www.unclosed.eu

arte e oltre / art and beyond
rivista trimestrale di arte contemporanea
ISSN 2284-0435

Prove di dialogo con l’Occidente

Daniela De Dominicis

Il concetto di restauro e di recupero filologico delle preesistenze in Russia non esiste. Forse perché la storia di questo Paese è costellata di eventi epocali che hanno imposto discontinuità con i regimi precedenti, forse perché il rapporto con il passato recente non sembra pacificato (1) , fatto sta che a livello architettonico si preferisce demolire e ricostruire ex novo, talvolta con edifici simili all’originale di cui finiscono per essere solo uno stonato e aberrante simulacro (2) .
Mosca appare così una città recente, connotata da una forte impronta sovietica che però l’attuale regime sta cercando di sovvertire (3): grandi assi viari di collegamento che si affiancano ad una efficientissima e capillare rete metropolitana, una onnipresente edilizia intensiva prefabbricata, edifici del potere monumentali separati dal contesto urbano, una città che ha tradito la spinta utopica degli anni Venti quando, giovane capitale dell’URSS, aveva catalizzato il contributo dell’intellighenzia razionalista europea (4) .
La riscrittura del tessuto cittadino, avviata in epoca stalinista e mai venuta meno, anzi intensificatasi a causa delle recenti speculazioni immobiliari, fa sì che, anche attualmente, ci siano cantieri ovunque. Tuttavia l’apertura al libero mercato e la nascita di una classe sociale che dispone di ingenti capitali ha finito per facilitare il confronto con il mondo Occidentale e permettere l’attività di architetti e intellettuali di caratura internazionale in un ambiente normalmente blindato come quello russo. È a loro che si deve l’introduzione nel Paese di procedure diverse dalla demolizione/ricostruzione, procedure che potrebbero essere volano di un inedito orientamento culturale.  Dopo il crollo dell’URSS nel 1991 gli investimenti privati si sono estesi a tutti i settori anche quelli normalmente ritenuti di esclusivo appannaggio statale, come per esempio l’arte e la politica culturale, considerati da sempre potenti veicoli di propaganda. L’ implicito incoraggiamento al collezionismo privato trova conferma anche nell’esaltazione di esempi illuminati di epoca zarista nel segno di una continuità che rincorre l’antico grandeur. Non è un caso infatti se le più importanti mostre offerte al pubblico nell’anno in corso, sia nella capitale che a San Pietroburgo, hanno ruotato intorno a tre storiche figure di collezionisti, Sergej Ščukin (5)  e i fratelli Morozov (6) , famose in Occidente ma intenzionalmente ignorate in epoca sovietica perché sostenitrici della cultura occidentale invisa al regime.
Il miliardario Roman Abramovich, noto in Europa soprattutto per l’acquisto del Chelsea Football Club (7), è stato  tra i primi nuovi ricchi ad investire massicciamente anche nel campo dell’arte contemporanea (8) avvalendosi delle conoscenze della colta e anche lei ricchissima terza moglie Dasha Zhukova (9). E’ lui a finanziare nel 2008 il progetto Garage Center for Contemporary Culture, il centro espositivo diretto dalla Zhukova che deriva il nome dalla garage per autobus Bakhmetevsky progettato nel 1926 dall’architetto costruttivista Kostantin Melnikov (10).. Una rimessa di 8.500 mq che, pur nella semplicità di un capannone industriale, presentava dettagli progettuali di grande interesse e dinamicità: la pianta asimmetrica, grandi superfici vetrate alternate a una muratura in mattoni rossi, facciate con una superficie a zig zag, finestre circolari. All’epoca, Melnikov era famoso in tutta Europa grazie all’originalità dal padiglione russo all’Expo’ di Parigi nel ’25 (11)  da lui progettato, ma la sua alterna fortuna critica ha fatto sì che la rimessa di autobus venisse abbandonata per decenni e fosse destinata alla demolizione. Il progetto del Garage Center lo ha impedito ma il suo recupero ha dato luogo in realtà ad una ricostruzione nuova di zecca che con l’edificio storico non ha più nulla a che vedere, un’operazione che ha finito anch’essa, paradossalmente, per compromettere per sempre un esempio prezioso di architettura costruttivista (12) .  
