Riattualizzare l'operatività della critica attraverso una filosofia morale e politica
Domenico Scudero
Poste in rilievo su un fondale di scenari apocalittici, che sembrano obbligarci a scelte decisive per il mantenimento di una parvenza di dignità umana, le problematiche inerenti le riflessioni sull'arte contemporanea ci appaiono per lo più superflue. Tuttavia se consideriamo che in alcuni momenti esemplari della storia la critica d'arte e la conseguente teoria sull'opera siano state essenziali per la comprensione del presente e la sua trasformazione, deduciamo che un simile esercizio possa essere riproponibile.
Negli anni immediatamente precedenti e a cavallo della Rivoluzione francese, ad esempio, Diderot si sforzava di dimostrare di quanto l'arte, la sua sacralità resa laica dal metodo moderno, potesse trasformare la valutazione politica del proprio tempo. Diderot era, naturalmente, un intellettuale di grande spessore, tuttavia a volerci riflettere il suo lavoro di recensore continuativo, simultaneo alla stesura di molte voci dell'Enciclopedia, era arginato della limitata diffusione possibile nella società dell'epoca. Si deve tener conto in primo luogo del fatto che alcune pubblicazioni erano censurate, e così anche determinate scritture sull'arte. Inoltre l'analfabetismo era la norma e di conseguenza la diffusione a mezzo stampa era molto più esigua di quanto si potrebbe immaginare. Esistevano linguaggi differenti e incomunicanti, la scrittura e l'oratoria popolare. Se la statura dell'intellettuale era di elevata autorità, questo lo si doveva non tanto alle modalità di diffusione della scrittura quanto alla sua appartenenza al congresso delle menti “libere”. Gli scritti di Diderot, padre della moderna critica d'arte, pubblicati su Correspondance Littérairie, stampata clandestinamente a Parigi, erano diffusi attraverso una lista di poche dozzine di abbonati ma che comprendeva un elenco di potenti quali Caterina II di Russia, Gustavo III di Svezia e altra varia aristocrazia internazionale. Sul valore di una simile iniziativa e sulle modalità di relazione di questa con i successivi sviluppi rivoluzionari si potrebbe di certo dissertare, ma quello che adesso interessa notare è che la critica d'arte parlava un linguaggio filosofico morale e politico e lo faceva con una platea di potenti aristocratici che avevano la possibilità non soltanto di comprendere ciò di cui si parlava, ma anche di mettere in pratica le riflessioni che eventualmente avessero condiviso (1).
La nostra riflessione parte da qui: se la critica d'arte parla un linguaggio astruso e complesso non ha alcuna importanza che risulti incomprensibile ai molti, ma è indispensabile che i suoi significati possano dialogare con chi, anche estraneo alla disciplina, abbia il potere di valutare e decidere sulle opinioni espresse. La falsificazione operata dalla pratica “social” del post-internet manifesta in realtà che l'uso della scrittura e del linguaggio dei segni non è necessariamente un sintomo di ragionamento critico, così come non lo era in passato la retorica popolare incentrata sul racconto distorto, fantasmatico. Dopo aver assunto questo elemento basilare, ovvero che la falsificazione del “fake” elettronico distorce la realtà, vuoi per ignoranza o per malizia, possiamo successivamente affermare che la stortura della visione reale è sempre stata una caratteristica delle classi meno colte e indifese. Nei secoli passati la falsificazione si diffondeva con la retorica fantasmatica, maligna o anche bonaria, e dimostrava che il sistema di diffusione delle idee non era necessariamente merce di scambio fra ineguali recipienti d'intelletto. Ritornando all'esempio del nostro incipit, solo chi poteva capire il segno della scrittura e i suoi significati complessi poteva cogliere il messaggio reale della critica diderotiana. Così come oggi il discorso falsificatorio di Derrida può essere interpretato solo da chi possa comprenderlo quale evidenza di una circonvoluzione del pensiero geniale, raggiro o addirittura sberleffo sull'intelligenza, modello di chiusura nell'alveo della ragione depurata da ogni sovrastruttura. Diversamente chi non sappia leggerne la profondità potrebbe fraintenderlo quale groviglio di parole prive di senso. Allo stesso modo anche l'analisi della critica d'arte può essere vista come falsificazione o ancora inutile sovrastruttura, ma al contempo sottendere la ragione essenziale d'una morale politica che può essere compresa solo da chi questa ragione politica può praticarla o può ragionarla (2).
