17.Mostra Internazionale di Architettura di Venezia
Il titolo – How We Will Live Together? Come vivremo insieme? – era stato reso noto dal curatore Hashim Sarkis (1) tre anni fa ma nel corso del tempo è diventato più denso e ricco di sfumature a tutta prima insospettate. I modelli abitativi, la distribuzione degli insediamenti, gli stili di vita, i riti sociali che caratterizzano tutte le comunità umane sono infatti al centro di una partecipata revisione globale per l’emergenza sanitaria che ha impegnato ed impegna tutti i Paesi da due anni a questa parte. Ma se tutto ciò ha conferito alla Biennale di Venezia 2021 una maggiore responsabilità per le indicazioni che da un confronto tra architetti a così alto livello potrebbero scaturire, dall’altro sembra quasi che a Venezia della contingenza non ci sia traccia.
Il curatore ha declinato la Biennale in cinque tematiche: tre ospitate nella sede dell’Arsenale (Among Diverse Beings; As New Households; As Emerging Communities) e due nel Padiglione Centrale dei Giardini (Across Borders; As One Planet) in una sorta di climax che va dal corpo umano al pianeta nel suo complesso.
Guardando la mostra nel suo complesso tuttavia, sembrano emergere due fili rossi ricorrenti.
Il primo è costituito dall’interesse per la tradizione. I nuovi modelli abitativi e i nuovi stili di vita sembrano cercare ispirazione nel passato. Dopo decenni di assoluta fede nei valori della modernità e dell’innovazione sembra prendere corpo una sorta di revisionismo critico che spinge a guardare con occhi diversi ai modelli dismessi, sia a livello formale che tecnico e sociale. Come l’Angelo della Storia di Benjamin che procede in avanti con lo sguardo rivolto all’indietro e non si occupa di ciò che ha vicino, molte proposte in mostra sembrano trarre ispirazione e insegnamento da antiche soluzioni per tratteggiare scenari futuri (2).
Il secondo elemento è un’articolata analisi del presente condotta a livelli diversi in cui si cambia continuamente lente di approccio: dal microscopio al telescopio. La finalità è quella di innescare una consapevolezza critica che ci permetta di orientare con cognizione di causa le scelte degli stili di vita del futuro prossimo. Si tratta di ricerche complesse condotte in team pluridisciplinari costituiti da ingegneri, biologi, antropologi, geologi, etc.: l’architettura sembra aver perso i propri confini disciplinari e il numero degli architetti presenti in mostra è effettivamente esiguo.
Ed è proprio nella grande sala a cupola del padiglione centrale che ci accoglie la spettacolare installazione che per prima dialoga con la storia, anzi con la preistoria. Si tratta della rievocazione di una delle grotte di Mbai in Kenya qui riproposta con i frammenti di ossidiana sospesi al soffitto a creare una tenda. Dall’epoca primordiale questa grotta ha continuato ad essere utilizzata diventando, per esempio, base strategica per la resistenza anticolonialista. La circolarità della struttura, i tronchi d’albero intorno a mo’ di sedili, gli oggetti di terracotta… tutto ispira l’idea di una comunità basata sul confronto e il dialogo. Lo studio Cave bureau (3), che l’ha proposta, trae ispirazione per le proprie architetture da studi antropologici e geologici: i modelli delle comunità umane sembrano essere sostanzialmente immutati. Qualcosa di analogo lo si ritrova nel padiglione della Corea (4) che ripropone una tradizionale scuola del Paese, anche qui con sedili di legno disposti in circolo intorno ad un tappeto fatto di paglia; un collegamento in streaming, in funzione per tutta la durata della Biennale, trasforma però questo antico archetipo architettonico in un campus di confronto internazionale, un ambiente globalmente condiviso.
In realtà tutti i Paesi del Sud Est asiatico, che maggiormente hanno sofferto l’imporsi di una modernizzazione acritica che ha cancellato la tradizione locale, insistono sul recupero degli insediamenti tradizionali. La Thailandia (5) per esempio ricostruisce il prototipo abitativo del popolo Kuy nel quale ogni famiglia condivideva lo spazio con il proprio elefante, perno fondamentale dell’economia domestica quando anche l’architettura dava visibilità al rapporto armonico fra uomini e animali. Il Padiglione delle Filippine (6) ricostruisce il Bayanihan, l’edificio pubblico in legno accessibile a tutta la comunità, utilizzato nei diversi villaggi per attività di mutuo supporto.
Un’antica abitazione in legno, smontata e catalogata dettagliatamente in tutte le sue componenti come in un magazzino museale, costituisce la proposta del padiglione giapponese (7): conservare la memoria del passato è un modo per rendere le scelte presenti più consapevoli.