Dopo quattro anni però, quando il Garage Center decide di trasferirsi nell’area verde di Gorky Park, individuando nella struttura dismessa di un ristorante degli anni Sessanta la possibile sede espositiva, le cose sono andate diversamente. Per il progetto di conversione di quest’edificio con un cantiere durato tre anni (13), viene scomodata nientemeno che la firma di Rem Koolhaas, apprezzato maestro dell’architettura contemporanea, vincitore del prestigioso Prizker Prize nel 2000. L’architetto olandese ha ormai da anni stemperato le idee radicali espresse negli anni Novanta che dichiaravano il totale disinteresse dei suoi progetti per il contesto urbano, approdando viceversa ad una posizione di totale rispetto per la storia dei luoghi in cui opera (14)  e sostenendo la necessità di un’architettura discreta e funzionale. In questo caso, nulla viene toccato della costruzione in cemento armato del Vremeda Goda (Le Stagioni), il ristorante in pannelli prefabbricati, chiuso vent’anni prima. Si opta bensì per inglobare in una doppia teca di policarbonato traslucido la costruzione sovietica mantenendone tutti i dettagli, dalle putrelle a doppia T alle piastrelle, ai mosaici, ai mattoni.  I 5.400 mq del museo – il Garage Center ha nel frattempo scelto la nuova denominazione di Garage Museum of Contemporary Art – si articolano su due livelli offrendo anche tutti i servizi dei musei più à la page: l’area ricreativa per i bambini, il punto vendita, gli uffici, l’auditorium, il caffè, la terrazza superiore. Le pareti traslucide smaterializzano la costruzione, la sua forma di lungo parallelepipedo è appena percepibile tra il verde degli alberi ma all’interno il vecchio ristorante ha mantenuto intatte tutte le parti strutturali ostentate come una reliquia. Una modalità operativa inedita in Russia, più in sintonia con la sensibilità conservativa del restauro europeo che non con la consuetudine ricostruttiva del Paese. Questo museo del resto ambisce ad un’offerta espositiva di caratura internazionale e a dialogare con il sistema dell’arte che conta. Una delle sue prime curatrici, la britannica Kate Fowle, è appena stata nominata direttrice del MoMA PS1.
Parimenti inedito rispetto alle consuete modalità di intervento sulle preesistenze in Russia, è quanto è occorso al Narkomfin, l’edificio per i dipendenti del ministero delle Finanze costruito da Moisej Ginzburg e Ignatij Milinis tra il 1928 e il 1930. Si tratta di un interessante esperimento di casa collettiva con piccole cellule abitative monofamiliari – da 36 a 80 mq – e vaste aree di servizi condivisi (salotto, mensa, asilo, lavanderia, palestra) finalizzato a dare concretezza alle utopie socialiste, con la figura femminile finalmente liberata dalle funzioni domestiche. L’edificio, una stecca di cinque piani lunga 91 metri, si ispira ai canoni teorizzati da Le Corbusier con le finestre a nastro, i pilotis e il tetto giardino; particolarmente apprezzata dalla coeva critica europea, questa costruzione vive un periodo difficile in epoca stalinista durante la quale si preferisce un più rassicurante storicismo goticheggiante (15) . Dal 2006 una società immobiliare (16) ha acquistato i diritti sull’area e il rischio demolizione si è fatto concreto. Un successivo passaggio di proprietà tuttavia ha orientato l’intervento verso un’inaspettata mediazione tra le istanze di un recupero filologico, sostenute soprattutto dagli eredi del progettista (17), e l’esigenza di mettere a rendita l’investimento effettuato. Gli esiti di questi studi storici sul progetto hanno avuto una eco mondiale e amplificato l’interesse per questo edificio.