La vera falsificazione compiuta dalla facile diffusione di idee acritiche, è che bisogna perdere tempo nella loro considerazione, quando invece valgono quanto il farneticante racconto fantasmatico di un ciarlatano di piazza, la cui unica mira è raccogliere consensi, sedurre, vendere; la vera falsità è che queste idee possano incidere sul sistema di pensiero che invece “vive ad un coefficiente di palese scientificità condivisa” solo da chi ha assunto la volontà di ragionare sul metodo e sulle conseguenze e non sulla misurazione empirica. Il fatto che la sconvolgente ignoranza si manifesti anche in versione segnica, attraverso un codice di trasmissione che solo apparentemente manifesta una qualche possibilità di scambio simbolico di significati, non dimostra alcunché, così come i falsi profeti fantasmatici di epoche più antiche nulla hanno potuto cambiare della scienza e della conoscenza se non con il crimine e la violenza, del cui esame ci esimiamo di parlare. Che lo stesso possa accadere anche oggi non meraviglia. Oggi che la tecno tirannia risulta ancora timidamente osteggiata dalle Digital Humanities non stupirebbe nemmeno che la pseudo democrazia elettronica decidesse di sperimentare misure drastiche e inumane col beneplacido di masse prive di qualsiasi strumento di critica intellettiva, ma solo sospinte da una volontà gregaria, animalesca (3).
A questo punto la domanda da porsi è come la critica, in quanto disciplina di analisi morale e politica, possa scavalcare il muro del discredito, prevaricare il vuoto della falsificazione, voluta o impropria, e incidere attraverso la volontaria partecipazione al potere in atto.
Infatti, se la critica d'arte è morta come veicolo pubblicitario, supplemento e periferia dell'opera in linguaggio descrittivo e acritico, non è finita la possibilità volontaristica di agire intellettualmente per prospettare modalità di analisi e idee che diano credibilità morale e politica all'opera d'arte. Se la dialettica non è più un veicolo diffusivo, intrusivo, partecipativo del sistema “creativo, produttivo, significativo” dell'opera d'arte, se è vero che la perdita di aura “ab origine” è stata traslata in altra aura virtuale, diffusa, enfatizzata nel sistema immateriale del digitale, significa che alla mancanza di dialettica e di aura tangibile possiamo sostituire un nuovo sistema di giudizio non necessariamente separato dalla coscienza critica del XX secolo ma diversificato da questa.
La separazione dalla tradizione conduce ad una complementarietà parallela “a latere”, quindi ad una nuova disciplina che andrebbe molto distante dalla maniera dell'”ismo” del cosiddetto “art criticism” di superficie; una ripresa metodologica che parta dall'essenza storicistica dell'analisi complessa può riposizionare la critica, e non il vacuo criticismo, quale discorso politico sull'etica del contemporaneo che parli del potere in atto e ne discuta criticamente le modalità attraverso la nuova “aura” dell'opera d'arte nell'epoca post-internet. La quale opera o è politica o è pura finanza, o è opera critica, quindi politica o è opera acritica, speculativa.
