La proposta catalana per l’edilizia popolare
Daniela De Dominicis
È a Barcellona che prende vita la più recente ipotesi di alloggio sociale (1), una risposta all’ emergenza casa che nella capitale catalana è particolarmente avvertita a ragione di un elevato numero di sfratti (se ne registrano circa quattromila l’anno) con un totale di trentamila persone in attesa di sistemazione.
Il problema abitativo è una questione annosa e partecipata da tutte le grandi città del mondo, cominciata con i primi massicci inurbamenti seguiti all’industrializzazione nel corso dell’800 e, per ragioni diverse, mai venuta meno. Il ruolo catalizzatore esercitato dalle città – percepite come luoghi di maggiori opportunità lavorative e migliore qualità dei servizi – ha prodotto negli ultimi vent’anni una preoccupante espansione orizzontale a bassa densità (costruzioni ad un piano, massimo due) in tutte le capitali e di alcune in particolare (2). Questo è attualmente il problema più cogente per gli urbanisti e i politici contemporanei che devono misurarsi e dare risposte a tutto ciò che ne consegue: la progressiva riduzione delle aree verdi e coltivabili, l’inquinamento, la difficoltà di assicurare capillari trasporti, rifornimenti e una funzionale distribuzione dei servizi essenziali, solo per citarne alcuni. Se i flussi di inurbamento attuali dovessero mantenersi costanti, il 2050 sarebbe l’anno della svolta, quando si prevede che due terzi della popolazione mondiale che all’epoca sarà di 9 miliardi, vivrà nei centri urbani.
Ma da alcuni mesi siamo assistendo ad un evento epocale di cui si ignorano a tutt’oggi i contorni e le conseguenze. L’epidemia del Covid19 che dall’oriente è rimbalzata in tutto il mondo infierendo particolarmente nei grandi conglomerati urbani occidentali, ha messo in evidenza la fragilità del nostro stile di vita e la pericolosità delle alte concentrazioni umane, veicolo inquietante di contagio in poche ore. Si può ipotizzare quindi un’inversione di tendenza rispetto all’inurbamento? Questo dipenderà certamente da quanto profonda e incisiva sarà quest’esperienza ma, non c’è dubbio, che i grandi immobili popolari messi in campo dagli architetti tra le due guerre e amplificati con le gigantesche costruzioni degli anni ’60 e ’70, assumono ora una luce diversa (3). Così come è necessario ripensare i modelli proposti poco tempo fa come la nuova frontiera dell’abitare urbano, ovvero costruzioni con piccoli ambienti monofamiliari arricchiti però da grandi aree comuni (4) – palestra, cucina, soggiorni, lavanderia, etc – che mostrano oggi tutta la loro potenziale pericolosità igienico sanitaria. La riduzione degli spazi individuali per privilegiare quelli comuni è arrivata perfino alla teorizzazione della casa come qualcosa di superato (5). Gli stili di vita e di lavoro in continua mutazione, l’hanno trasformata in zavorra inutile per le nuove generazioni, al massimo qualcosa da condividere, salvo poi riscoprirne l’utilità durante l’emergenza sanitaria, quando per decreto governativo si è confinati al loro interno.
La proposta catalana, sovvenzionata dalla municipalità, sperimenta un primo immobile provvisorio di proporzioni contenute – quattro piani, dodici appartamenti in tutto, ognuno dei quali di due o tre ambienti – eretto in pieno centro storico.