Un alto rischio di demolizione ha ugualmente minacciato la casa-studio di forma circolare costruita nel 1929 da Kostantin Melnikov, abitata dagli eredi fino al 2006, e risparmiata grazie alle pressioni internazionali (18) e al Comitato che ne sta curando il recupero di cui fa parte il famoso e stimato storico dell’architettura Jean-Louis Cohen. Un edificio originalissimo – unico esemplare di un progetto di case popolari a pianta circolare mai realizzato – costituito di due torri cilindriche che si compenetrano, con finestre esagonali che scandiscono l’intera superficie perimetrale. 
Grandi aspettative si sono anche create intorno al recupero, a firma di Renzo Piano, dell’ex centrale elettrica del primo ‘900, edificata sull’isola di Baltschug in prossimità del Cremlino e da qualche tempo in disuso (19). Il ricchissimo Leonid Mikhelson (20)  ha deciso di collocare qui la sua ricca collezione d’arte contemporanea e le attività culturali della sua V-A-C Foundation (21), dopo la collaborazione con la Whitechapel di Londra e l’apertura della sede veneziana alla Zattere.   Il luogo mantiene l’appellativo di GES-2, già della vecchia centrale, ed ospiterà nei 40 mila mq di pertinenza molteplici attività, parte delle quali aperte al territorio. Renzo Piano, nell’individuare una linea di continuità con il preesistente, l’ha definito una “lanterna magica nel cuore di Mosca”, luogo di scambio di idee e di dialogo. Ovviamente la vecchia centrale farà bella mostra di sé, di nuovo a vista, con la grande navata di cento metri, gli archi metallici della volta a oltre venti di altezza e le quattro ciminiere riutilizzate in un naturale sistema di areazione. Famoso per il recupero delle zone dismesse, dei vuoti urbani creati dalla dislocazione delle fabbriche, il suo “lavoro di rammendo”, come ama definirlo, messo a fuoco per le periferie, aderisce perfettamente al centro di Mosca, una zona molte volte riscritta e non ancora risolta.
Ed è proprio nel cuore della città, nel lato sud della Piazza Rossa alle spalle di San Basilio che si è da qualche anno concluso l’intervento di sistemazione – di rammendo, direbbe Piano – di maggior rilevanza per dimensioni e visibilità, quello relativo alla vasta area di Zaryadye. Su questa superficie di 13 ettari, enclave ebraica dalla fine dell’Ottocento, si sono sovrapposti molteplici interventi nel corso della storia, fino a ridursi in una zona depressa, inaccessibile. La prima riscrittura è avvenuta per volontà di Stalin che  ha cancellato l’antico quartiere per sostituirlo con quello che avrebbe dovuto essere l’ottavo dei suoi famosi grattacieli progettato da Dmitrij Čečulin (22) ma il cantiere non è andato oltre le fondamenta. Al suo posto il medesimo architetto ha invece realizzato negli anni Sessanta l’Hotel Rossija, enorme e massiccio edificio demolito a sua volta nel 2006. L’ipotesi di affidare a Norman Foster la realizzazione di un centro commerciale è rimasta un semplice progetto mentre dal 2012 è stato bandito un concorso internazionale per un parco urbano, vinto dal gruppo statunitense Diller Scofidio + Renfro. I lavori si sono conclusi nel 2017 ponendo fine, almeno per ora, alla storia tormentata di questa zona e riattivandone le connessioni con il tessuto urbano. Per questo parco gli architetti hanno coniato il termine di Wild Urbanism ovvero la commistione di campagna e funzioni prettamente urbane – sale da concerto, padiglioni espositivi, anfiteatri… – delineando un paesaggio orograficamente mosso, con colline e corsi d’acqua, nel quale le architetture si inseriscono lievi, per lo più interrate, ripetendo in superficie le linee curve del terreno con materiali trasparenti. Le essenze ripropongono i quattro più importanti ecosistemi russi (23) e una spettacolare passerella a V che aggetta settanta metri sulla Moscova, riconcilia la riva con il fiume sottostante, rapporto normalmente impedito dalle strade a veloce scorrimento del lungo fiume.
