Tomás Saraceno e Web[s] of Life alla Serpentine di Londra
Patrizia Mania
Se l’interconnessione è in generale la condizione del presente, nella comune esperienza a dominare è soprattutto quella comunicativa che consente grazie alla rete degli accessori/protesi digitali di essere in contatto a distanza con chiunque e con qualsiasi device. Tuttavia e forse proprio dietro la spinta di questa constatazione altre forme di interconnessione sono nel frattempo salite alla ribalta. Spostandosi su un diverso ma curiosamente attiguo territorio è da tempo che in particolare la cultura contemporanea si sta interrogando sulle connessioni interspecie. C’è da chiedersi se la spinta acceleratrice a riconsiderarle sia in qualche modo da riconoscersi anche nella riflessione generale sull’interconnettività. In ogni caso si può osservare come, nonostante la siderale distanza che separano l’interconnessione comunicativa e quella interspecie, percorrano spesso strade parallele. È noto che quel che fa un’ape a qualsiasi latitudine ha delle ricadute su tutto l’ecosistema. Un piccolo esempio, a partire dal quale però la vasta letteratura che ha esplorato le relazioni interspecie si è posta degli interrogativi fornendo una vasta gamma di risposte. Nell’ambito della cultura artistica, tra le più citate e per certi versi controverse, c’è quella di Donna Haraway che ha stilato le istruzioni su come sopravvivere in un pianeta “infetto” coniando il termine chthulucene che surclassando quello di antropocene ha preso in conto possibili vie di sopravvivenza alla devastazione dando nuova dignità a ciascuna specie (1). Non è la sola via intrapresa. Tra le tante riflessioni e risposte c’è anche quella di una buona parte della ricerca artistica contemporanea che si è andata cimentando con ipotesi più o meno avveniristiche di reversibilità dello status quo o di buone pratiche portando avanti strategie pragmatiche esemplari. Lo dimostra il fatto di come sotto l’ampio, a volte anche frainteso, cappello del cosiddetto “artivismo” si siano andate annidando numerosissime e diversificate forme e pratiche. Comunità, collettivi d’artisti ma anche singole personalità si sono mossi su questo sciame che rappresenta una delle vie più significative su cosa l’arte possa contribuire a fare e a pensare prendendo alla lettera la digressione di Timothy Morton sulla sua connaturata propensione all’ecologia (2).
Di questi fermenti la mostra di Tomás Saraceno in collaborazione con Web[s] of Life alla Serpentine di Londra ha fornito una singolare rizomatica testimonianza.
Il nome di Tomás Saraceno spicca nel panorama artistico attuale soprattutto per aver creato ambienti nei quali ha di sovente esposto i ragni e le loro tele. In qualche modo la sua cifra distintiva. Ambienti di luce soffusa che consentono di ammirare la straordinaria qualità di queste costruzioni, per tutti sorgenti di meraviglia e per lui di costante ispirazione. Lo scopo dell’artista non è però tanto quello di esibire la spettacolarità delle ingegneristiche architetture tessute dai ragni quanto piuttosto in un quadro più ampio di riflettere e far riflettere sui fili delle reti – umane, animali, vegetali, minerali - che delineano l’ecosistema nel suo insieme. Il suo sottotesto sta infatti nella complessità delle dipendenze interspecie. Metafora ribadita anche in questa mostra ospitata fino ai primi dello scorso settembre alla Serpentine di Londra (3).
È bene premettere e sottolineare come in tutte le sue sculture e le sue installazioni interattive ciò che fondamentalmente esplora è propriamente la possibilità di abitare e sentire l’ambiente per coglierne proprio le imprescindibili interdipendenze tra specie. In particolare i suoi progetti comunitari Aerocene (4) e Aracnophilia (5) cui ha dato vita già da alcuni anni e che si sviluppano in progress invitano ad approfondire e a relazionarsi con la coabitazione tra specie diverse e, in una prospettiva più allargata, inducono sostanzialmente alla comprensione di ciò che si può e si deve intendere come giustizia ambientale. Non solo cosa avviene ma anche e soprattutto cosa sia bene che avvenga. Sottofondo e incipit di tutti i suoi progetti.
Di stanza a Berlino, è proprio qui in uno studio laboratorio che Saraceno sviluppa i suoi progetti coinvolgendo vari ricercatori e scienziati con cui si confronta e fa sistema. La sfida prima è mettere insieme i saperi attraversando campi disciplinari differenti che spaziano per lo più dall’arte, all’architettura, al design, alle scienze sociali spingendosi comunque oltre, a seconda della prospettiva scelta. Ciò che propone è, come si è detto, proprio di sollecitare e costruire relazioni comunitarie ai fini di una complessiva induzione alla responsabilità collettiva sul tema principe della sopravvivenza e della giustizia ambientale.
