Simboli di un’anti arte, conservata in un non luogo, per non essere vista
Elisa Martinasco
Il concetto di Freeport dell'arte è nato in Svizzera nel dopoguerra, ma è stato perfezionato negli ultimi anni con la costruzione di magazzini che diventano musei del lusso in cui favorire il commercio di un settore in continua espansione che non conosce crisi: il mercato dell’arte.
Nel 1904 André Level istituì il primo fondo d'investimento d'arte, La Peau de l'Ours, che fu liquidato nel 1914, con un ricavo per i suoi investitori pari a quattro volte tanto la quota iniziale (1). Un’intuizione geniale che attribuì all'arte una nuova condizione, divenne cioè status symbol di un’élite dal forte potere finanziario. Tutto ciò diede nuovo impulso al mondo dell'arte, introducendo un nuovo fattore: quello del denaro. Un generoso numero di compratori avrà accesso a quel mercato artistico che fino a quel momento era stato appannaggio di collezionisti con la passione per l'arte. Con il passare del tempo le trattative cambieranno profondamente, si parlerà di un nuovo capitolo rispetto al mercato d'avanguardia del XX secolo. La liquidità ha acquisito nuova rilevanza nella valutazione dell'arte consentendo al capitale investito nel presente, di creare un profitto economico in futuro: la prerogativa dell'arte non sarà più quella di comunicare un significato.
Galleristi, antiquari, mercanti d’arte, agenti immobiliari, case d’asta, curatori di mostre, esperti d’arte, gioiellieri internazionali, numismatici, professionisti nel campo della filatelia, collezionisti e amanti dell’arte sono il target cui si rivolgono i Freeports.
Per la conservazione delle opere d’arte nelle migliori condizioni possibili, i porti franchi forniscono servizi di qualità: temperatura e umidità sono costantemente controllate (la condizione termica non supera i diciassette gradi), le pitture a olio sono custodite in condizioni di luce e temperatura particolari; sicurezza, restauro, incorniciatura, autenticazione, valutazione, spedizionieri molto discreti, trasporto specializzato e naturalmente elevatissimi standard di sicurezza sono prestazioni offerte ai propri clienti.
La parola “free” (libero) si attribuisce alla sospensione dei dazi doganali e delle tasse; nato originariamente come temporaneo, attualmente questo beneficio è diventato permanente poiché di fatto, contrattualmente, non vi è alcun limite di tempo: un’opera può essere trasportata da un Freeport ad un altro e conservata per decenni, senza pagare alcuna imposta. In caso di temporanea esposizione delle opere d’arte presso musei e mostre, la sospensione da dazi rimane attiva; inoltre le vendite di beni nei Freeports generalmente non comportano tributi sulle plusvalenze, solo nel momento in cui un’opera d’arte lascia questi paradisi fiscali paralleli, occorrerà procedere all’esecuzione degli adempimenti doganali, ma a quel punto potrebbe essere già stata venduta e spostata più volte.
Si stima che in Asia le esenzioni fiscali per gli utenti del Freeport pechinese ammontino a circa un risparmio medio del 34%, e stiamo parlando di cifre superiori al miliardo di euro (2). Tutto si svolge nella piena legalità, ma perché ciò possa accadere alcuni paesi sono stati costretti a modificare i loro statuti, introducendo leggi speciali come ha fatto il Lussemburgo nel 2011 (3).
I magazzini d'arte sono una galleria reale e virtuale piena di ombre, dove la movimentazione, l’archiviazione e la consultazione dei dati sono nascoste, dove le opere custodite all'interno di scatole riescono a oltrepassare i confini dei territori internazionali con un’inadeguata scia di tracciamento o catalogazione.
Nonostante il loro successo tra investitori e clienti un rapporto dell’Economist, scaglia un'ombra sulle attività dei porti franchi e delle aree extra doganali, mettendo in luce la possibilità di uso improprio dei Freeports che offrono condizioni ideali per chi voglia commerciare illegalmente nel mercato dell’arte, riciclare denaro, armi, droghe, prodotti finanziari, derivati, altri modelli d’investimento, aggirare le leggi sui beni culturali, sui materiali da guerra, sui farmaci o persino sul commercio di diamanti grezzi. Evasori fiscali e narcotrafficanti hanno usato i Freeports come veicolo per guadagni illeciti sin dagli anni '80, aumentando in numero, nel momento in cui i magazzini si sono rivelati un successo per i cartelli della droga latinoamericani; molte transazioni infatti sono regolate in contanti e il mercato dell'arte è il metodo ideale per il riciclaggio di denaro sporco, tenuto conto che l’origine delle opere d’arte trattate non è sempre certa e garantita.
