Domenico Scudero
Una delle tematiche poco discusse nell'ambito dei sistemi culturali è relativo al cosiddetto privilegio linguistico. Se ne sono blandamente interessati in arte soprattutto gli artisti dell'Est Europa successivamente alla delusione vissuta dopo le aspettative mancate già all'indomani della caduta del muro di Berlino. Poi più niente. I principali discorsi sull'arte, definendo il termine nella sua accezione maggiormente compiuta e non limitata all'arte «figurativa», in quegli stessi anni si proponevano di elaborare i sistemi delle differenze post-appropriazioniste generando il variegato concetto di «politically correct». Era politicamente corretto iniziare una nuova riflessione sulle differenze culturali e in primo luogo sulla autonomia rappresentativa delle culture differenti emerse a ridosso della celebre mostra Les Magiciens de la Terre (Centre Pompidou, 1989), ma non si è mai affrontato il problema se sia politicamente corretto l'uso esclusivo della lingua inglese e di come questo strumento linguistico venga praticato per garantire una esclusiva forma di dominio. (1)
La lingua è semantica, la lingua è logica, è semiologica, è politica. Eppure la critica semiologica non ha affrontato il problema dell'idioma. Naturalmente nell'ambito della critica d'arte è utile proporsi attraverso un impianto semiologico, presupponendo che l'oggetto sia in qualche modo essenza stessa della lingua e che il suo segno sia linguaggio puro, tuttavia la critica di questa metodologia che ne è seguita, e che ha avuto un suo momento di gloria nel decennio a ridosso fra gli anni Sessanta e Settanta, non poteva ridiscutere in termini essenzialmente concettualizzati la complessità di un mondo sempre più ingarbugliato. L'analisi linguistica dell'opera ha infatti un senso esclusivamente metodologico e non puramente ideologico, se con ideologia intendiamo la logica preesistente ad un preciso riferimento esistenziale preconfezionato in forma di dottrina. Ne risulta che la semiologia, sebbene sia stata un possibile strumento chiarificatore non ha potuto osservare le problematiche emerse nel Postmoderno proprio perché si trattava di un metodo impossibile da indirizzare ideologicamente. Il problema della complessità ha interferito sulla possibilità di una successiva interpretazione ontologica, esistenziale, di cui si evidenziava la chiusura mondana. Anche per questo l'introspezione psicoanalitica, per così dire lacaniana, che ha rinnovato tutta la testualità di matrice simbolista degli anni postmoderni, ha dovuto lasciare spazio al tema vasto della complessità, dei generi, della misura dei limiti, dei confini, insomma tutta l'articolazione mono-analitica della critica che oggi definiremmo preparatoria degli anni del web o post-internet senza accennare allo snodo chiave della lingua. D'altra parte sappiamo bene che la critica è sostanzialmente la lingua dell'arte, è parlare d'arte. E si può parlare d'arte senza l'uso dell'inglese?
La rete ha naturalmente trasformato i singoli sistemi in qualcosa di più profondo per cui se oggi risulta impossibile una definizione del sistema dei segni attraverso l'univocità interpretativa lo si deve sostanzialmente alla consapevolezza che non esiste un singolo mondo dell'arte ma un variegato sistema di questo. In tutto ciò il problema reale della lingua è rimasto insoluto. (2)
Proprio usando la rete e la facilità con cui situazioni simili legate a contesti culturali differenti potevano entrare in contatto, la conoscenza di un lessico che potesse disciplinare le differenze in un unico linguaggio risultava essenziale anche ad un livello che potremmo definire di base. Se i sistemi del contemporaneo lavorano su complessi interessi di varia estrazione culturale lo si deve anche e soprattutto per l'uso di una lingua comune, l'inglese. Ma la lingua inglese oltre che codice di scambio scientifico accademico è anche la depositaria di un retaggio imperialista, è geopoliticamente ancora oggi una lingua essenzialmente politica, definisce il mondo «five eyes» - USA, UK, Canada, Australia, Nuova Zelanda - e i satelliti britannici del passato, vari paesi africani, tra cui Liberia, Ghana, Gambia, Botswana, Nigeria, Sudafrica, Kenya, Tanzania, e asiatici, India, Singapore, Honk Kong, Filippine. Sebbene non sia diventata la lingua ufficiale dell'Unione Europea, lo potrebbe diventare adesso paradossalmente in forma di Euroenglish contaminato dal linguaggio burocratico, proprio in virtù della Brexit, poiché la sua adozione non darebbe una priorità linguistica - o un privilegio linguistico - ad un paese membro così ingombrante come la Gran Bretagna. Evidentemente però il problema politico dell'uso della lingua è reale.
