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arte e oltre / art and beyond
rivista trimestrale di arte contemporanea
ISSN 2284-0435

Lucilla Meloni
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Per la cura della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, diretta da Onofrio Cutaia e della Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali, presieduta da Vincenzo Trione, è stato pubblicato da Silvana Editoriale il volume Arte e spazio pubblico, che raccoglie gli atti delle giornate di studio svoltesi il 24, 25, 31 gennaio e il primo e l’11 febbraio 2022 presso la Biblioteca Centrale di Roma.
Il volume, che ospita più di cento contributi, offre un’attenta disamina dell’arte pubblica che, intesa in un’accezione molto ampia, va dalla Street Art alle residenze d’artista volte alla valorizzazione del territorio, alla rigenerazione urbana, come nel caso dei murales nel rione Sanità a Napoli, alla riappropriazione delle zone comuni da parte degli abitanti,  al ruolo della committenza  istituzionale e di quella “civica”, secondo la logica del  progetto dei  “Nuovi Committenti”, al riuso sociale dei beni confiscati, alle grandi decorazioni pubbliche come quella della Metropolitana di Napoli, alle sculture posizionate nelle rotatorie viarie, alla dimensione collettiva messa in campo, ad esempio, nell’esperienza pluriennale del gioco urbano partecipato Ti Voglio Un Bene Pubblico, fino ad arrivare a interventi impermanenti come quello realizzato a Roma nel 2019 da William Kentridge  Triumphs and Laments, destinato alla scomparsa.
Pur mettendo a confronto diversi modelli attraverso cui si invera l’arte pubblica, tanto  che risulta difficile inquadrarli tutti dentro uno stesso perimetro concettuale,  non si tratta tuttavia di una mappatura che dà conto delle numerose esperienze realizzate in Italia (approntata invece dalla DGCC nella sezione Arte negli spazi pubblici all’interno della piattaforma online Luoghi del Contemporaneo), quanto di una riflessione sull’argomento indagata da molteplici angolazioni che testimonia le problematiche, le sfide e le contraddizioni alla base del rapporto tra l’arte contemporanea e lo spazio pubblico.
Le sezioni in cui si articola l’edizione ripercorrono quelle delle giornate di studi, suddivise in quattro nuclei tematici: spazio, temporalità, partecipazione, committenza. I numerosi testi declinano gli aspetti centrali del discorso, tra i quali la differenza tra riqualificazione, decorazione e arte pubblica, il rapporto tra richiesta istituzionale e territori, le questioni legate alla manutenzione e alla conservazione delle opere collocate all’aperto, la normativa di tipo regionale che ne regola la realizzazione.
Questioni essenziali sono il ruolo dell’artista: “chi è l’artista? Un mero esecutore della volontà del committente, un autore o un coautore? Qual è la sua autonomia rispetto alle richieste dell’istituzione?”, quanto la partecipazione dei residenti all’ideazione.
Su quest’ultimo punto riflettono l’artista Stefano Boccalini direttore artistico del Centro Ca’mon e Costanza Meli storica dell’arte e curatrice nel testo che introduce la sezione “partecipazione”, che documenta il dibattito svoltosi in quella giornata di studio.
Sintetizzando e introducendo i punti focali dell’incontro, i due mettono in evidenza l’ambiguità e l’inadeguatezza della terminologia impiegata per indicare i tratti significativi di quella che chiamiamo arte pubblica.  
Suggeriscono, ad esempio, di sostituire la definizione di partecipazione con quella di “gesto comune”, di intendere la comunità come entità che di volta in volta si costituisce durante il processo. Sottolineano come l’“arte pubblica” possa essere definita “arte del comune”, che può solo nascere da pratiche realmente collettive in cui il partecipante si intenda come soggetto.
Il libro riporta anche le testimonianze di alcuni artisti attivi in quest’ambito e portatori di diverse esperienze, tra cui Bianco-Valente, Fabrizio Bellomo, Paola Di Bello.
È dedicato alla memoria di Luisa Perlo, cofondatrice del collettivo curatoriale torinese a.titolo fondato nel 1997, che nei primi anni Duemila portò in Italia l’esperienza del francese Nouveaux Commendataires, delineando una nuova forma di committenza, nata “dal basso”, cioè dai desideri e dai bisogni dei cittadini, in dialogo con le istituzioni locali e gli artisti. 
Pratica per davvero comunitaria, come hanno testimoniato nel tempo i progetti realizzati da a.titolo, quali ad esempio Torino Mirafiori Nord,  qui il ruolo della curatela diventa anche quello di mediazione culturale; i cittadini interessati, a loro volta, nella relazione tra le parti (istituzioni, artisti, comunità territoriale), assumono una veste decisionale che oltrepassa la concezione, a volte vaga, della partecipazione.
Come scrive Francesca Comisso, tra le fondatrici del collettivo, nel suo testo “La committenza d’arte come forma di attivismo civico”: “La committenza si distingue dalle pratiche di partecipazione perché ha la propria peculiarità nella responsabilità che i cittadini committenti assumono nell’attivare la produzione di nuovo patrimonio artistico e nel condividerne il significato e il valore con la più estesa collettività locale, come bene comune”.
Tra gli autori Fabio De Chirico, Alessandra Pioselli, già autrice nel 2015 del saggio L’arte nello spazio urbano, Laura Barreca, Marina Pugliese, Gianfranco Maraniello, Lisa Parola, Gabi Scardi,  Pietro Gaglianò, Marco Trulli e Flavio Favelli che, fuori dal coro, intitola il suo scritto “L’arte pubblica è reazionaria”.
Se il titolo appare provocatorio, il contenuto è puntuale e testimonia come il dibattito intorno all’arte pubblica sia complesso, soprattutto per quel che concerne lo statuto dell’opera d’arte, la sua qualità sostanziale, e dunque la sua possibile autonomia dal contesto per cui viene progettata. 
L’artista segnala come qualsiasi bando di arte pubblica oggi richieda un progetto che sia facilmente comprensibile, un’opera in dialogo col contesto, con la comunità, col presente e col passato, volta a promuovere rigenerazione, integrazione, crescita, a creare relazioni. Nel mettere in guardia dal presente “Artivismo”, da un’arte normalizzata in tempi di diffuso populismo, che cede alle esigenze della politica, da un’arte che non sia più rottura, che eluda le fatidiche domande (“Cosa c’entra? Cosa vuol dire?” scrive) che sempre l’hanno accompagnata quando ha aperto nuovi orizzonti, Favelli difende la “realtà autonoma dell’opera”. Si domanda: “Ma cosa succede se l’opera non c’entra? Se non è ben integrata? Se non dialoga con il territorio? Forse si disorienta (sia mai!) il cittadino? Succede che accende polemiche, che la politica o cavalca se conviene, o rifugge se non conviene?” E, continua: “Ma sarebbe bene ricordare che anche l’opera avulsa dal contesto può essere una scelta pensata e voluta dall’artista, perché l’opera d’arte ha una sua realtà propria e questa è da considerare in un lungo periodo, preoccupazione spesso estranea a chi amministra (...)”.
L’intervento di Favelli chiude il cerchio nel riposizionare l’opera al centro del discorso.

Ottobre 2023