I paesi occidentali hanno iniziato a perseguire chi cerca di avvalersi di tali depositi per detenere finanze non dichiarate nell'ombra. L'America è stata pioniera in questo, firmando un accordo bilaterale con le banche svizzere (4), obbligandole a fornire informazioni sul trasferimento di fondi dai conti, compresi i prelievi di soldi contanti e le partecipazioni in transazioni straniere d'arte.
I Freeports devono tenere un registro degli agenti di movimentazione e dei clienti che utilizzano il loro spazio (5): gli addetti sono obbligati a conservare gli inventari che le dogane possono chiedere di visionare in qualsiasi momento, ma i registri hanno comunque un valore limitato, dato che i funzionari sono autorizzati a spostare oggetti in nome e per conto di terzi; le merci che arrivano sono dichiarate alla dogana, ma senza rivelare il valore o la natura precisa dei beni e del suo possessore.
La figura professionale dello spedizioniere o agente di transito riveste un ruolo fondamentale perché presente nei caveau in momenti di fondamentale importanza commerciale. Per questo i funzionari doganali sono a conoscenza di molte informazioni top secret, come documenti relativi a compravendite o riguardanti soggetti interpreti di transazioni: ciò permette di costruire rapporti professionali di lunga durata con gli spedizionieri di fiducia, basati su stima e segreto implicito.
Le merci possono rimanere in un limbo esente da tassazione, in teoria per sempre, come sospese in uno spazio senza tempo: un immenso patrimonio artistico accumulato come bene d’investimento rifugio viene però sottratto alla fruizione del pubblico.
Un nuovo modello di acquirente, disposto a pagare cifre altissime per opere da immagazzinare come forma d’incremento patrimoniale a lungo termine, sta facendo la fortuna di questi depositi, dei suoi gestori e degli investitori e ci fa capire come sia orientato al momento il mondo dei collezionisti.
"Il business dell'arte ora attrae persone che stanno parcheggiando denaro, che speculano e che vogliono uno status sociale" dice Findlay autore di The Value of Art. "Il difetto nel loro modo di pensare è che da una prospettiva storica, le grandi collezioni private sono state messe insieme da persone che hanno comprato l'arte perché potevano permetterselo e l’hanno apprezzata. Quando queste persone spendevano soldi per l'arte, la consideravano arte nel suo significato intrinseco e avevano qualcosa da godere per il resto della loro vita. Era per uso personale. L'arte non ha perso tempo in un porto franco"(6).
I primi Freeports si sono sviluppati in Svizzera per poi trovare la loro massima espressione con la costruzione di strutture sempre nuove e all’avanguardia erette a Singapore, Pechino, Monaco, Lussemburgo e Newark negli Stati Uniti: paradisi fiscali in cui il clima finanziario è l'ideale per individui con un elevato patrimonio e una vasta rete di conoscenze e risorse.
Il porto franco di Singapore è stato inaugurato nel maggio del 2010: l'edificio a quattro piani è situato nei pressi dell'aeroporto internazionale, ha una superficie di 50.000 metri quadrati di cui il 40% dello spazio è affittato permanentemente da Christie's (nota casa d'aste) e dal suo servizio di deposito di opere , dove l'arte può essere mostrata ai potenziali acquirenti senza il bisogno di uscire dalla struttura; le compravendite si svolgono semplicemente spostando le merci tra i magazzini degli agenti di movimentazione dell'acquirente e del venditore (7).
Il Museum of Modern Art di New York possiede quasi 200.000 opere d'arte di vari tipi e diversa provenienza: tutte sono custodite nei Freeports. Secondo la rivista specializzata Conaissances des Arts, nel 2013 nel porto franco di Ginevra giacevano 1,2 milioni di oggetti d'arte (8).
I Freeports stanno inesorabilmente, irrimediabilmente influenzando il mercato dell’arte.
Hito Steyerl è stata la prima artista a riconoscere il significato di “arte esente da dazi” e a teorizzare il "freeportismo" (9). Steyerl spiega come quest’arte esentasse corrompa l’illusione di un totale autocontrollo artistico, di autonomia dalle leggi del mercato.
La speculazione contemporanea sull'arte e sugli artisti si basa sempre meno sul giudizio individuale reale dell’artista, dove significato e critica sono diventati metodi obsoleti per stimare, valorizzare e di conseguenza consigliare l’investitore. Stiamo vivendo una trasformazione del modo d'interpretare e percepire l'arte: i collezionisti preferiscono tenere al sicuro i loro investimenti, piuttosto che esporre al pubblico le collezioni e dare quindi la possibilità all’arte di manifestare il suo significato e all’artista di comunicare tramite le sue opere.