Tutto ciò porta ad una semplice constatazione. Chi voglia discutere di problematiche inerenti un sistema culturale che prevarichi il chiuso contesto di una nazione, il cui cerchio risulta emarginante, deve necessariamente proporsi usando la lingua inglese. Succede in tutti i sistemi di ricerca e non da adesso. (3)
Naturalmente ciò che sta succedendo oggi con la crescita esponenziale delle dottrine sovraniste potrebbe sembrare risolutivo rispetto al problema del «privilegio linguistico», ma in realtà è proprio il contrario. Se volessimo portare alle estreme conseguenze l'idea sovranista che così tanto seduce le masse di questo decennio si potrebbe pensare che ad un sistema che sostenga i popoli e l'idea di nazione come luogo proprio debba darsi anche un'idea di linguaggio comune che misuri un'identità culturale. Ma di fatto anche culturalmente il sistema comunicativo è legato al sistema linguistico anglofono e lo è in particolar modo veicolando principi conseguenti una concezione di mondo dominato da una élite poi dilagata nel nuovo mondo e qui divenuta potentato di un nuovo cosmopolitismo improntato ad un concetto di democrazia limitato dall'evidente tendenza imperialista. Sebbene negli Usa il ceppo etnico più diffuso sia quello di origine germanica, sia la lingua che il potere sono saldamente nelle mani di una invalicabile minoranza Wasp da cui è originato il pensiero suprematista poi deviato nella chiusura sovranista trumpiana. Subito dopo i drammatici eventi del settembre 2001 un acuto osservatore dell'arte contemporanea, collezionista stravagante e mecenate di giovani artisti, Enrico Pedrini (1940-2012), di ritorno dagli Stati Uniti mi diceva con fare perplesso di come avesse trovato incredibilmente cambiato il mondo dell'arte newyorkese. Anche i più illuminati protagonisti, mi diceva, sono ossessionati dall'idea del suprematismo culturale, dal principio che ci fosse un'origine personale nei concetti e che l'intelligenza fosse moneta da spendere per dimostrare una sorta di gerarchia concettuale. (4)
Il suprematismo americano di due decenni addietro era una sorta di breviario gerarchico sul mondo delle idee, mentre la sua attuale volgarizzazione sovranista è una traduzione di questo in versione esistenziale e individualista ma massificata. Valga per tutti l'esempio di Trump. Il trumpismo è una richiesta specifica di un sistema che pretende l'idea sovranista condivisa anche da chi ne subisce le conseguenze, circuendo le proprie vittime per farne, grazie ad una astratta appartenenza nativa, i propri difensori. Questo è un paradosso, così come sembra inconcepibile che l'identico principio adottato dai britannici, a discapito di ogni evidenza funzionale, abbia prodotto lo shock della Brexit. Si dirà a questo punto che un simile argomentare sia estraneo alle tematiche inerenti la critica d'arte, ma non è così.
Nell'evidenza che le analisi geopolitiche attuali rispondono con maggiore precisione alle problematiche complesse del mondo contemporaneo e di conseguenza alle sue specifiche culturali, i fenomeni sopra descritti hanno una valenza forte, dirompente.
Unite le forze socio politiche ed economiche, il mondo occidentale non sembra poi così debole come da anni si vuole far credere. Il blocco anglofono su tutti continua ad avere un ruolo gerarchicamente predominante in Occidente non soltanto in virtù del potere americano, diffuso capillarmente grazie alla sua industria culturale, ma anche per via di un retaggio composito nato dagli equilibri del post Yalta e dalla condizione storicamente ondivaga della galassia sovietica, per certi versi culturalmente più europea che asiatica. Ne è conseguito che il vero potere linguistico si sia palesato quasi esclusivamente nella lingua inglese e che il privilegio dei madrelingua, coniugato alla retorica nazional sovranista, abbia poi prodotto un mix di inquietante pericolosità.