In termini esistenziali è evidente che il giudizio su una critica acritica, tale da offrirsi come riflessione di un sé separato dal sociale, come nell'esperienza del postmoderno anni 80, riproposta e ricollocata come emblema di un esercizio negativo è la vera coercizione del pensiero, la sottomissione alle dinamiche falsificatorie dei “fake” post-internet. La testualità acritica dell'empirismo di stampo accademico scolastico, prodotto di una schiavitù prona ai dettami schematici di ricerca e consumo, è oramai superata nei fatti proprio perché aderente negli scopi e negli sviluppi alle pratiche messe in atto dalla volgarizzazione del discorso valutativo privo di prospettive politiche. Appurata l'inessenzialità della scrittura critica quando implementata da motivazioni di puro strutturalismo di stampo economico, che non possono essere giudicate teoricamente al suo interno per evidente contraddittorietà nel più vasto insieme, appare liberamente aperta la possibilità di una riformulazione dell'esercizio critico in veste nuovamente politica. Una simile riqualificazione teorica non può ragionevolmente indirizzarsi verso la diffusione più ampia, ma può ricostruirsi solo attraverso l'identificazione di quella categoria di pensiero della morale e della politica in funzione di etica sociale. In questo sistema di alter-post l'assunto iniziale è che la critica abbia un suo obiettivo specifico, che non può soccombere alle ipotesi decostruttive “contro interpretative e organicamente descrittive” se non in funzione curatoriale, lì dove l'azione curatoriale esprime nei fatti l'indagine discorsiva preattiva della critica (4).
Il discorso della critica deve riassorbire quindi l'analisi politica e deve ritrovare in questo l'interlocutore privilegiato poiché soltanto la politica può alterare gli equilibri consolidatisi e in continua aggregazione compulsiva, tali da apparire inumani, postumani. In simile considerazione deve risultare del tutto vacuo continuare il confronto perdente con un sistema ormai decaduto ma tuttora presente di attivismo, iperattivismo acritico. Sistema consolidatosi sulla base di una succube soggiacenza ad interessi meramente alieni dalla coscienza politica necessaria alla critica e attivi all'interno di ragionamenti ritenuti a torto corretti. Ragionamenti subordinati ad una abiura della critica in favore di un'idea suprematista basata sull'appartenenza a modeste consorterie fondate su rendite di posizioni, da mantenere insieme agli interessi che ne consentono la permanenza. Ad un simile livello di ipocrisia acritica, sintomaticamente “social fake”, che allusivamente pensa a se stessa urlando che stia lavorando per il “popolo” rimpolpando i propri benefici, bisognerà opporre il vuoto dialettico, il muto raggelante e ostinato silenzio proteso al vero dibattito teorico sulle opportune opzioni di critica, valutazione e giudizio alla luce di una prassi di filosofia morale e politica che guardi ad un futuro sostenibile a misura d'essere umano.
Luglio 2019
1) Correspondance littéraire, philosophique et critique de Grimm et de Diderot, 16 VV, Furne, Paris, 1829/30. L'edizione raccoglie i testi e le lettere pubblicate da Grimm in forma di rivista letteraria dal 1753 al 1790. La rivista veniva distribuita in spedizione postale fuori dai confini francesi.
2) Si riportano qui due testi abbastanza indicativi di Jacques Derrida; il primo Teoria e prassi. Corso dell'Ecole Normale Supérieure 1975-1976, trad. it. Jaca Book, Milano, 2018 (ed. or. Galilée, Paris, 2017), e il secondo Pensare al non vedere. Scritti sulle arti del visibile (1979-2004), trad. it. Jaca Book, Milano, 2016, (ed. or. Edition de la Différence, Paris, 2013), in cui la tautologia dell'analisi critica risulta evidente, come sempre nel pensiero derridiano, ma con l'aggravante di palesare la legittimità sensoriale. In Teoria e prassi il discorso analitico sulla comprensione delle cose del mondo, attraverso l'esperienza, risulta racchiuso nell'alveo delle singole possibilità, così come l'esperire è unico e non condivisibile. Allo stesso modo l'esserci nel mondo e il saper pensare al non vedere significa poter vivere individualmente l'esercizio intelligibile e nello stesso tempo cancellarne il ricordo. Di fondo appare evidente lo spettro nichilista dell'esserci in quanto coesistenza analitica e di conseguenza l'impossibilità osmotica fra differenti contesti d'esperienza. La complessità del pensiero derridiano sulla verità della falsificazione è di certo uno degli aspetti più inquietanti del nostro immediato passato critico, ma ci ricorda che per quanto ci si sforzi di rappresentare una comunicazione possibile attraverso la decostruzione del discorso, la stessa implica un ordine tautologico che non può essere “compreso” se non da chi ha vissuto quell'esperienza.