Una controversia infinita: luoghi sicuri, impenetrabili, in cui sicuramente i problemi relativi a tutela e conservazione sono minimi, ma inarrivabili al grande pubblico, avulsi dal concetto che l’arte debba poter essere universalmente raggiunta da tutti . È questo l’inevitabile destino dell'Arte? Relegata all'interno di strutture bunker? Questo è il suo futuro? La sparizione?
Secondo Piroschka Dossi “La situazione è totalmente cambiata in particolare dal momento in cui è stato possibile realizzare la trasformazione del vecchio collezionismo in mercato finanziario in cui l'elemento speculativo non è prettamente accessorio, ma necessario e la sostanza denaro, per quanto volubile, ha determinato un nuovo modello di relazione fra collezionista e sistema creativo, fra sostanza finanziaria e materia creativa” (10).
Nel mercato dell’arte in espansione a livello globale, s’impone una figura di collezionista-investitore di alto profilo, proveniente da Europa, Stati Uniti, dai paesi asiatici e dal mondo arabo. L’investitore conduce uno stile di vita sempre più globalizzato, che include l’acquisizione di arte contemporanea divenuta simbolo di uno status sociale, oltre ad essere considerata un investimento speculativo che assicura guadagni sia in termini di differenziazione sociale, che di profitto pecuniario.
Il suggerimento per i collezionisti e i mediatori del mondo dell’arte è di valutare attentamente benefici e rischi connessi al loro impiego, senza dimenticare la questione etica e morale.
Esiste una grande porzione del patrimonio storico artistico che potremmo chiamare “sommerso”: si tratta di tesori che nessuno presumibilmente potrà mai vedere, perché conservati nei depositi dei musei in attesa di essere esposti o catalogati. Non è un mistero che i sotterranei dei più grandi musei al mondo abbondino di opere d'arte conservate lontano dagli sguardi del pubblico, ma rimangono comunque opere che appartengono alla collettività, almeno in teoria.
I Freeports sono l’emblema del paradosso: trasformano le opere in entità avulse dalla comprensione comune, come merce di scambio, il valore economico dell’arte, diventa moneta alternativa contro il rischio dell’inflazione della moneta tradizionale. L’arte degradata a voce di bilancio positiva diventa strategia di accumulo economico e di speculazione finanziaria.
Il museo considerato fino ad oggi luogo di una continua ricerca, luogo di libertà d’espressione da vivere con atteggiamento critico personale , che non discrimina lo spettatore per la grandezza del suo portafoglio , luogo in cui si creano relazioni, si condividono idee, luogo in cui il valore delle opere è ancora determinato da criteri e metodi tradizionali che valorizzano la forza comunicativa dell’opera come accadeva nelle grandi esposizioni universali, viene quindi rimpiazzato da rifugi blindati , trasformato in penitenziari difesi e militarizzati che permettono al nuovo collezionismo finanziario di rendere l’arte invisibile, che spogliano l’arte della sua necessità vitale di comunicare. Che senso ha per l’artista continuare a produrre Arte per vederla segregata in simboli del lusso?
Nasce un nuovo modello di Freeport: un luogo che rispecchia nell’ambiente il lusso di ciò che espone e propone, realizzato da architetti di fama mondiale e valorizzato da installazioni realizzate site specific, dove architettura, luce e arte interagiscono per creare un luogo che non è un semplice contenitore di preziosi, ma si trasforma esso stesso in un’opera. I progettisti hanno introdotto il design, gli artisti la loro poetica e gli esperti di sicurezza una tecnologia all’avanguardia.
L’edificio di Singapore è un bunker con annessa un’ampia galleria, una lussuosa hall, un elegante showroom e arredi progettati da artisti e designer contemporanei come Ron Arad e Johanna Grawunder: per quest’ultima, la materia luminosa diventa elemento concreto che dialoga con l’architettura e lo spazio, sia all’interno che all’esterno della struttura, attraverso un’installazione di luci LED colorate che sottolinea l’andamento degli elementi strutturali.
La grande scultura di Ron Arad Cages sans Frontières è uno scrigno espositivo, un elemento autoportante in grado di accogliere oggetti e sculture, attualmente collocata nella corte interna del Singapore Freeport, slanciata verso un soffitto di cristallo, dove l’opera è risolta in un’installazione imponente e dinamica dal design ambientale. Come un foglio d’alluminio la struttura metallica si contorce su se stessa, rendendo fluide e scultoree le caratteristiche rigide del metallo di cui è composta, conferendo all’installazione un effetto plastico.