L’economicità – 940 mila euro – e la velocità realizzativa – questo primo edificio è stato costruito in quattro mesi – sono giustificate dall’ uso di moduli prefabbricati molto comuni ma inediti nell’accezione abitativa: i container. Si tratta cioè delle diffusissime unità di carico metalliche a forma di parallelepipedo utilizzate fin dal secondo dopoguerra per il trasporto di grandi quantità di prodotti in tutti i traffici mercantili a ragione della loro facilità di movimentazione. Un uso diverso di questi moduli rispetto al trasporto delle merci per cui sono stati pensati, non è tuttavia inedito. Se è noto, tanto da passare sotto silenzio, il loro impiego durante le emergenze naturali quali terremoti o alluvioni, e per ricoveri temporanei nelle zone di guerra, ha avuto molta eco sulla stampa internazionale la loro utilizzazione come alloggio per studenti sperimentato nella città di Copenhagen su progetto di Bjarke Ingels appena quattro anni fa. In quest’ultimo caso si tratta di soluzioni spartane per aiutare giovani universitari fuori sede nella costosa capitale danese. Altrettanto clamore ha riscosso la torre di container impilati utilizzata come punto vendita dell’azienda Freitag a Zurigo per la firma di Spillmann-Echsle, così come il museo itinerante pensato da Shigeru Banh che ha utilizzato moduli reperiti di volta in volta nei Paesi in cui si è spostato (6). Meno risonanza, forse perché decisamente modesti, intensivi ad opera di un’anonima società di costruzioni, sono gli alloggi così realizzati nel 2017 per i senzatetto nel distretto londinese di Ealing, nella zona Ovest di Londra (7). In tutti questi casi i container sono lasciati a vista, ostentati senza nessun occultamento, facendo proprio della loro aggregazione estemporanea un punto di forza costruttivo.
La proposta catalana si presenta invece come un normale immobile urbano. All’interno le pareti sono intonacate e all’esterno i moduli metallici sono rivestiti di una doppia pelle in policarbonato traslucido che oltre a proteggere termicamente gli interni – tanto da aver ottenuto anche la certificazione per alta sostenibilità ambientale – forma un’intercapedine praticabile con il conseguente aumento della cubatura convertita in balconi a Juliette (8). I servizi sono gli unici elementi ad essere realizzati in muratura. Il piano terreno, sollevato su travi a doppia T, è vuoto e svolge la funzione di una piazza urbana coperta accessibile a chiunque; seguono in altezza i quattro livelli abitativi. Ogni piano ha due appartamenti di 30 mq e uno con doppia metratura per un totale di 12 unità immobiliari con porta finestra di accesso sui ballatoi esterni, raggiungibili con ascensore o blocco scale. Tutte le unità sono arredate con mobili a misura ed elettrodomestici, quindi immediatamente abitabili. L’esposizione di un lato a Nord-Est e di un altro a Sud-Est, aiuta la ventilazione naturale nel periodo caldo e lo sfruttamento dell’irraggiamento solare nei mesi freddi quando si usufruisce prioritariamente dell’impianto di riscaldamento pavimentale. In realtà buona parte del budget è stata destinata proprio all’isolamento termico ed acustico che si è rivelato il punto debole delle citate sperimentazioni britanniche e olandesi, ritenute fredde e rumorose, innescando una serie di proteste e di animate contestazioni.
Il progetto catalano prende il nome di APROP, alloggi provvisori di prossimità, intendendo con questa definizione abitazioni assegnate in comodato d’uso totalmente gratuito alle fasce sociali più deboli, per un periodo variabile da due a cinque anni. Il concetto di provvisorietà si riferisce tuttavia anche alla tecnica costruttiva facilmente reversibile poiché questi immobili sono pensati per avere la vita massima di un lustro ma, come sostiene uno dei progettisti, David Juárez, non è da escludere, in assenza di controindicazioni, che vengano tenuti in opera molto più a lungo. Un altro elemento di novità da non sottovalutare è la scelta dell’area su cui questi immobili insistono. Non si tratta infatti di zone periferiche bensì del centro storico della città, nel Barrio Gotico (9) per questo primo, e nel parimenti centrale quartiere di San Martí, nel lato Nord-Est della città, lungo la costa (10), per il secondo, con quarantadue alloggi arricchiti da un orto urbano.
Il progetto è del collettivo Straddle3, noto per le modalità operative che partono sempre dal coinvolgimento e l’ascolto dei cittadini cui gli interventi sono destinati, dalla predilezione dei materiali di riciclo e dall’interesse per il recupero degli edifici industriali (11).