Tutti questi interventi costituiranno certo un precedente importante, motivo di riflessione e di confronto per qualsiasi operazione di recupero si intenda mettere in campo. La coscienza del patrimonio culturale e della propria storia è la prima forma di tutela possibile, unico modo per ostacolare contingenti ragioni di propaganda o di speculazione edilizia. Il dialogo con il resto del mondo sta cominciando a dare i suoi frutti e sulle rive della Moscova si è da poco aperta una scuola internazionale per creare una nuova generazione di architetti e designer, lo Strelka Institute (24): una scommessa sul proprio futuro.
Ottobre 2019
1) La Rivoluzione del 1917 era l’evento storico maggiormente celebrato dal regime sovietico. Dopo il crollo dell’URSS nel 1991 si è innescato una sorta di revisionismo storico che guarda agli eventi del ’17 in termini critici. Il tentativo, neanche troppo celato dell’attuale governo, è quello di creare una continuità storica con la grandeur di epoca zarista.
2) Tra gli esempi più eclatanti di ricostruzioni che replicano l’originale vi sono la Cattedrale di Kazan’, demolita nel ’36 e ricostruita nel ’93, e l’ottocentesca Cattedrale di Cristo Salvatore demolita nel ’31 per far posto al Palazzo dei Soviet e ricostruita negli anni Novanta.
3) Il nuovo piano urbanistico della Capitale, approvato dal parlamento nel giugno 2017, prevede la demolizione e la ricostruzione di 4000 appartamenti (le famose Krusciovke degli anni Sessanta) e il rifacimento di 180 strade nel centro della città. Affollate manifestazioni di piazza ne hanno denunciato le finalità altamente speculative.
4) Sullo scorcio degli anni Venti sono presenti a Mosca: Le Corbusier, André Lurçat, Hannes Meyer con gli allievi della Bauhaus,  Ernst May con  gli architetti della Scuola di Francoforte.
5) Sergej Ščukin (1854-1936) è stato tra i maggiori collezionisti di opere di Henry Matisse. Per lui l’artista realizza La Danza e La Musica dell’Ermitage. Il museo Puskin ha ospitato nel 2019 la mostra Ščukin, biografia di una collezione.
6) Ivan (1871-1921) e Mikhail (1870-1903) Morozov hanno introdotto le opere di Gauguin e Picasso in Russia. L’Ermitage ha dedicato loro nel 2019 una mostra dal titolo: Grandi collezionisti. I fratelli Morozov.
7) L’acquisto della squadra di calcio britannica è avvenuto nel 2003.
8) Tra gli acquisti da lui operati che hanno avuto maggior eco mediatica è stato quello del Three Studies of Lucian Freud di Francis Bacon presso la Christie’s di New York alla cifra record di 142,4 milioni di dollari nel novembre 2013.
9) Dasha Zhukova, figlia di un petroliere moscovita, collezionista e gallerista già prima del sodalizio con Abramovich, fa parte del consiglio di amministrazione del Metropolitan Museum di New York e del LACMA di Los Angeles.
10) Kostantin Melnikov (1890-1974) è tra i più noti architetti costruttivisti. Dal 1937 gli viene impedita la progettazione tacciata di formalismo e per trent’anni si dedica alla pittura.
11) Il padiglione dell’URSS all’Exposition des Arts Décoratifs di Parigi nel 1925 si presentava come un incastro di prismi triangolari di vetro e metallo, più una  dinamica scultura costruttivista che un’architettura vera e propria.
12) A curare il recupero del garage Bakhmetevsky è stato il gruppo di architetti britannico Jamie Forbet Architects fondato a Londra nel 1996. Lo stesso studio che ha allestito la nuova Shopping Gallery presso il Fondaco dei Tedeschi a Venezia restaurato dallo studio OMA, allestimento che ha suscitato numerose polemiche.