Questi siti, oltre a conservare alcune tra le opere più preziose al mondo, oltre ad essere sede d’influenti gallerie dei più rinomati mercanti d’arte, oltre ad avere potere economico per commissionare a grandi artisti opere realizzate site specific, si prestano ad ospitare affari illegali, ad essere il punto di ritrovo di oggetti rubati provenienti dal mercato nero dell'arte, proprio per il modo in cui sono pensati e gestiti: nel 1995 si è scoperto che il porto franco di Ginevra era l’epicentro di una rete internazionale di traffici di oggetti d’arte antichi rubati, collegati al prestigioso Getty Museum di Los Angeles (11).
Nel 2003 le autorità doganali svizzere hanno scoperto 200 reperti rubati dall' Egitto, tra cui sarcofagi, maschere, statue e due mummie; nel 2010 i funzionari doganali hanno rinvenuto un sarcofago romano probabilmente saccheggiato in un sito archeologico della Turchia meridionale. Un altro caso è quello riguardante i beni archeologici saccheggiati dai siti di Palmira, della Libia e dello Yemen: molti dei manufatti ritenuti perduti sono stati rinvenuti fra il 2012 e il 2014 nei depositi svizzeri ma, ad oggi, nessuna condanna penale è ancora stata emessa.
Nei primi mesi del 2016 il nucleo di Tutela Beni culturali dei Carabinieri, insieme alle autorità svizzere, ha rinvenuto, sempre nel porto franco di Ginevra, quarantacinque casse contenenti reperti romani ed etruschi, tra cui numerosi frammenti di affreschi e vasi e due sarcofagi policromi presumibilmente saccheggiati dall’antica città etrusca di Tarquinia, a nord di Roma (12).
Jason Felch, autore del libro Chasing Aphrodite, afferma che “Fino a quando le persone o le istituzioni pensano di avere il diritto di acquistare e possedere oggetti antichi, i siti archeologici continueranno a essere saccheggiati e il commercio illegale prospererà. Il mercato nero perderà interesse solo se si riuscirà a modificare il concetto di proprietà per questo genere di beni, facendo attecchire l’idea che il patrimonio culturale non può essere acquistato” (13).
Il Getty Museum di Los Angeles, il Minneapolis Institute of Arts e il Metropolitan Museum of Art di New York City hanno contribuito ad alimentare traffici illeciti senza esserne a conoscenza, dovendo in un secondo momento restituire le antichità acquisite tramite il sedicente commerciante d’arte Symes , per averle ottenute illegalmente.
A Ginevra è stata individuata la collezione di un mercante di diamanti coinvolto nello scandalo dei Panama Papers che comprendeva 28 milioni di dollari di opere di caratura internazionale, con autori del calibro di Jeff Koons, Mirò, Warhol, inoltre pochi mesi fa, è stato recuperato L’uomo seduto con bastone di Modigliani (valore venti milioni di dollari) che si presumeva fosse stato trafugato dai nazisti.
I musei di tutto il mondo espongono tesori archeologici di cui spesso non sono legalmente proprietari e mentre i governi litigano per determinare chi è il legittimo detentore, i saccheggiatori continuano a depredare i siti archeologici alimentando un fiorente mercato.
In conseguenza a questi scandali, la Svizzera è intervenuta per aumentare le ispezioni sui suoi porti franchi e ha inasprito la legge sul riciclaggio di denaro e sul commercio di oggetti d’arte. Tra i provvedimenti adottati c’è l'obbligo di dichiarare la proprietà, l'origine, il valore di tutti i beni importati, uniformando così la regolamentazione cui sottostanno tutte le importazioni. Dal 2009 inoltre è richiesto anche un inventario completo di tutti i beni presenti all’interno dei Freeports.
Questi provvedimenti, però, non hanno evitato altri casi di abuso del metodo Freeport.
C’è una reale difficoltà ad applicare queste normative, perché da un lato alcune competenze sono dell’Ufficio federale della cultura e di agenti doganali, d’altra parte il procedimento penale è di competenza del paese in cui si trova il porto franco; ne scaturisce una comunicazione ostacolata da giurisdizioni e mancanza volontaria di condivisione dei dati.