Su queste coordinate ha creato per la Serpentine un progetto di collaborazione con un variegato team di attori intorno innanzitutto e inevitabilmente ai ragni e alle loro tele. Deterritorializzando lo sguardo, ha inoltre intercettato in questa occasione una comunità di divinatori di ragni di Somié in Camerun, mentre su un piano etico-politico sono qui le comunità indigene di Salinas Grandes e Laguna di Guayatayoc Basin in Argentina le altre protagoniste di una installazione che mira a documentare e a far condividere una presa di coscienza delle false politiche di salvaguardia del pianeta tacciate di tutelare solo la sua parte ricca.
Lungo questi tracciati ha proposto nel progetto espositivo della Serpentine un’installazione ambientale eteroclita e peculiarmente “porosa”. Un carattere quest’ultimo da intendersi sia nel senso degli spazi lasciati vuoti, e quindi dell’idea di poterli abitare, che anche in quello di un’apparente incoerenza tra le parti. E ciò riguarda sia le sculture che l’interno e l’esterno dello stesso edificio della galleria tutti predisposti in modo da sviluppare innanzitutto una stretta relazione con il parco circostante.
Partendo dalla consapevolezza di come la complessiva sostenibilità ambientale sia in generale suscettibile di continui cambiamenti indotti principalmente dalle fluttuazioni meteorologiche ed energetiche, nello specifico dell’edificio della Serpentine ne ha contemplato e assecondato il flusso, sia considerando l’inevitabile trasformazione che di ora in ora modifica la percezione del costrutto, sia coinvolgendo gli spettatori e stimolandoli a sfruttare per esempio la loro capacità di produrre energia per poter fruire appieno dei contenuti della mostra.
Con l’intento generale di cui si è detto sono stati approntati alcuni interventi di scala diversa ma tutti dall’impatto minimo. Pannelli solari situati sul tetto per alimentare l’energia dei lavori collocati all’interno; apertura delle porte della galleria che dando diretto accesso al parco ha favorito insieme alla ventilazione naturale, la circolazione degli organismi viventi. E all’esterno altre sculture interattive si sono proposte di sollecitare i visitatori della mostra o semplicemente gli avventori del parco a creare rapporti con le altre specie viventi a loro volta stimolate ad entrare nel circuito.
In particolare, le modulari strutture geodetiche anche “arrampicate” sull’edificio e collocate sia all’esterno che all’interno si sono presentate in continuità e stretta relazione con l’ultima sala aperta direttamente sul parco. Qui è stata proposta l’installazione Cloud Cities: Species of Spaces and other Pieces che mutuando il titolo dal famoso testo del 1974 di Georges Perec ha fatto del metatesto un viatico per comprendere la sua stessa funzione di essere pensata al servizio di tutti gli organismi viventi.
Dunque una circolarità di aria e di vita flessibile che peculiarmente in questa sala ha trovato modo di sviluppare un confronto sinergico tra il dentro e il fuori. Il lato lungo della galleria aperto verso il parco si è così tramutato da confine in passaggio e le strutture/sculture geodetiche collocate qui e nel parco, progettate come prismi aperti affinché vi si potessero ospitare agevolmente altre specie viventi, hanno stimolato un’inedita collaborazione per la creazione di tane, nidi, transiti.
Cloud Cities: Species of Spaces and other Pieces nella sua effettiva dimensione è propriamente consistita dunque in una serie di sculture installate all’interno della galleria, ma anche appese al tetto dell’edificio e sistemate negli spazi del parco antistante. Il design di queste strutture ha impegnato un team di ornitologi e membri di organizzazioni della fauna selvatica con lo scopo di concepire e definire formalmente degli habitat per ospitare in particolare quelle specie animali che abitano il parco, alcune delle quali sono per inciso a serio rischio di estinzione. Nidi e vasche d'acqua per gli uccelli, case per i ricci, oggetti pensati per i cani, angoli per gli invertebrati e gradini su cui far arrampicare gli scoiattoli: le sculture realizzate sono state particolarmente attente alle biodiversità proponendo modelli alternativi sia di abitazioni che di transiti tesi a favorire gli incontri tra tutte le specie. L’intento primario è stato di mettersi insomma con i propri mezzi “umani” dalla loro parte proponendo habitat di agevole interconnessione.
Ad un altro livello, ad uso degli spettatori una serie di biciclette posizionate all’ingresso ha reso possibile partecipare attivamente al contest della mostra, infatti l’energia prodotta dalle loro pedalate avviava l’ascolto di una registrazione audio del Manifesto for an Ecosocial Energy Transition from the Peoples of the South (6) facendosi trait d’union con un altro dei temi centrali della mostra.
Nato dalla condivisione con la comunità Aerocene ed altri gruppi comunitari e soprattutto con le comunità delle Salinas Grandes e Laguna de Guayayoc Basin in Argentina questo altro tema si è concretizzato in un’ installazione visualizzata da un lungo filmato girato tra il 2006 e il 2023 che documenta eventi diversi il cui tema chiave è in sintesi l’istanza politica di rigettare le false soluzioni proposte dal Nord Globale in risposta agli effetti del cambiamento climatico e all’urgenza della salvaguardia ambientale. Apparentemente animate da buoni propositi, tali soluzioni guardate criticamente con gli occhi di queste comunità riflettono nuove forme di colonialismo che in nome della transizione verde perorano risposte ad esclusivo vantaggio appunto del Nord Globale. Tra gli episodi di artivismo che il film riproduce viene documentato a titolo di massima esemplificazione del problema il volo sopra le vaste saline di Salinas Grandes del pallone aerostatico Aerocene Pacha (7) avvenuto il 25 gennaio del 2020. Un evento straordinario, senza precedenti visto che, con la sola energia solare e trasportato dal vento, è stato il primo volo della storia umana senza combustibile e la sua eccezionalità è stata riconosciuta anche dalla Fédération Aéronautique Internationale (FAI).