Ma anche gli Stati Uniti (8) e i Paesi Nordici ci propongono una riflessione sulla propria storia. I primi ricostruendo al vero una struttura di tre piani in balloon frame, la tecnica economica e veloce di costruzione, utilizzata nell’Ottocento dai pionieri nell’espansione verso Ovest. Edifici basati sulla risorsa capillare del legno tenero, lavorato industrialmente in assi modulari; le balloon frame costituivano le case più diffuse nel panorama statunitense prima dell’uso del cemento armato e dell’adesione al razionalismo europeo. I secondi, i Paesi Nordici (9), rilanciano invece il modello del co-housing che dalla fine degli anni Sessanta hanno contribuito a promuovere. Una tipologia abitativa condivisa – qui con il progetto dello studio norvegese Helen&Hard – che la pandemia aveva fatto considerare superata e impraticabile ma che viene ripensata proprio come micro comunità autonoma e protettiva in caso di future necessità di isolamento. Ancora su spazi flessibili e comuni punta la proposta della coreana Jinhee Park (10) con Micro-Urbanism che ipotizza un ampliamento delle unità abitative con gli “spazi-Tapioca”, interconnessioni condivise con i vicini (balcone, scale, ballatoio, terrazzi, passaggi aerei); qualcosa di simile a ciò che ipotizza la messicana Fernanda Canales con After the House attingendo però all’antica forma dei vecindades spagnoli, dismessi nel Paese negli anni Cinquanta.
Il dialogo con la storia passa anche attraverso il revisionismo critico. Ed è coraggioso il lavoro in mostra nel Padiglione israeliano (11) che con un’analisi lucida e spietata ci propone quanto accaduto alla propria terra, in origine ricca di acqua e di specie animali, definita dalla Bibbia “terra del latte e del miele”, ma irrimediabilmente desertificata per via delle coltivazioni e gli allevamenti intensivi nell’epoca del modernismo post bellico, scelta che ha implicato la scomparsa di un ricco e unico habitat naturale. Attraverso lo studio di cinque casi animali – mucche, capre, api da miele, bufali d’acqua e pipistrelli – il team pluridisciplinare dei curatori traccia l’inquietante storia di un Eden ormai scomparso, con il padiglione trasformato in una sorta di obitorio con gli animali estinti impagliati e conservati in celle di acciaio a futura memoria. La proposta super tecnologica di coltivazioni verticali avanzata da questo Paese all’Expo 2015 ha evidentemente un rovescio della medaglia che finora non era stato mostrato.
Ancora una critica al modello capitalista e al libero mercato viene dal Padiglione Albania (12) che vagheggia la solidarietà sociale presente negli stili di vita del periodo socialista in cui tutte le case avevano un ambiente per l’ospitalità, venuto meno con la riduzione degli spazi imposti dal libero mercato degli immobili.
Ma veniamo all’altro elemento che caratterizza questa mostra, ovvero l’analisi dettagliata del Pianeta a scale e livelli diversi. Molteplici le tematiche affrontate, in primis le realtà naturali in pericolo: gli oceani, i poli terrestri, le foreste, i cambiamenti climatici; e poi le migrazioni umane, quelle in corso e quelle previste che hanno reso il concetto di confine un termine privo di senso. Secondo la ricerca interdisciplinare condotta dal Mit LCAU, nei prossimi trenta anni 150 milioni di persone si sposteranno a causa dei disastri naturali.
La terra viene analizzata come un’architettura, un immenso territorio urbanizzato e le ricerche vengono condotte con scale diverse. ecoLogicStudio (13) con Bit.Bio.Bot. A Collective Experiment in Biotechnological Architecture, conduce un’indagine sulla coltivazione del microbioma urbano per un test sulla convivenza tra organismi viventi, in particolare sul cianobatterio della spirulina platensis che metabolizza alcuni elementi inquinanti ed è al contempo un potente integratore alimentare. Sorprendente lo studio di Architecture Uncertainty Lab (14) con il Global Architectural Teaching Collaborative del MIT che analizza al microscopio una casa costruita a Seattle evidenziando la provenienza di ogni singola componente chimica: ne emerge una rete di insospettate connessioni mondiali, ne deriva che ogni casa è un cosmo in miniatura.
Ma l’architettura-terra è anche esaminata con uno sguardo satellitare. Ecco allora cosa vedrebbero oggi gli astronauti dell’Apollo 11 dal loro portellone, qualcosa di molto diverso dall’immagine del 1969: Richard Weller dell’Università della Pennsylvania lavora per il recupero di tre macro aree per il ripristino delle biodiversità (Namibia-Turchia, Australia-Marocco, Alaska-Patagonia), unico indice per misurare la salute degli ecosistemi (15).
Plan B Architecture & Urbanism (16) immaginano un mondo rovesciato, quasi la rivendicazione al diritto ad un pianeta vergine ancora tutto da esplorare.