A causa di questioni tecniche, come la difficoltà di reperire prove scientifiche inconfutabili e il fatto che i paesi avviino procedimenti penali e non civili, si complica il verdetto di queste dispute, alle quali si sta cercando di porre rimedio, a livello mondiale, con un progetto sul web per condividere informazioni. Mettendo insieme i dati oggi disponibili, ci si augura che il nuovo sistema WikiLoot (14) porti chiarezza in un mercato sempre più nero. La preoccupazione però, è che dopo la pubblicazione d’informazioni su oggetti di dubbia provenienza, i contrabbandieri adottino nuove strategie, così da rendere inefficaci i nuovi provvedimenti introdotti. Il Registro delle opere d’arte rubate è una delle banche dati internazionali private più complete che esistano al mondo e fornisce informazioni su beni artistici e archeologici trafugati o persi. Per questa ragione il Consiglio europeo della ricerca ha istituito un fondo di un milione di sterline, destinato a un’équipe dell’Università di Glasgow, per effettuare studi sulla compravendita illecita di opere d’arte antiche, per trovare il modo di utilizzare le informazioni contenute in questi registri e attivare contromisure in grado di contrastare questa devastante e distruttiva tendenza.
Grazie anche a un’importante campagna mediatica il ministro della cultura e del turismo turco, Ertugrul Günay, ha promosso un progetto internazionale per ottenere la restituzione del maggior numero di reperti archeologici detenuti all’estero che il governo considera rubati; in cinque anni circa 4000 oggetti artistici sono rientrati nel paese, attirando l’attenzione dei media su questa realtà parallela e oscura. La Grecia è stata uno dei paesi antesignani in questo campo, così come dimostrano i fatti del 1981, quando il ministro della cultura Melina Mercouri intimò al British Museum di restituire i Marmi del Partenone e qualche anno dopo anche l’ex Segretario del Consiglio supremo delle antichità egizie, Zahi Hawass, chiese la riconsegna all’Inghilterra della Stele di Rosetta e altri reperti.
Le fortune accumulate nei porti franchi sono diventate un incubo per gli assicuratori: solo l'edificio principale di Ginevra contiene opere d'arte che valgono sicuramente più di 100 miliardi di dollari; la concentrazione in un’unica struttura di un numero cospicuo di oggetti artistici di pregevole fattura ha iniziato a preoccupare gli assicuratori che erano soliti fornire una "copertura mondiale" al prodotto tutelato. Di fatto alcuni clienti, senza informare gli assicuratori, potrebbero aver spostato le loro collezioni in altri Freeports dove non sono garantite le stesse condizioni di sicurezza; inoltre i compratori, ossessionati dalla segretezza, si oppongono alla divulgazione d’informazioni riservate. Un’altra difficoltà è anche nella stipula della copertura assicurativa per oggetti d’arte conservati all’interno dei Freeports di più recente costruzione, realizzati quasi esclusivamente per contenere opere d’arte e forniti di sistemi di sicurezza all’avanguardia. La struttura lussemburghese è dotata di oltre 300 telecamere in cui l’accesso a camere blindate avviene soltanto mediante lettura biometrica; l’edificio di Singapore ha una tecnologia per il rilevamento delle vibrazioni e porte da sette tonnellate per accedere ai caveau, nei quali i clienti possono immagazzinare fino a 200 tonnellate di oro. Ogni oggetto passa attraverso una stanza di catalogazione, dove è aperto, fotografato, valutato e assicurato per eventuali danni.
Negli ultimi anni il numero delle cause civili e penali in campo artistico è aumentato in modo esponenziale, così come le cifre argomento di queste controversie, che hanno visto scontrarsi davvero tutte le figure professionali coinvolte: venditori contro case d'asta, artisti contro collezionisti, galleristi contro case d'asta, collezionisti contro archivi e fondazioni d'artista, art advisor contro eredi.
Le restituzioni, i furti e i ritrovamenti hanno aperto casi di diritto internazionale senza precedenti, complicati soprattutto dalla diversa giurisdizione della giustizia sull'arte, che ha creato non pochi casi di giudizi diversi e contrapposti.
Tra i più clamorosi citiamo il caso del responsabile di alcuni Freeports, Yves Bouvier, chiamato a rispondere in giudizio in vari paesi come Francia, Monaco, Liechtenstein e Singapore, per commissioni occulte di svariati milioni di dollari nei confronti del collezionista russo Dimitri Rybolovlev, in seguito alla vendita di opere di autori come Rothko, Picasso, Klimt. Un altro caso ha visto un incongruente giudizio tra il foro francese e quello newyorkese, a seguito di un diverbio legale tra il gallerista Larry Gagosian e una facoltosa famiglia del Qatar per un capolavoro di Picasso. Anche la causa intentata dagli eredi della Herzog Collection contro la Repubblica d'Ungheria per la restituzione di circa quaranta opere del valore di oltre 100 milioni di dollari, che essi sostengono furono sequestrate durante la seconda guerra mondiale, si è impantanata nei meandri della giustizia internazionale, dove la questione è stata riaperta in America dopo aver perduto il giudizio in Ungheria.