Per due decenni le teorie e le analisi del post-colonialismo hanno assunto un ruolo centrale nel dibattito culturale, adesso siamo in una fase di nuovo colonialismo in cui la radicalità linguistica assume un ruolo centrale per imposizione di controllo e sudditanza. Anche la diffusione delle idee è parte fondamentale di questo fenomeno dai connotati sempre più eclatanti e minacciosi. Sistemi di indottrinamento, elaborazione di programmi e stesura dei risultati sono patrimonio di una sparuta minoranza di scuole universitarie tutte saldamente in mano ad istituzioni anglofone. Si parla di lingua inglese ma con una innovazione. Se nel passato l'uso di questo lessico era considerato un passepartout, di cui si tolleravano declinazioni inficiate da ismi locali, adesso la richiesta linguistica si fa sempre più severa, e di certo il fenomeno può inquadrarsi nella generica tendenza sovranista. Nella paranoide volontà di riaffermazione privilegiata del sistema americano su tutti i modelli occidentali, il «Make America Great Again» coniugato al continuativo ritornello di «America First» si traduce anche nel racchiudere la capacità linguistico espressiva nei canoni convalidati dalle grandi università, dove si «crea» l'innovazione e si riconfigura un nuovo lessico fitto di acronimi e neologismi. Se è vero che anche nel nostro piccolo mondo di relazioni quotidiane la lingua segna e demarca condizioni economiche, provenienza e stato sociale, nel macro sistema internazionale questa valutazione sta assumendo una connotazione di privilegio assodato in relazione a determinate evoluzioni linguistiche che proprio nella lingua inglese sono difficili, impossibili da seguire se non da chi ne viva continuamente le evoluzioni. Allo stesso modo nel mondo della cultura questo nuovo lessico anglofono è la condizione essenziale per poter dialogare alla pari nelle sedi di reale supremazia culturale, pena l'esclusione. Se nei decenni passati si poteva perdonare una costruzione lessicale minata da matrici esterne l'idea sovranista lo vieta, depennando ed escludendo.
Ma, come sappiamo il sovranismo, è anche una chiusura verso il mondo, una posizione di voluta estraneità nei confronti delle diversità. Se consideriamo Trump come simbolo di questa immagine del mondo non possiamo che riferirci ad una contesto che preveda una aggressiva, progressiva, violenza linguistica volta a rielaborare contenuti culturali che pensavamo cancellati da tempo. La chiusura concentrica verso le forme di un verbo istintivo, immediato, popolare e sovranista, circoscritto da un lessico immediato che funzioni propagandisticamente su stringhe di testo riporta inesorabilmente verso la coscienza irragionevole, cooptata e sedotta dalla similarità con un vissuto non razionale e vessato dagli umori profondi e condivisibili. L'individuo sovranizzato sospinge il proprio lessico attraverso le regole algoritmiche dei sistemi comunicativi e filtrando la soglia di ricettività permea di suoi contenuti volgarizzati il contesto di appartenenza, riabilitando in forma algidamente digitale, perfettamente banale e innocente, la stupidità ignorante del male. E al di là dei grandi sistemi interpretativi ciò che emerge è un individuo solidamente ancorato al paradosso dell'uomo padre-padrone-patriarcale, dove per l'appunto la patria è circoscritta dalla semantica «simpatia» linguistico sonora. (5)
Come prima considerazione si può dedurre che è questo un tempo in cui per il potere l'arte non è più oggetto di interesse politico. Lo è stato a ridosso del passaggio fra analitico e virtuale digitale, negli anni in cui la trasformazione del ruolo del critico assumeva le sembianze dell'organizzatore curatore. In quel contesto temporale, nel passaggio fra la tensione elettronica e l'avvento della rete come strumento analitico e di informazione, la trasformazione del critico in curatore aveva assunto una caratteristica essenziale nel sistema politico poiché rappresentava ancora la voglia delle nazioni di assumere una caratteristica di ridondanza culturale tale da rispecchiarsi nella sua potenza economica e politica. E lo faceva attraverso la diplomazia culturale di cui il curatore era garante. Ma la rete ha talmente disarticolato l'idea della comunicazione e dell'informazione falsificandone la credibilità che il curatore ha smesso di poter rappresentare con le sue scelte una visione univoca di mondo, o almeno una visione di mondo rispondente alle richieste del potere in atto. La conseguenza di questa disarticolazione è stata una progressiva chiusura del discorso curatoriale all'interno di micro sistemi volti alla riaffermazione di tematiche essenziali, stilisticamente distinte, su argomenti che vanno dalla richiesta di maggiori libertà nell'ambito dei sessi all'ecologia, ma che non rappresentano la centralità di interessi vitali delle nazioni se non in modo astratto e spesso nemmeno condiviso. (6)
