www.unclosed.eu

arte e oltre / art and beyond
rivista trimestrale di arte contemporanea
ISSN 2284-0435

Più voci e una mostra per ritracciarne il profilo

Brunella Velardi

Mi domandò quali fossero le mie passioni.
Risposi che la sola passione era scoprire
quali vere passioni avessi.
Per me, disse, la sola che conta è l'arte.
Lia Rumma (1)

«L’arte contemporanea la incontro quando conosco Marcello, che è stato per me un destino. Eravamo giovanissimi e lui, rispetto a me che “vivevo” nel mondo classico, era legato al presente e proiettato nel futuro» (2). È Lia Rumma, oggi protagonista a livello internazionale del mercato dell’arte, a raccontare gli esordi negli anni Sessanta nel mondo dell’arte contemporanea insieme con il marito Marcello Rumma. Dal loro incontro fortuito – lei era in cerca di lavoro presso la scuola parificata gestita dalla famiglia di lui – avranno origine vicende storiche, dall’esperienza degli Arsenali di Amalfi al ruolo che la galleria che ne ha poi raccolto l’eredità ha svolto nei decenni successivi.
«Quando […] Vespignani fece una grande mostra a Salerno, mio marito Marcello ed io sacrificammo il nostro primo risparmio […] per comprare il nostro primo quadro. Fu l’inizio» (3). Un inizio da collezionisti (4), dunque, sebbene impegnati fin da subito in una intensa attività di promozione delle ricerche artistiche più innovative. Il Collegio Colautti di Salerno è il primo laboratorio di contaminazioni tra didattica e attività culturali di cui è promotore lo stesso Rumma che vi lavora: «Marcello destinò l'ultima sala del collegio a una sorta di piccolo refettorio. Una tavola sempre imbandita alla quale sedevano filosofi, artisti, critici. Era un continuo dialogo» (5). Inizia nel frattempo a costituirsi la raccolta d’arte dei due, ricca di dipinti della prima metà del Novecento italiano, che man mano cederanno il posto, in casa Rumma a Salerno, ai protagonisti delle neoavanguardie. Siamo in un decennio colmo di stimoli, in cui ideologie politiche e istanze culturali vanno di pari passo con sperimentazioni che nel campo dell’arte contemporanea si rivelano decisive, tanto nelle vicende internazionali, quanto per il contesto nazionale. In un ambiente, quello salernitano, poco ricettivo per il mercato ma assai aperto ai linguaggi dell’arte, si innestano i dibattiti con critici e artisti stimolati dalla voglia di Marcello e Lia di «non essere dei semplici mercanti» (6), sebbene, oltre che con la critica, è con i galleristi che si confrontano, in primis: Sonnabend a Parigi, Stein a Torino, Sargentini a Roma, ma anche i napoletani Dina Carola, che aveva aperto Il Centro nel 1960 e Lucio Amelio con la sua Modern Art Agency inaugurata nel 1965. Un mondo che, d’altro canto, sopperiva al ritardo dei musei nel proporsi come riferimento nel campo dell’arte contemporanea. Come racconta Angelo Trimarco, tra gli amici salernitani di Rumma, «al vuoto istituzionale hanno supplito, dagli anni Sessanta del Novecento, l’impegno e la passione delle gallerie private che hanno assolto al compito, oltre che di informazione, anche di formazione» e aggiunge: «quando dico di formazione penso anche alla mia, studente di filosofia nei primi anni Sessanta, che sul campo delle gallerie ha fatto il proprio apprendistato critico» (7).