Nasce così un modello parallelo di mercato internazionale del diritto: si tende a valutare cosa offre in materia d’arte il diritto del luogo prescelto, se a favore del compratore, del venditore, dell’intermediario o di altri soggetti coinvolti, prima di decidere in quale Freeport dislocato nel mondo custodire la propria opera; inoltre, in conseguenza agli enormi costi legali e alle frequenti cause intentate dai collezionisti contro archivi e fondazioni per problematiche relative all'autenticazione dell'opera, quest’attività è stata sospesa, con pesanti effetti sui mercati internazionali d’arte.
Gli anglosassoni favoriscono il mercato dell'arte, mentre i paesi definiti “source” hanno una tendenza più misurata, escludendo dalle trattative gli artisti di questi stati per la minor possibilità di vendita sul mercato. Per questa ragione alcune gallerie straniere, hanno in Italia agenzie che propongono al collezionista locale di acquistare un'opera che sarà fatturata, recapitata, ma soprattutto tassata nel Freeport che l’acquirente preferisce; lo stesso discorso si può fare per le mostre e le fiere d’arte, utilizzate da galleristi e collezionisti per effettuare transazioni nei paesi con tassazione più favorevole.
Questione ancor più ambigua è quella riguardante la normativa italiana in materia di limitazione dell'esportazione di beni culturali, che è in opposizione alla normativa UE sulla libera circolazione di quest’ultimi e prevede però una singolarità legata alla tutela dei patrimoni culturali nazionali, che può essere utilizzata con discrezione e saggezza.
La globalizzazione del sistema capitalistico e la deregolamentazione dei mercati finanziari, hanno sommerso di liquidità il mercato dell'arte; tutto ciò ha portato a un incremento dei prezzi, che ha favorito un consumo artistico di più ampio respiro, dove aumentano gli artisti, vendono i rivenditori, comprano i collezionisti, giudicano i critici, convalidano i musei, ma chi realmente guadagna su tutto ciò sono i ricchi investitori e i loro intermediari.
“Diversamente dal collezionista ispirato, modernista, il nuovo collezionista altermoderno, come lo definirebbe Bourriaud, proteso alla celebrazione del presente sotto forma d’indici d'incremento valutativo, non ha alcun interesse reale nell'oggetto comperato. Questo collezionismo conduce esclusivamente a un luogo concreto in cui poter fissare un valore dato da convenzioni esterne al sistema culturale, il flusso invisibile dei soldi s’inabissa nei gorghi incomprensibili del nostro contemporaneo” (15).
Gli acquirenti a caccia di speculazioni diversificate, favoriscono l’afflusso di denaro acquistando solo quella piccola percentuale di artisti il cui lavoro assicura un profitto che è inversamente proporzionale agli anni di vita di quest’ultimo, ma direttamente proporzionale ai valori degli indici di valutazione delle case d’asta. Di conseguenza, la corsa al successo economico compete con il valore artistico, che non si concentra più su qualità come profondità, espressione, innovazione, unicità e produzione di significato; purtroppo il risultato è che un numero sempre maggiore di opere contemporanee manca di queste caratteristiche.
L'arte è considerata interessante quando ha successo e diventa un successo quando il costo si alza vertiginosamente: questo sistema è chiarito dalla trattativa avvenuta per l’opera Hanging Heart (di Jeff Koons), acquistata per 1,9 milioni di dollari e rivenduta pochi anni dopo per 23,6 milioni, senza mai essere stata ammirata dall’acquirente.
Determinanti per le quotazioni delle opere sono le figure professionali attraverso cui l’artista è entrato a far parte del sistema dell'arte: curatori e collezionisti orientano il loro potere d'acquisto verso aspetti della carriera non necessariamente legati alla qualità della sua opera.
La diffusione dell'arte come investimento ha definitivamente abbattuto una barriera che gli artisti hanno sempre cercato di tutelare con entusiasmo, ossia la necessità per l'arte di rimanere autonoma, incorruttibile e virtuosa. Negli ultimi anni gli autori hanno provato a porre maggiore attenzione nel controllare l’esistenza delle proprie opere dopo la vendita, attraverso un monitoraggio, controllando i modi con cui vengono esposte, pubblicate o associate a determinati prodotti o eventi, ma questo purtroppo non interrompe questa realtà distopica nella quale gli artisti diventano schiavi del loro talento, assoggettati da galleristi e mercanti d’arte, dipendenti da un mercato fuori controllo che ne decide le sorti come all’interno di un anfiteatro romano, in balia di decisioni che non dipendono né dal talento, né dalla qualità reale delle opere, costretti a realizzare una certa mole di lavoro e obbligati a rispettare le norme di tutela contro la sovrapproduzione.