Ulteriore conseguenza di questo big bang dissolutivo del sistema interpretativo dell'arte è la convinzione assai diffusa nei multi sovranismi che l'arte sia sostanzialmente inutile, superflua. Il fatto che l'arte sia superflua assume un'importanza maggiore all'interno di una cultura sovranista perché la ricollocazione dei ruoli conduce, insieme alla cancellazione di libertà già acquisiste, inevitabilmente alla costatazione che il potere sia l'unica cosa logica per l'individuo responsabile, sano, suprematista. La supremazia si esprime nel linguaggio e nelle scelte, mentre il disordine mentale, o anche la malattia, l'inferiorità e la disabilità psichica corrispondono ad una esigenza catarchica che si esprime attraverso manufatti, nati per superare le difficoltà anche linguistiche. Per il suprematismo sovranista è l'idea della lingua a favorire le gerarchie, una lingua che sia strumento di ascesa socio economica, una lingua che dica il «vero», che sia esattamente rispondente alle necessità del tempo, mentre l'oggetto, quindi ogni opera d'arte, corrisponde ad un corrompimento, una diminuzione intellettiva, uno sforzo vano.
Il nostro presente è questo. Basterà visitare le grandi mostre per rendersene conto. L'ultima Biennale di Venezia del 2019 disegna perfettamente questo mondo, e lo fa senza una precisa volontà di critica che non sia di realismo capitalista esistenziale. Se l'uomo potente non è più né un critico dell'illuminismo, se non può proporsi come produttore in fieri di un'arte-scienza rinascimentale, allora si preferisce rimestare il vecchio calderone neopopulista dell'artista estraniato dal sociale, l'individuo folle, permeato da ossessioni e fobie. Si riconosce l'arte perché c'è, non perché abbia una sua funzione. Se ne ricava un universo di segni scompaginati, assecondati dallo sguardo paternalista del potere su questi figli minori, la cui presenza a volte imbarazza. Gli autori di questi oggetti sono portatori di devianze, minoranze, da guardare con l'occhio ipocritamente interessato e che comunque hanno mano libera perché non alterano il sistema, semmai disturbano come figli molesti che impediscano il padre-padrone di lavorare al chiuso del suo studio-ovale per decidere azioni importanti. Stupisce semmai alla Biennale di Venezia la presenza di Hito Steyerl o Ryoji Ikeda, ma rimangono come eccezioni, visioni difficilmente riconducibili alla vasta inanità di tante proposte. Ma è nell'ottica dei nostri giorni la supposta verità che niente abbia senso al di là del potere e quindi anche manifestare un'idea significativa dell'opera d'arte all'interno di un inestricabile mucchio selvaggio annulla ogni differenza. Proporre allo stesso modo opere di vasto equilibrio e spessore insieme ad esponenti di folkloristiche passeggiate neosurreali produce una confusione linguistica che dimostra, semmai non fosse chiaro, che uno vale uno, e che tutti, indistintamente da pubblico sarebbero potuti essere artisti lì allo stesso titolo, perché l'arte in tempi di sovranismo è il capriccio crepuscolare di menti corrotte, contorte, o di scelte capricciose. In modo drammatico il nostro presente dimostra come sia semplice deturpare le idee innovative degli artisti, come il celebre «tutti sono artisti» di Beuys trasformatosi nella grottesca percezione del «tutto è stupidamente artistico» nella traduzione populista. L'arte è nuovamente vista come un sintomo malato, siamo oggi come ieri alla «entartete kunst»; le stesse ali di folla festeggiano plaudenti le «scemenze» che tutti pensano avrebbero potuto fare e che solo fanatici di varia pazzia producono, malati, poveracci, appartenenti a minoranze. Questo neo-nazismo organizzativo e crepuscolare non parla tedesco, usa la lingua inglese acquisita nelle università che contano, le stesse che stilano le graduatorie per definire chi conta e dalle quali se mai fuoriesca un artista sarà sicuramente il più somaro. Così il cerchio si chiude.