Ben presto quello che è diventato il Centro Culturale Colautti convoglia le proprie energie in esperienze che coinvolgeranno i più importanti critici italiani dell’epoca, spostando il suo raggio d’azione ad Amalfi con le tre edizioni della Rassegna di Arti Figurative che durerà altrettanti anni e culminerà con la consacrazione espositiva dell’arte povera; le mostre «segnavano l’inizio di un sodalizio straordinario tra Marcello e Giuseppe Liuccio, presidente dell’Azienda di Soggiorno e Turismo di Amalfi, il quale metteva a completa disposizione di Rumma gli Arsenali di Amalfi» (8). La loro risonanza è crescente: «Nel 1966, all’avvio, la Rassegna di Pittura di Amalfi è nazionale. L’anno successivo, a maggio, è già internazionale. La terza, che è anche l’ultima […] reca un emblema memorabile, Arte povera più Azioni povere. In tre anni sulla scena degli Arsenali dell’Antica Repubblica di Amalfi s’intrecciano discorsi destinati a segnare il corso dell’arte» scrive ancora Trimarco, che continua: «La Rassegna di Amalfi […] segue e scandisce il ritmo dell’arte e della critica in quel passaggio delicato che, muovendo dalle esperienze maturate “dopo l’informale” […] si apre agli itinerari dell’arte povera. A un luogo in cui l’arte si dà come ricerca di uno spazio vitale, precario e instabile: uno spazio, anche se ridotto, in cui si possa esercitare la pratica della critica e alimentare il “fasto della vita”» (9).
Per il primo appuntamento della Rassegna, Aspetti del «ritorno alle cose stesse» nel 1966, Marcello Rumma coinvolge Renato Barilli, il quale invita ventisette artisti accomunati dalla riflessione tra oggetto e figurazione; nel maggio 1967 è la volta de L’impatto percettivo, curata da Filiberto Menna e Alberto Boatto; l’inaugurazione è l’occasione per aprire, negli stessi ambienti, il convegno Lo spazio dell’arte d’oggi, in cui intervengono Barilli, Menna e Maurizio Calvesi. Il ’67 è lo stesso anno in cui Germano Celant rintraccia una poetica comune ad alcune recenti ricerche artistiche italiane, raccogliendole sotto il nome di Arte povera; sarà lui, nel 1968, a curare il terzo appuntamento della rassegna agli Arsenali, con Arte povera più azioni povere, che si configurerà come sorta di festa collettiva dedicata all’arte contemporanea della durata di tre giorni, dal 4 al 6 ottobre, ed espansa negli spazi urbani e nel paesaggio, partecipata da artisti e cittadini: «Amalfi ’68 è ritenuta particolarmente importante e indimenticabile non solo per aver messo a fuoco tempestivamente uno dei più importanti movimenti artistici degli ultimi cinquant’anni ma per quell’atmosfera di libertà e gioia con cui gli artisti crearono le proprie opere e quello speciale sodalizio tra loro che non si sarebbe mai più ripetuto. Nel giugno del ’68 la Biennale di Venezia veniva contestata dagli artisti perché considerata troppo ingessata. A ottobre ’68 ad Amalfi gli artisti coinvolti nella rassegna venivamo invitati a creare e realizzare le proprie opere in piena e totale libertà. Pistoletto trascina per i vicoli di Amalfi L’uomo ammaestrato [interpretato dal critico Henry Martin, n.d.a] con tutta la sua corte, Anne Marie Boetti abbandona una zattera di polistirolo tra le onde del mare, Pietro Lista nasconde, a notte inoltrata, la luce di un neon sotto la sabbia della spiaggia, Anne Marie Boetti e Ableo improvvisano un concertino di flauto, a piedi nudi sulla spiaggia di Amalfi. Insomma accadono cose straordinarie, tutti partecipano a questo speciale evento, gli artisti si aiutano l’uno con l’altro, i bambini giocano a nascondino sotto la Vedova Blu di Pascali e gli artisti invadono il Giardino all’italiana di Gino Marotta. Infine, questo momento di gioia e creatività esplode in una famosa partita di pallone: viene disegnato sui muri degli Arsenali un campo di calcio e Paolo Icaro, Richard Long, Emilio Prini, Ger van Elk e altri si contendono il pallone con la grinta dei grandi giocatori» (10).