Nel libro Duty Free Art: L'arte nell'età della guerra civile planetaria Hito Steyerl pone domande preoccupanti sulla cultura della rappresentazione contemporanea e sul mercato dell'arte. L'artista indaga ciò che si muove attorno al sistema artistico internazionale: "Per riassumere brutalmente molti testi accademici, l'arte contemporanea è resa possibile dal capitale neoliberale, oltre a Internet, biennali, fiere d'arte, storie e crescenti disuguaglianze di reddito. Aggiungiamo la guerra asimmetrica, la speculazione immobiliare, l'evasione fiscale, il riciclaggio di denaro sporco e mercati finanziari deregolati "(16).
Steyerl ha chiamato in causa il regista Jean-Luc Godard per parlare del ruolo dell’arte, riferendosi ad un'immagine d’interdipendenza malata che, come una relazione disfunzionale tra persone, segue una scia che attraversa il caveau di un Freeport fino alle biennali, alle più importanti mostre d’arte e viceversa. Relazioni che si alimentano a vicenda in un crescendo di effetti negativi, che continuano inesorabilmente a foraggiare un mercato che però uccide l’arte di cui si sostenta e senza la quale non potrebbe esistere.
Steyerl non manca di ricordare l’importanza delle origini dell'istituzione museale nel XVIII secolo e la successiva evoluzione storico, artistico, culturale e di riqualificazione urbanistica che, seguendo questo nuovo modello, vedrà ridotti drasticamente gli investimenti nel settore culturale dei centri d’arte. Inoltre, Steyerl, identifica i Freeports come i siti più critici per l'arte nella nostra epoca, che come un male incurabile consentono alle opere d'arte di essere legalmente in transito perpetuo, alimentati da una "rete oscura" del commercio che si serve di eventi internazionali tradizionali come biennali internazionali e fiere d'arte, per portare a termine lucrose trattative.
“In qualche modo possiamo dire che aver assunto la finanza a valore guida dell'arte contemporanea ha significato trasformare l'arte in una zona franca, un luogo finanziariamente proficuo, assolutamente avulso e volutamente distante dal mondo reale dove poter sguazzare negli intrighi internazionali senza dover rendere conto a nessuno. La zona franca piuttosto che la cultura critica della politica e del dissenso attraverso l'arte è oggi, letteralmente, il Freeport, lì dove il più complesso segno viene corrotto a tal punto dalla luce perversa della speculazione che l'opera non è più nemmeno se stessa ma diventa un numero in perenne crescita” (17).
Dato che quasi nessuno è autorizzato a entrare nei Freeports, quest’arte priva di pubblico e spettatori diventa un anti- arte, conservata in un non- luogo, per non essere vista: un contrasto tra chi crea nuovi modi di rappresentare e chi impedisce a quest’ultimi di rappresentare.
L’esposizione, la spedizione, la fruizione del pubblico sono considerate un rischio costoso, inutile e potenzialmente dannoso per i proprietari, che preferiscono stoccarle in bare di legno, in loculi, all’interno di simboli del lusso.
“La possibile eternizzazione dei singoli lavori posti in questa infinita quarantena non prevede il corrompimento della fruizione, il Freeport ricorda un cronicario, una clinica sotto atmosfera iperbarica atta al mantenimento di casi comatosi irreversibili, il Freeport è esattamente l'opposto di una galleria d'arte ed è molto più inerente a un moderno gulag clinico, in cui, ovviamente la sostanza comatosa è proprio quella dell'arte. Se la galleria è un luogo aperto al pubblico, il Freeport è negato a questo. Se lo scopo di un lavoro d'arte è di manifestare contenuti e significati nel Freeport il significato e il contenuto dell'opera sono ripiegati e sepolti nel buio della contrattazione economica al chiuso dell'ambiente iperbarico. I simboli di prestigio e di sicurezza economica, devono obbligatoriamente essere celati all'analisi e allo sguardo del mondo per poter assurgere definitivamente a simbolo, quindi astratto, invisibile” (18).
C’è bisogno di una rivoluzione nel modo di pensare, bisogna smettere di considerare l’arte come proprietà privata di cui solo alcuni eletti possono disporre liberamente, l’Arte è come l’acqua, non possiamo permettere di riservarne il monopolio a pochi.
L’Arte è maestra, l’Arte è denuncia, l’Arte è emozione, l’Arte è di tutti: non delle istituzioni, non degli investitori, l’arte deve assolvere alla sua funzione di erudire le masse, di far comprendere concetti universali anche a chi non ha le competenze; ho visto persone semplici piangere di fronte alla maestosità e meraviglia della Cappella Sistina, emozionarsi davanti a Il Ratto di Proserpina del Bernini, interrogarsi davanti alle performance di Ana Mendieta, indignarsi davanti all’installazione di Mike Bouchet The Zurich Load.