Il privilegio linguistico è la forma essenziale per garantire questa forma di suprematismo culturale e la sua successiva derivazione sovranista, tuttavia le questioni che ne derivano non sembrano preoccupare né l'arte né la sua critica bene attenta a non disturbare politicamente chi conta per le ovvie conseguenze vendicative. D'altra parte, si potrebbe pensare, non si può pretendere che il padre-padrone-patriarca simbolico possa perdonare ai timorati figli minori il nefando crimine di un genitivo sassone fuori luogo in una lingua impegnata a dominare.
Ottobre 2019
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1) Sul privilegio linguistico non ci trovano esaurienti trattazioni, a parte qualche vecchio trattato ispanico e risulta assente nella letteratura di lingua italiana. Se ne sono occupati solo di recente in America docenti impegnati nelle ricerche didattiche, e più specificamente sulle possibili valutazioni e sugli effetti delle diversità linguistiche (idiotismi dialettici) derivati da provenienza etnica e culturale degli studenti. Il tema ha interessato anche le istituzioni scientifiche di ricerca. Si può considerare come testo originario il John Rawls, A Theory of Justice, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge, MA, 1971, ( trad. it. Una teoria della giustizia, Feltrinelli, Milano, 1982), in cui alcune tematiche affrontate focalizzano il problema linguistico. Su elementi teorici originati da Rawls è il testo pubblicato da Nicholas Subtirelu, “Language privilege: What it is and why it matters”, in Linguistic Pulse, June, 26, 2013, https://linguisticpulse.com/2013/06/26/language-privilege-what-it-is-and-why-it-matters/ (consultato il 5, 10, 2019) e in cui si osserva un alto livello di specificità su linguaggio e relazioni sociali, vissuto attraverso l'esperienza sul campo delle ricerche universitarie. Più specifico il recente Karen Englander e James Corcoran, English For Research Publication Purposes, Routlege, Abigdon/New York, 2019. Sebbene il testo diminuisca l'importanza del privilegio linguistico, chiamato, tuttavia nelle analisi prodotte evidenzia di come nei trattati testuali le prime considerazione effettuate sono incentrate sulla correzione grammaticale piuttosto che non sul significato reale, presupponendo che la corretta edizione grammaticale sia il principale veicolo del significato, di fatto quindi manifesta la consapevolezza che esista un privilegio linguistico. Nello stesso testo si sostiene che le considerazioni correttive e il necessario stop, dovuto alla routine di rielaborazione grammaticale in conseguenza ad un errore, sia motivo di abbassamento della soglia d'attenzione sui contenuti veicolati dal testo.