Nel frattempo, Rumma è chiamato come direttore artistico dello spazio Einaudi 691 di Salerno, ruolo che gli consente di consolidare la propria visione sull’inscindibilità del rapporto tra arte e critica. In un anno, organizza Ricognizione cinque: cinque mostre, appunto, in cui invita critici a presentare altrettanti artisti. Le coppie sono: Achille Bonito Oliva e Agostino Bonalumi, Maurizio Fagiolo e Marcolino Gandini, Germano Celant e Aldo Mondino, Renato Barilli e Gianni Ruffi, Alberto Boatto e Gilberto Zorio. Il catalogo della rassegna, curato da Angelo Trimarco, è edito dal Centro Studi Colautti.
L’impresa editoriale è a questo punto un’urgenza, che coincide anzitutto con la necessità di pubblicare scritti d’arte e di filosofia italiani e portare in Italia scritti stranieri. Nel 1969 fonda Rumma editore, la casa editrice pensata come “braccio culturale dell'attività artistica”: la prima pubblicazione, a maggio, è proprio il catalogo di Arte povera più Azioni povere, in cui all’intervento critico di Celant seguono gli apparati fotografici che documentano gli artisti invitati, le opere, l’allestimento, le azioni, gli incontri, e le testimonianze di artisti e critici che hanno partecipato alle giornate – rispecchiando così l’impostazione assembleare della mostra stessa. Qui, tra gli altri, scrive Gilardi: «al sabato le azioni si intensificarono; l’aspettativa del pubblico e dei partecipanti era cresciuta ed i fotografi incaricati di realizzare il reportage per il libro-catalogo erano come nevrotizzati dall’attenzione per qualsiasi iniziativa sembrasse un’azione» e, più avanti, «La gente del luogo visitava la mostra con un atteggiamento molto disponibile, quale il pubblico culturalizzato delle città non riesce più ad avere; […] che ad Amalfi si trattasse di una manifestazione di tipo nuovo, bastava l’assenza dei galleristi a confermarlo. L’assenza degli interessi commerciali non escludeva però ambizioni relative al “potere culturale”» (11). Persino la «presenza rigida ed esterna» (12) di Gillo Dorfles, che invitato a contribuire al volume non nasconde tutto il suo scetticismo nei confronti dell’operazione di Celant (conclude così il suo scritto: «Un ammonimento dunque e una lezione può venire dalle piacevoli e appassionate giornate amalfitane: 1) non conviene ai critici applicare etichette – per quanto azzeccate e stimolanti – a un gruppo troppo eterogeneo di artisti; 2) non conviene agli artisti sforzarsi di creare soltanto in funzione di tali etichette»), non può che apprezzare in più frangenti l’autenticità ed efficacia dell’evento, rintracciandone il culmine nella performance dello Zoo di cui scrive: «questa “azione diretta” è stata, invero, la parte migliore delle giornate amalfitane: il percorso lungo i candidi ed oscuri cunicoli e ambulacri che conducono alla cattedrale, con la frotta di bimbi (autentici, del luogo) che seguivano il più o meno autentico “negro”, e i guitti, in apparenza autentici, guidati dal vociante buttafuori Colnaghi, e dai silenziosi ed estatici Pistoletto e Maria, ha raggiunto, soprattutto nella prima fase […] un’efficacia indiscutibile. […] Quando un’azione corrisponde al tempo, al luogo, al pubblico “giusto”, riesce ad essere efficace e dunque accettabile, tanto se è del tutto inedita, quanto se è il riecheggiamento di qualcosa di già noto e risaputo» (13).
L’attività editoriale diventa un lavoro a tempo pieno, che spinge Rumma a definire una spartizione dei ruoli: «mi propose di occuparmi della nostra collezione, mentre lui si sarebbe dedicato all’editoria. La prima opera che portai a casa era una tela di Kounellis. Mio marito mi aveva dato 500 mila lire e io spesi il doppio», ricorda Lia Rumma (14). Il primo titolo pubblicato è Marchand du sel di Marcel Duchamp; con la collaborazione del designer Dieter Grauer, viene scelto un formato non convenzionale, si elaborano un’impostazione grafica innovativa e lo schema dell’immagine di copertina che reitera il logo della casa editrice. Tratti che saranno costanti nei testi successivi, costituendo un “marchio” immediatamente riconoscibile.