 La stessa sorte di ricostruzione ex novo ha subito nel 1994 la Casa Comune (1929) di Ivan Nikolaev (1901-1979), l’alloggio per duemila studenti nel quale il concetto di collettivizzazione viene spinto all’estremo: l’area privata era ridotta ad un cubiculo nel quale dormire (2,30 X 2,70 per due persone), il resto erano spazi pubblici regolati da una disciplina militare. Cfr Luca Reale, Abitare la città sovietica, in Roberto Secchi e Leone Spita, Architettura tra i due mari, Quodlibet, 2018
13) Dal 2012 al 2015 Garage Center svolge le sue attività in un padiglione temporaneo sempre nell’area di Gorky Park progettato appositamente dall’architetto giapponese Shigeru Ban. La sede abbandonata del garage Bakhmetevsky ospita invece il Jewish Museum and Tolerance Center.
14) Rem Koolhaas (Rotterdam, 1944). Nel 1978 pubblica il testo Delirious New York (tradotto in Italia nel 2001); nel 1995 S,M,L,XL. I suoi punti di vista sono spesso controcorrente e trovano la loro quintessenza in espressioni di cui detiene il copywriter. Fuck the context, presente nel capitolo Bigness or the problem of Large del testo S,M,L,XL (New York, 1995), è certamente quella di maggior diffusione.
15) Un esempio dello stile stalinista sono gli anacronistici sette grattacieli realizzati tra il ’47 e il ’57 in uno stile goticheggiante e un’apparente muratura portante, le cosiddette sette sorelle. L’ottava e la nona torre, ovvero il Palazzo dei Soviet e quello amministrativo Zaryadye, non sono mai state completate.
16) Il  gruppo Koperink è stato proprietario di maggioranza dell’immobile del Narkomfin, attualmente è passato alla società Liga Prava di Garegin Barsumyan.
17) Negli anni Ottanta già Vladimir Ginzburg, figlio di Moisej Ginzburg, l’architetto del Narkomfin, aveva tentato di recuperarne la struttura ma di lui si sono perse le tracce dal 1997. Attualmente il restauro è diretto dal figlio, Alexey Ginzburg. Gabriele Neri, “La casa del popolo, che lusso!”, Il Sole 24 Ore, 10 marzo 2019.
18) Nel 2006 nell’ambito della conferenza internazionale dell’Heritage at Risk tenuta a  Mosca dal 17 al 20 aprile, è stato stipulato un documento inviato a Putin per la conservazione e il restauro dello studio di Melnikov. Quest’incontro ha dato luogo alla pubblicazione: Moskow Architecture 1920-60. Guide-Book, Mosca 2006.
19) La centrale elettrica GES2 è stata attiva dal 1907 al 2014.
20) Leonid Mikhelson (1955) è proprietario della società di idrocarburi Novatek. 
21) V-A-C, acronimo di Victoria- the Art of being Contemporary, fondata nel 2009.
22) Dmitrij Nikolaevic Čečulin (1901-1981) urbanista e architetto sovietico particolarmente apprezzato in epoca staliniana.  A lui si devono, tra l’altro, quattro stazioni della metropolitana di Mosca, l’edificio residenziale di Kotel’niceskaja naberežnaja – uno dei sette grattacieli voluti da Stalin – la Moskva, piscina scoperta più grande del mondo, costruita nel 1960 e demolita nel 1994 al posto del non realizzato palazzo dei Soviet e l’Hotel  Rossija edificato nel 1967 e distrutto nel 2006.
23) Nei dieci ettari di terreno dove vengono riproposti: i ghiacci della tundra, la steppa dell’area caucasica, le conifere e le betulle della tajga  siberiana, le essenze della foresta temperata presenti sulla costa del Mar Nero.
24) Strelka Institute for Media, Architecture and Design fondato nel 2009. Vi ha sede, realizzato da Rem Koolhaas e Reinier de Graaf, una scuola internazionale post diploma. Ha l’obiettivo di creare una nuova generazione di architetti e designer che possa raccogliere e affrontare le sfide delle città russe, oggi secondo Oskolkov – Tsentsiper, il presidente della scuola, ai limiti della vivibilità.