Ancora un mondo offerto nella sua globalità quello del team di Jesse Reiser e Nanako Umemoto (RUR Architecture) che dà vita alle visioni fantascientifiche di un pioniere della tecnologia: Richard Buckminster Fuller (1895-1983). Il loro intervento, Geoscope II: Worlds, è una sfera gonfiabile, divisa in due parti e quindi accessibile internamente. La superficie è costituita di schermi morbidi che offrono una visione simultanea e multimediale del mondo, un viaggio nel tempo e nello spazio, come quella pensata dall’architetto statunitense sessanta anni fa, ma all’epoca arenatasi sugli evidenti limiti tecnologici. Le immagini e suoni interferiscono tra loro senza sosta e finiscono per dar vita ad un caos visivo ed acustico: tanti mondi in contemporanea dai quali si esce con una certa vertigine.
Due parole sul Padiglione Italia (17) che indaga 14 casi di resilienza in Italia e nel mondo a fronte dei drammatici cambiamenti climatici in atto. Casi studio indubbiamente interessanti purtroppo inciampati in un allestimento confuso e disorientante che intende riproporre il caos urbano con le scritte sui muri, le sculture di piazza, etc. ma rende la fruizione estremamente disagevole.
Il tema della Biennale, posto sotto forma interrogativa, ha dato dunque luogo ad una molteplicità di curvature tematiche, si ha quasi l’impressione di visitare più mostre contemporaneamente, una Biennale plurale si potrebbe dire. Non è certamente un’edizione che si ricorderà per il forte pensiero guida del curatore con il quale misurarsi, come quella di Rem Koolhaas o Alejandro Aravena. È tuttavia una Biennale ricca di spunti, difficile non trovarvi una riflessione tra quelle presenti che non ci attragga e non ci coinvolga.
20 luglio 2021
1) Hashim Sarkis (Beirut 1964), fondatore dal 1998 dell’Hashim Sarkis Studio con sede a Boston e a Beirut, dirige dal 2015 la School of Architecture and Planning del MIT.
2) Anche i Leoni d’oro con cui il curatore rende omaggio ai propri punti di riferimento professionali si muovono tra tradizione e innovazione: quello speciale alla memoria è andato alla visionaria Lina Bo Bardi (1914-1992), troppo a lungo dimenticata ma attualmente in corso di globale rivalutazione soprattutto per le sue produzioni brasiliane, in particolare per museo di San Paolo; quello alla carriera è stato attribuito a Rafael Moneo (1937) che, con le sue metafisiche ed essenziali costruzioni, è stato punto di riferimento per di più d’una generazione di architetti; infine il Leone speciale pone all’attenzione la figura di Vittorio Gregotti (1927-2020) cui si deve l’esistenza di una sezione della Biennale dedicata all’Architettura e l’idea di una disciplina con valenze storico-geografiche.
3) Cave_bureau, lo studio di architettura fondato da Kabage Karanja e Stella Mutegi nel 2014 con sede a Nairobi e a Londra. Il gruppo coniuga ricerche antropologiche, geologiche e produzione architettonica.
4) Padiglione della Repubblica di Corea, Future School, a cura di Hae-Won Shin.
5) Padiglione Thailandia, elephant, a cura di Apiradee Kasemsook.
6) Padiglione Filippine, Structures of Mutual Support, a cura di Sudarshan V. Khadka e Alexander Eriksson.
7) Padiglione Giappone, Co-ownership of Action: Trajectories of Elements, a cura di Kozo Kadowaki.
8) Padiglione Stati Uniti d’America, American Framing, a cura di Paul Preissner e Paul Andersen. La tecnica del Balloon Frame si ispira in realtà a modelli costruttivi britannici ma semplificata e standardizzata tanto da renderla adatta anche a mano d’opera non specializzata.
9) Padiglione Paesi Nordici, What We Share. A model for cohousing, a cura di Martin Braathen.
10) Jinhee Park di SsD Architecture and Urbanism, Corea del Sud/USA, Arsenale.
11) Padiglione Israele, LAND. MILK. HONEY. Animal Stories in Imagined Landscapes, a cura di Dan Hasson, Iddo Ginat, Rachel Gottesman, Yonatan Cohen, Tamar Novick.
12) Padiglione Albania, In Our Home, a cura di Fiona Mali, Irola Andoni, Malvina Ferra, Rudina Breçani.
13) ecoLogicStudio di Claudia Pasquero e Marco Poletto in collaborazione con Synthetic Landscape Lab di Innsbruck University e Urban Morphogenesis Lab, Bartlett UCL, Arsenale.
14) Mark Janzombek e Vikramadtya Prakash, Many Houses/Many Worlds, Arsenale.
15) Richard Weller, Università della Pennsylvania Stuart Weitzmann School of Design, What We Can’t Live Without (at 3 scales), Padiglione Centrale.
16) Joyce Hsiang e Bimal Mendis, di Plan B Architecture & Urbanism, The World Turned Inside Out, Padiglione Centrale.
17) Padiglione Italia, Comunità Resilienti, a cura di Alessandro Melis.
17) Padiglione Italia, Comunità Resilienti, a cura di Alessandro Melis.