Nel 1970 Marcello Rumma muore suicida a ventotto anni. La sua passione è stata ereditata e nutrita dalla moglie Lia, le sue intuizioni sono rimaste indelebili nella memoria della storia dell’arte. Tanto da stimolare, nel 2011 e nel 2018, rispettivamente al museo Madre e al Castello di Rivoli e al Philadelphia Museum of Art, esposizioni che si sono proposte come occasioni di riflessione sulla rassegna di Amalfi del ’68. Resta, ancora, l’evocazione di una figura poliedrica ma sfuggente, cui il museo Madre dedica oggi una mostra che attraverso opere, carte d’archivio e apparati curati da storici e critici d’arte, dissemina, in un percorso volutamente in penombra, le tracce intermittenti che ne disegnano un profilo in dissolvenza (15).
Gennaio 2020
1) Antonio Gnoli, Straparlando, Lia Rumma: "Eravamo dieci figli: fui la sola a credere nelle favole”, in La Repubblica. Robinson, 2 marzo 2019 https://rep.repubblica.it/pwa/robinson/2019/03/02/news/straparlando_lia_rumma_eravamo_dieci_figli_fui_la_sola_a_credere_nelle_favole_-220543121, consultato il 7 gennaio 2020.
2) Renata Caragliano, Stella Cervasio, Lia Rumma: "Ho visto nascere la storia dell'arte contemporanea", in La Repubblica Napoli, 25 marzo 2018, https://napoli.repubblica.it/cronaca/2018/03/25/news/lia_rumma_ho_visto_nascere_la_storia_dell_arte_contemporanea_-192164705, consultato il 7 gennaio 2020.
3) Lia Rumma intervistata da Giuliana Gargiulo in Napoli Donna, Centro Il Diaframma/Edizioni Ediphoto Srl, Napoli, 1987, s.p.
4) Una propensione al collezionismo che si configurava come vera e propria passione, se alcuni anni più tardi Lia Rumma sentirà il bisogno di chiudere la galleria che aveva aperto nel 1971 in seguito alla scomparsa del marito: «Avevo bisogno di riflettere su me stessa: stavo vivendo una sorta di conflitto con il mercato. Per quanto giovanissima, e pur avendo aperto una galleria, mi sentivo ancora una collezionista e dunque vendere un’opera d’arte su cui andava la mia scelta mi procurava sofferenza» motiverà, confermando una dedizione all’arte che ancora oggi è cardine centrale della sua vita. Cfr. Maria De Vivo, Gli anni Ottanta e l’arte, secondo Lia Rumma, in Angela Tecce (a cura di), Rewind. Arte a Napoli 1980-1990, catalogo della mostra, Arte’m, 2014, p. 70.
5) Antonio Gnoli, op. cit..
6) Ibidem.
7) Antonello Tolve, “Napoli, una immagine complessa”. Intervista a Angelo Trimarco, in Angela Tecce (a cura di), op. cit., p. 40.
8) Lia Rumma intervistata da Lorenzo Giusti, in «Artissima Stories», Issue n. 24, https://www.artissima.art/artissima-stories-intervista-lia-rumma, consultato il 7 gennaio 2020.
9) Angelo Trimarco, Napoli. Un racconto d’arte 1954-2000, Editori Riuniti, 2002, pp. 53-59.
10) Vd. supra, nota 7.
11) Piero Gilardi, L’esperienza di Amalfi, in Arte povera più Azioni povere, Documenti del Centro Studi Colautti 1, Rumma editore, 1969, pp. 77, 80, 81.
12) Ibidem.
13) Gillo Dorfles, Gli incontri di Amalfi, in Arte povera più Azioni povere, cit., pp. 73-75.
14) Renata Caragliano, Stella Cervasio, op. cit..
15) I sei anni di Marcello Rumma. 1965-1970, a cura di Gabriele Guercio e Andrea Viliani, Napoli, Museo Madre, 14 dicembre 2019 – 13 aprile 2020.