Sul suo telo era vergata a caratteri cubitali la scritta “Water and Life are Worth than Lithium” che faceva esplicito riferimento alla battaglia per la preservazione di quelle terre del sud del mondo particolarmente ricche di litio, metallo utilizzato prevalentemente per la costruzione di batterie per cellulari e per macchine elettriche. Proprio il litio guida la transizione verso l’energia verde nel Nord Globale a scapito, è il forte messaggio che si veicola, della sopravvivenza del Sud Globale. Le conseguenze della sua estrazione massiva stanno infatti mettendo a rischio le risorse idriche delle popolazioni di quelle terre del Sud Globale ed è questa la consapevolezza etica e politica che muove l’azione di contrasto. L’antinomia tra la transizione ecologica della parte ricca del mondo a danno delle terre del Sud è infatti al centro di una contesa che rivendica i diritti di quelle popolazioni e simmetricamente quelli della natura in senso lato.
Il fuoco tematico proposto appare di particolare e indiscutibile rilevanza e condensa palesemente le idiosincrasie che caratterizzano la nostra epoca. Impossibile prescinderne se non, come viene suggerito, ripiegando su una falsa e malintesa coscienza.
Ma la complessità ha infinite pieghe e risvolti. Le scelte elaborate e sviluppate in questa occasione sono ricadute con andamento rizomatico su casi esemplari che concertati insieme hanno offerto modelli strategici di sopravvivenza e di presa di coscienza.
A cominciare dal contrasto alla passività e estraneità proposta nella prima sala della mostra con l’invito rivolto agli spettatori a rimuovere le dipendenze tecnologiche e così riflettere sulle attuali perverse abitudini umane provando da prospettive diverse a riconnettersi con l’ambiente.
Eloquentemente all’ingresso, nella hall della mostra i visitatori sono stati infatti invitati a lasciare in deposito i loro cellulari per viversi l’esperienza della mostra senza dipendenze tecnologiche distrattive per poi, dopo aver tentato di instaurare una comunicazione intima con le vibrazioni del ragno in uno spazio che è un vero e proprio confessionale - quasi in espiazione delle colpe - inoltrarsi e conoscere la realtà dei divinatori di ragni di Somié – delocalizzarsi per guardare oltre - e infine avvicinarsi all’installazione della prima sala World [ing]WideWeb[s].Life. Qui, racchiuse in teche di vetro sostenute da rami di albero, le ragnatele tessute nello studio di Saraceno a Berlino hanno configurato ancora una volta la metafora più fulgida delle dipendenze interspecie che si esplicita nel passaggio, all’artista particolarmente caro, dalla paura all’amore - dall’aracnofobia all’aracnofilia -. Un passaggio, un modello di coesistenza, non concluso nell’installazione ma sviluppato nel network che gli preesiste e che è un vero e proprio archivio di ricerca. Si tratta infatti di una piattaforma in progress sull’aracnofilia che mira a creare connessioni percettive interdisciplinari da tradurre in conoscenza cercando e testando infinite strade per come, si dichiara, “connettersi e conversare con i parenti aracnidi”.
Che la risposta di Saraceno alle devastazioni epocali risieda in questi dialoghi/rifugio appare evidente e che le buone pratiche presentate le irrorino di speciale energia è un modo per ribadire l’importanza della consapevolezza e del rispetto delle dinamiche della dipendenza interspecie.
Al fondo, un monito di sopravvivenza ben esemplificato nella semplicità di un detto popolare posto ad esergo di questa impresa: “If you want to live and thrive, let the spiders run alive”.
Ottobre 2023
1) Donna Haraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto, Nero, 2019.
2) Timothy Morton, All Art is Ecological, Penguin Books, 2018.
3) Tomás Saraceno e Web[s] of Life, 1° giugno – 10 settembre 2023, Serpentine, Londra.
4) Aerocene Foundation (2015 - ). Aerocene.org
5) arachnophilia.net
6) Bi-cycles for life-cycles (go as fast as you can, as slow as you must*) 2023. Il titolo è in parte mutuato da Anna Gillingham.
7) Fly with Pacha, Into the Aerocene (2020- 2023) è un film diretto da Maximiliano Laina e Tomás Saraceno Aerocene in collaborazione con le comunità di Salinas Grandes e Laguna de Guayatayoc Basin e altre comunità che hanno co-organizzato, ospitato e partecipato a Tata Inti (2017), Fly with Aerocene Pacha (2020) e Alfarcito Gathering (2023).