La motivazione di fondo alla base di APROP è quella di voler contrastare la vocazione turistica cui sembrano destinati i centri storici delle grandi capitali a ragione degli alti costi raggiunti ormai dagli immobili, preclusi alle classi medio basse. L’obiettivo di rigenerare le parti “vecchie” delle città passa quindi attraverso il sostegno all’eterogeneità sociale con il doppio risultato di contenere al contempo la creazione dei ghetti nelle periferie. Altro obiettivo è quello di promuovere l’intensificazione, ovvero la costruzione di edifici che insistono su spazi urbani non utilizzati oppure sfruttando il recupero degli edifici dismessi, via indicata dagli urbanisti come strumento principe per evitare l’aumento a dismisura delle città.
Se questo è stato ritenuto praticabile, anzi auspicabile, fino a ieri, non è detto che lo sia ancora dopo l’esperienza della pandemia in corso in cui la densità umana e l’iper connessione hanno giocato un ruolo primario nella diffusione del contagio.
Il tema della prossima Biennale di Architettura di Venezia (per ora slittata ad agosto 2020) curata da Hashim Sarkis, è How will we live together? Un tema proposto in tempi pre-pandemici ma che si rivela un’ottima occasione per ragionare del futuro.
20 aprile 2020
There are no images in the gallery.
There are no images in the gallery.
1) Ѐ il progetto APROP, ovvero Alojamientos de proximidad provisionales (Alloggi provvisori di prossimità) da cui la sigla, promosso dalla Municipalità di Barcellona nel 2018. Il progetto ha avuto pubblica visibilità con la mostra Exposición Aprop, Jardines de Elisava, Museo del Diseño, Barcellona luglio 2018.
2) Mexico City ha attualmente 22 milioni di abitanti, la sua popolazione è aumentata in tempi recenti del 300% ma l’impronta urbana sul territorio si è in realtà quintuplicata. I centri urbani che stanno aumentando in modo vertiginoso sono Abu Simbel, Kabul, Kinshasa e Lagos. cfr. Urbanage.lsecities.net.
3) Alcuni esempi di macrostrutture abitative: Le Vele di Scampia (1962-75) di Frank Di Salvo, Corviale a Roma (1975-85) di Mario Fiorentino, la Cités de 4000 a Courneuve (1956-66) di Clément Tambuté e Henri Delacoix, L’Expaces d’Abraxas (1978-83) a Noisy-le-Grand di Ricardo Bofill, le famose “Krusciovke” messe in opera dal governo di Mosca dagli anni ’60.
4) Risale al 2016 la proposta di nARCHITECTS per il complesso abitativo basato su questi principi per l’immobile noto come MY Micro NY di Carmel Place a New York.
5) Gianluca Didino, Essere senza casa, Minimumfax, 2020.
6) Nomadic Museum, in funzione dal 2005 e il 2008, composto di 148 container recuperati nelle città in cui di volta in volta si è trasferito.
7) Si tratta degli sperimenti effettuati per dare alloggio tempestivo ai senza tetto nel distretto londinese di Ealing, con gli insediamenti di Marston Court (2017), Meath Court e Hope Gardens (2018) a cura della società di sviluppo urbano QED.
8) I cosiddetti Juliet balcony sono delle porte finestre il cui affaccio è garantito da una ringhiera alta fino al punto vita. Non si tratta quindi di balconi veri e propri ma di finestre aperte fino a pavimento.
9) L’immobile si trova nella Carrer Nou de Sant Francesc.
10) Marc Andreu, “Así son los primeros pisos contenedor de Barcelona”, Time out, 16 dicembre 2019; “Sardine tins for the poors?: Barcelona’s shipping container homes”, The Guardian, 6 aprile 2019.
11) Straddle3 è un collettivo di architetti e designer creato a Barcellona nel 1998. Ne fanno parte: Roger Pujol, Pau Monasterio, Erkuden Fernández, David Juárez, Jordi Granada, Rafael Do Prado, Oihana García, Paula Kobeaga. È noto in Italia per aver partecipato al padiglione italiano Taking Care, curato da TAMassociati, nell’ambito di Reporting from the Front, 15. Mostra Internazionale di Architettura, Biennale di Venezia, 2016.