3) Per “divulgazione empirica” qui si intende il procedimento analitico, parascientifico, applicato attraverso le gabbie di tracciamento elettronico e di feed-back numerico che manifestano gradi e livelli di fruizione private però del loro coefficiente essenziale di “osmosi intellettiva”. La complessità e le sue dottrine parascientifiche che ne sono state conseguenza ha di fatto privilegiato questo sguardo ultramondano caldeggiato dai sistemi delle reti che si manifestano sempre più invasive e incontrollabili. Tuttavia a questo sistema tutto tarato sulla misurazione empirica, ovvero la condivisione apparente, manca la certezza della funzione di significato. Se è vero che le reti implicano la tracciabilità di ogni singola azione umana è anche vero che estraendo tutte le singole azioni, ovvero praticando empiricamente un calcolo del dato di fatto, è impossibile verificare la certezza della comprensione. Proprio per questo la divulgazione empirica, attraverso la falsificazione della condivisione, è lo strumento per la pacificazione degli interessi di chi governa le reti e a scapito di chi non capisce il suo funzionamento interiore, che è per l'appunto estraniare attraverso la reiterazione dei dati. Gli esiti di questa malformazione, oramai legittimata nelle masse attraverso la digitalizzazione dei propri pensieri in forma “social”, è la rinuncia alla funzione primaria del pensiero a favore della sua forma secondaria, contabilizzata. In questo senso si è riadattata in chiave ipermodena l'idea di Horckheimer e Adorno sulla trasformazione dell'Illuminismo in forma iper-industriale di controllo strategico attraverso le applicazioni elettroniche e il conseguente trasformarsi dell'idea, intellettuale, in forma di dominio assoluto. Max Horkheimer, Theodor W. Adorno, Dialettica dell'illuminismo, trad. it, II ed. Einaudi, Torino, 1966, (ed. or., Querigo Verlag, Amsterdam, 1947). Pagg 130 – 180; 227 – 230.
4) La critica postmoderna è stata la grande protagonista di una sorta di “bolla speculativa” delle parole a schema libero; non era poesia e non era racconto, era una trance intellettiva che dispiegava i propri elementi fantasmatici e li riproponeva in chiave metastorica. Si veda in particolare Achile Bonito Oliva, L'ideologia del traditore. Arte, maniera, manierismo, Feltrinelli, Milano, 1976. Testo chiave per comprendere il “tradimento” intellettivo della critica nei confronti del testo intepretativo, un metodo che agisce attraverso il ripiegamento verso la storia e l'avanguardia per poi calarsi nella profondità della scrittura psicoanalitica. Bonito Oliva scrive: “L'arte diventa il luogo della lateralità, da cui l'intellettuale spia un mondo ostile e dal quale è separato dalla coscienza che l'arte è puramente linguaggio”. Ivi, pag. 10.
Per quanto riguarda la relazione critica / cura qui si dà per scontato che l'azione curatoriale sia una metodologia determinata da una prassi nata da teorizzazione precedenti. Cfr. J. Derrida, Teoria e prassi, op. cit. Naturalmente per quanto l'azione curatoriale possa rimanere connessa al sistema di pensiero teorico la sua attivazione pratica prevarica la scrittura critica, o almeno la precede. In questo senso l'operatività decostruttiva, segmentale, della cura agisce in modalità precritica.