E vogliamo davvero permettere che tutto questo scompaia? Siamo davvero sicuri di decidere consapevolmente di privare per sempre le generazioni future di poter godere di tutto questo? Vogliamo stare a guardare mentre lentamente il nostro patrimonio culturale, la nostra storia vengono murate vive, recluse in gabbie senza limiti, all’interno di prigioni legittimate da stati che permettono l’intossicazione della genuinità artistica? Siamo veramente sicuri di aver compreso le conseguenze di questo sciagurato atteggiamento?
Stiamo svendendo l’ultimo spiraglio di autentica poetica all'onnipotente denaro: l’Arte.
Luglio 2019
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1) Silvia Segnalini , “Mercato finanziario, Anche per soldi non solo per passione”, 30 maggio 2014
[ https://fchub.it/anche-per-soldi-non-solo-per-passione/] Consultato il 2/2018
2) The Economist, "Freeports, Über-warehouses for the ultra-rich”, 2013
[http://www.economist.com/news/briefing/21590353-ever-more-wealth-being-parked-fancy-storage-facilities-some-customers-they-are]. URL consultato il 4/2018
3) Alberto d’Argenzio, “Paradisi fiscali , In Lussemburgo evadere il fisco è un'arte, La zona franca del lusso benedetta da Juncker”, 12 agosto 2014
[http://espresso.repubblica.it/affari/2014/08/12/news/evasione-zona-franca-in-lussemburgo-1.176798 ]. URL consultato il
4) The Economist, Freeports, “Über-warehouses for the ultra-rich”, 2013, ibidem.
5) ivi.
5) ivi.
6) Michael Findlay, The value of art, Prestel Verlag, 2014.
7) Simon Bradley, “Porti Franchi. I bunker discreti dei super ricchi”, 9 lug 2014.
[https://www.swissinfo.ch/ita/economia/porti-franchi_i-bunker-discreti-dei-super-ricchi/40491164]. URL consultato il 12/2017.
8) Mattia Pacella, “Il Van Gogh rubato” , 1 ottobre 2016.
[https://mattiapacella.com/2016/10/01/il-van-gogh-rubato/]. URL consultato il 1/2018.
9) Stefan Heidenreich, “ Il freeportismo come stile e ideologia: Post-Internet e Realismo speculative”, Journal #71 - March 2016,
[ http://www.e-flux.com/journal/freeportism-as-style-and-ideology-part-i-post-internet-and-speculative-realism/]. URL consultato il 2/2018
10) Piroschka Dossi, “Speed! Money and the Global Market”, artnet, Feb. 24, 2012
[http://www.artnet.com/magazineus/features/dossi/money-and-the-global-art-market-5-29-12.asp]. URL consultato il 12/2017.
11) Michèle Laird, “ Quelle antichità così bramate”, 18 luglio 2012,
[https://www.swissinfo.ch/ita/cultura/il-problema-dei-punti-franchi_quelle-antichit%C3%A0-cos%C3%AC-bramate/33099314]. URL consultato il 7/2018.
12) R. Galullo e A. Mincuzzi, “The freeport in Geneva” – news in Italian, 4/12/ 2017.
[ https://heritage-lost-eaa.com/2017/12/11/the-freeport-in-geneva-news-in-italian/]. URL consultato il 3/2018.
13) Michèle Laird, “ Quelle antichità così bramate”, 18 luglio2012,
[https://www.swissinfo.ch/ita/cultura/il-problema-dei-punti-franchi_quelle-antichit%C3%A0-cos%C3%AC-bramate/33099314]. URL consultato il 7/2018.
14) WikiLoot è una piattaforma web open source, o wiki, per la pubblicazione e l'analisi in un archivio unico di fonti e fotografie che documentano il commercio illecito di antichità rubate. WikiLoot renderà questi documenti e fotografie disponibili pubblicamente sul Web.
15) Domenico Scudero, “Freeport Art, L'arte contemporanea strangolata dalla finanza”, Unclosed n.10, aprile 2016, [http://www.unclosed.eu/rubriche/sestante/esplorazioni/131-freeport-art.html%3E]. URL consultato il 1/2018.
16) Hito Steyerl, Cfr . , L'arte nell'epoca della guerra civile planetaria, Johan & Levi , 8 novembre 2018. “Duty-Free Art”, e-flux #63, 03 2015 ,[ http://www.e-flux.com/journal/duty-free-art/]. URL consultato il 2/2018.
17) Domenico Scudero, ibidem.
18)Domenico Scudero, ibidem.