Vitaly S. Pronskikh, “Linguistic Privilege and Justice: What Can We Learn from STEM?” in Research Gate, https://www.researchgate.net/publication/324807989_Linguistic_Privilege_and_Justice_What_Can_We_Learn_from_STEM, (visitato il 10,10, 2019). Con l'acronimo STEM si individuano Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica e le dirette implicazioni interdisciplinari nell'ambito della difesa, immigrazione e disparità di genere. Il testo rimane ancorato ad una considerazione analitica ma affronta in modo efficiente la diacronia energetica necessaria per il raggiungimento di un obiettivo divulgativo fra chi è un nativo di lingua inglese e chi non lo è. Di diverso avviso John E. Petrovic, A Post-Liberal Approach to Language Policy in Education, CPI Group, Croydon UK, 2015, il quale sostiene che alla base di tutto il problema comunicativo ci sia la formazione matematica; una formazione matematica esatta, sostiene nel suo testo, permette la comprensione grammaticale e in breve tempo annulla qualsiasi privilegio linguistico. Sull'argomento anche Sadaf Abdul Rauf, Hafiz Muhammad Nasir Iqbal, “Power of Linguistic Privilege: Critical Discourse Analysis of the Narratives of Pakistani Immigrant Students in American Schools” in Bulletin of Education and Research December 2008, Vol. 30, No. 2 pp. 45-60, https://pdfs.semanticscholar.org/c0cd/a41473acfe689f912c5f77a96e0f8824f5bd.pdf (pdf, consultato il 10, 10, 2019). In Cheryl Woelk, “Naming the space: Evaluating Language in Peace Education through Reflective Practice”, in Celina Del Felice, Aaron Karako, Andria Wisler, (edited by), Peace Education Evaluation: Learning from Experience and Exploring Prospects, IAP, Charlotte NC, 2015, si sminuisce il problema etichettandolo come “mito” ma nel testo abbastanza epistemologico di Peter A. Coclani, Campus Politics and the English Language”, Inside Higher Ed, June 5, 2018,
https://www.insidehighered.com/views/2018/06/05/often-unspoken-privilege-speaking-english-academe-opinion , (consultato il 5, 10, 2019), si offre uno spaccato di come un accademico americano possa intervenire su una tematica così complessa giungendo a citare i casi di letterati celebri per aver scritto in lingua inglese pur non essendo nativi di quell'idioma. Interessa anche la serie di commenti a nome di altri accademici per i quali il problema può essere derubricato col termine “vantaggio”.
Per quanto riguarda lo specifico territorio dell'arte e della sua critica, sebbene da anni si discuta sulle pesanti differenze determinate da inclinazioni sessuali e politiche, di questo “privilegio” non si parla nemmeno in Ana Janevski e Roxana Marcoci con Ksenia Nouril, Art and Theory of Post - 1989 Central and Eastern Europe: A Critical Anthology, MOMA, New York, 2018, sebbene gli artisti dell'Est Europa sull'argomento abbiano più volte riflettuto.
Su alcune delle problematiche qui trattate si è tenuto recentemente un seminario di studi Discorsi dell'odio. Temi, metodi e strumenti d'analisi, curato da Raffaella Petrilli, organizzato dalla ADiL (Accademia Diritto e Linguaggio) del Dipartimento di studi linguistico-letterari, storico-filosofici e giuridici (DISTU) dell'Università della Tuscia.
2) Qui possono rilevarsi due questioni, una prettamente tecnica, l'altra storico critica. Nel primo caso sarebbe molto interessante indagare quante volte e in che modo una testualità e persino l'autorialitò sia stata cancellata perché non in linea con i paradigmi di potere anglofoni; ci si riferisce ad esempio alle bibliografie e alle citazioni che privilegiano una nomenclatura di evidente matrice anglosassone. Per qualificare un testo scientifico è evidentemente più conveniente riportare testi di lingua inglese ed autori che hanno scritto in questa lingua, o i testi che hanno avuto una diffusione in lingua inglese. La seconda questione riguarda lo specifico dello studio storico critico. Nella ricerca storico critica italiana l'influsso linguistico semiologico ha prodotto due grandi scuole, quella Brandiana, concepita attraverso l'idea strutturalista e nei suoi seguiti post-struttualisti fenomenologici, e quella figurativa di De Fusco di impianto puro visibilista e che ha determinato uno sguardo comparativo fra le diverse forme dell'apparire. Entrambi però si sono interessati poco del possibile impatto falsificatore della testualità in relazione alle loro opere critiche. Cfr. Cesare Brandi, Teoria generale della critica, a cura di Massimo Carboni, Editori Riuniti, Roma 1998. Renato De Fusco, La riduzione culturale, una linea di politica della cultura, Dedalo libri, Bari 1976. Forse più di tutti, attraverso una lettura intertestuale, ha prodotto una critica della nuova complessità della lingua e dei segni Julia Kristeva, coniugando gli influssi decostruttivi di Derrida e Foucault con la lingua psicanalitica lacaniana: nel suo Il linguaggio, questo sconosciuto: iniziazione alla linguistica (con un'intervista di Augusto Ponzio), Bari: Adriatica, 1992, l'autrice de Il sole nero, tratta la linguistica alla stregua di una fenomenologia della conoscenza.
