto con opere quali No.2 di Mark Rothko e l’emergere della pratica dell’assemblage presente tanto nelle due “scatole” di Joseph Cornel quanto nella bellissima scultura di Louise Nevelson Sky Cathedral Presence, fino alle pure, piatte forme geometriche delle pitture di Ellesworth Kelly, si passa ai rapporti tra arte visiva, musica e danza sviluppatisi al Black Mountain College.
Sono esposti in questa sala le Notazioni preliminari per la partitura di Williams Mix (1952) di John Cage e la scenografia che Robert Rauschenberg realizza nel 1954 per Minutiae di Merce Cunningham: una struttura lignea rivestita da un collage di stoffa, carta pittura e specchio attraverso cui i ballerini potevano passare. Insieme con la pellicola che registra l’opera di Merce Cunningham e di Charles Atlas Walkaround Time si vede la relativa scenografia progettata da Jasper Johns che è una chiara, emozionante rivisitazione del Grande vetro di Duchamp.
Alla sezione dedicata alla Pop Art, con lavori di Robert Indiana, di Andy Warhol, di Claes Oldenburg, di Roy Lichtenstein segue quella che ospita l’ambito minimalista con importanti testimonianze di Dan Flavin, di Robert Morris, di Donald Judd, di Richard Serra, di Sol Lewitt, di Car Andre, di Fred Sandback, di Anne Truit, di Agnes Martin.
Poi si arriva a un altro caposaldo, alla pellicola trasferita su video Art Make-Up (1967-68) di Bruce Nauman, dove vediamo in 4 filmati l’artista che cosparge il suo corpo di trucco bianco, rosa, verde e infine nero.
All’irrompere del corpo e all’utilizzo del video, quanto alla messa in discussione della neutralità dell’informazione e delle contraddizioni delle mitologie contemporanee, come il rock, è dedicata una parte della mostra che si può visionare online sulla piattaforma American Art on Demand. Là sono visibili: Meat Joy (1964-200) di Carolee Schneemann, TV Cello Premiere (1970) di Nam June Paik, Theme Song (1973) di Vito Acconci, Technology/Transformation: Wonder Woman (1979-1979) di Dara Birnbaum, Rock My Religion (1982-1984) di Dan Graham, If it’s Too Bad to Be True, it Could Be DISINFORMATION (1985) di Martha Rosler.
Il settimo settore dell’esposizione dà conto del ritorno delle immagini che ha caratterizzato la fine degli anni Settanta, esemplificato nella mostra Pictures curata nel 1977 da Douglas Crimp all’Artists Space di New York.
Gli artisti qui presenti, da Sarah Charlesworth a Robert Longo, di cui è esposto National Trust del 1981, da Cindy Sherman a Barbara Kruger, da Richard Prince, che nella serie Untitled (Cowboy) del 1980-1983 si appropria, rifotografandole, delle immagini pubblicitarie delle sigarette Marlboro, a Sherrie Levine, con il suo Fountain (after Marcel Duchamp: A.P.) hanno elaborato nuove iconografie legate ai temi dell’attualità: all’identità e al travestimento, alle ideologie veicolate dal mondo pubblicitario, di cui in molti casi assumono i dispositivi, fino all’appropriazionismo.
Successivamente si vedono lavori dichiaratamente politici che riflettono sulle ingiustizie e le contradizioni politiche ed economiche di una società opulenta scossa dalla catastrofe dell’AIDS e dall’acuirsi delle lotte per i diritti civili, dove gli artisti rivendicano il riconoscimento dell’identità sessuale, quanto il rifiuto dello stereotipo razziale.
Un intenso percorso che va dal delicato lavoro di Felix Gonzales -Torres Untitled (Last Light) del 1993 a Wigs (portfolio) di Lorna Simpson che ritrae diverse acconciature delle donne di colore, a Klara Walker con le sue silhouette che narrano drammatiche storie di razzismo, a Catherine Opie che evidenzia un’idea di comunità estranea al “sogno americano”, a Paul Mccarthy che con Documents (1995-1999) istituisce nei pannelli fotografici una paradossale relazione tra le immagini di Topolino e i progetti architettonici di Albert Speer,  suggerendo una riflessione sull’uso della fotografia come veicolo ideologico.
È esposta anche una selezione da Cremaster 2: The Drone’s Exposition: l’opera di Matthew Barney presentata per la prima volta nel 1999 proprio al Walker Art Center.
Il catalogo, edito da Marsilio, ospita oltre ai testi dei curatori, contributi sugli artisti e le opere esposte e una Cronologia a cura di Ludovica Sebregondi.
20 luglio 2021