3) Five Eyes o FVEY è l'alleanza strategica di intelligence siglato nel Ukusa Agreement e fortemente rinnovato dopo l'11/09/2001 con operazioni di controllo sovranazionali rese pubbliche dai dossier Snowden. L'acronimo Ukusa nasce dalla contrazione di Ausannzukus, che riunisce le iniziali di AUStralia, CANada, New Zealand, UK e USA, questi ultimi ne sono fondatori.
Per quanto riguarda l'uso della lingua inglese in EU in realtà il privilegio linguistico rimarrebbe un problema politico ma confinato alla presenza di Irlanda e Malta, ma di minore entità, e soprattutto se l'uso della lingua inglese risultasse contaminato dall'uso distorto che se ne fa nella documentazione burocratica di Bruxelles. Di grande interesse l'articolo redazionale “Londra e l'Anglosfera” su Limes n.6 , Roma, 09 2019, numero dedicato alla “Brexit e il patto delle Anglospie”. http://www.limesonline.com/mappa-londra-anglosfera-brexit-parlamento-westminster/114109 (consultato il 20, 09, 2019). Vedi anche Dario Fabbri, “La scommessa degli inglesi”, in Limes n.5, 2019, http://www.limesonline.com/cartaceo/la-scommessa-degli-inglesi
4) Enrico Pedrini (1940-2012), teorico, curatore, è stato un attento collezionista di arte contemporanea, in particolare di tendenze sperimentali quali Dada, Fluxus, Concettuale e ha sostenuto la giovane arte italiana apparsa nei primi anni Novanta.
5) Nei suoi scritti pubblicati poi nei Quaderni dal Carcere, Antonio Gramsci riflette sulle complesse questioni linguistiche della grammatica. Le grammatiche normative, scrive Gramsci, tendono a circoscrivere un intero territorio unitario, quindi una “scelta”, un indirizzo culturale ragionato, il cui fine è sempre un atto politico. Le grammatiche “immanenti” invece sono frammentate in base alle provenienze sociali, familiari, possono essere addirittura individuali, ma maggiore sarà il loro essere disarticolate minore sarà il loro peso politico. Una lingua è quindi uno strumento politico di cui possono riconoscersi i luoghi di irradiazione e gli scopi politici che riconosciamo nella storia. Conclude nelle sue note sullo studio della grammatica citando l'esempio del De Vulgari Eloquio di Dante inteso storicamente come reazione degli intellettuali allo sfacelo dell'unità politica in atto in Italia e rappresentata dall'uso di una lingua che chiama “mandarinismo” latineggiante. Antonio Gramsci, “Note per una introduzione allo studio della Grammatica”, Quaderni dal Carcere, Volume III, Quaderni 12 – 29 (1932-1935), Quaderno 29 (XXI), 1935, pp. 2341 – 2351, Einaudi, Torino, 1975.
6) L'arte contemporanea si interessa dell'attualità, tuttavia si può osservare una sorta di imbarazzo politico espresso nella cura critica dell'attività espositiva attuale. Ad esempio la Biennale di Istanbul inaugurata a settembre di questo 2019 propone come tema centrale quello ambientalista per la cura di Nicolas Bourriaud. In una Istanbul sempre più megalopoli, ma desertificata dal suo futuro d'intolleranza, la presenza dell'arte risuona adesso stentorea, piuttosto turistica e non politica. Il tema ambientale è urgente, d'altra parte chi non vorrebbe un mondo pulito dalle scorie dell'industrializzazione feroce? Nello stesso momento però il presidente sovranista brasiliano Bolsonaro difendeva palesemente le scelte di deforestazione amazzonica col pretesto di considerare le risorse naturali come un bene dei popoli proprietari. Il problema posto dalla nostra immediata contemporaneità è che se l'arte vuole corrispondere ad un ruolo può farlo accettando che la sua lingua sia espressione politica e non descrittiva.
Cfr. N. Bourriaud (a cura di), The Seventh Continent, 16th Istanbul Biennial, IKSV, 2019.