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arte e oltre / art and beyond
rivista trimestrale di arte contemporanea
ISSN 2284-0435

17.Mostra Internazionale di Architettura di Venezia
Dalla geografia il futuro nei padiglioni di Emirati Arabi Uniti, Danimarca e Serbia 

Brunella VelardiIcoPDFdownload

L’amo lanciato dal curatore della 17° edizione della Biennale Architettura di Venezia Hashim Sarkis, nella sua doppia forma di spunto tematico e di domanda aperta ad accogliere proposte per nuove possibili forme di socialità, ha di fatto visto convergere nei tanti padiglioni una risposta che, pur differenziata a seconda delle emergenze che ogni paese partecipante si trova ad affrontare, appare comunque abbastanza unanimemente tesa a rilanciare l’urgenza di un progressismo al quale improntare le molteplici opportunità del vivere insieme. How will we live together? pone infatti al centro il come, posto che le prospettive di vita future non possono che immaginarsi in una dimensione corale. Ma se lo stare insieme ha da sempre connotato una socialità tutta umana e interpersonale, gli scenari attuali richiedono ben altra visione, un mutamento radicale del punto di vista con cui dobbiamo porci rispetto ai problemi della contemporaneità, fatalmente riconducibili in massima parte ad un'unica venefica radice, e cioè il posizionarsi dell’uomo al di qua della sua realtà, relegando illusoriamente il mondo della natura al di là, con la conseguente pretesa legittimazione di uno sfruttamento indiscriminato e devastante del territorio e delle materie prime a proprio beneficio.
Se il tema della sostenibilità ambientale emerge in più occasioni all’interno di questa edizione della Biennale – che, seppure a ridosso dell’“era Covid”, aveva visto avviare i suoi lavori già nel periodo precedente le prime avvisaglie dell’epidemia – una riflessione che prende corpo in maniera particolarmente significativa in alcuni padiglioni riguarda proprio il ricorso alle materie prime, attraverso cui rileggere o instaurare tradizioni costruttive, sociali e urbane. Questo percorso, che possiamo immaginare vada scalando dal particolare al macroscopico, appare evidente, rispettivamente, nelle tappe segnate dai padiglioni degli Emirati Arabi, della Danimarca e della Serbia. Come nuovo ritrovato della ricerca o come elemento che ha plasmato il territorio o accompagnato lo sviluppo di una comunità, la materia trova qui una nuova centralità e il suo ruolo originativo di ogni riflessione architettonica in senso lato.
Su un piano spiccatamente sperimentale si è mosso lo studio degli architetti Wael Al Awar e Kenichi Teramoto, cui è stata affidata la curatela del padiglione degli Emirati Arabi Uniti. Punto di partenza per l’esposizione, intitolata Wetland, è stato, come dichiarato dai curatori, la consapevolezza che il paese è tra i primi cinque maggiori responsabili di emissioni di CO2 pro capite e che, al contempo, alla produzione del più diffuso materiale edilizio al mondo, il cemento, si deve l’8% delle emissioni globali di anidride carbonica; di qui, la necessità di individuare nuovi sistemi costruttivi in grado di impattare in minor misura sull’ambiente sia nel processo produttivo sia nelle fasi di smaltimento. In uno Stato economicamente incentrato sull’estrazione petrolifera e in cui la crescente espansione edilizia è segnata dalla corsa alla celebrazione del potere politico ed economico proprio attraverso edifici e interventi urbanistici e ingegneristici spettacolari e altamente invasivi nei confronti dell’ambiente (1), la riflessione su nuove possibilità offerte da uno sviluppo tecnologico votato al rispetto degli ecosistemi assume un carattere di forte controtendenza rispetto allo status quo.
Nel paesaggio quasi completamente desertico del territorio emiratino, le sabkha, zone paludose caratterizzate da estese incrostazioni di sale, hanno costituito un fertile laboratorio per il lavoro di Al Awar e Teramoto, imperniato sulla ricerca di soluzioni locali a partire da elementi facilmente reperibili a breve distanza. Memori di esperienze costruttive condotte con mescole a base di sale, i due architetti hanno avviato la sperimentazione sul processo di cristallizzazione per la realizzazione di forme complesse. Ad una seconda fase della ricerca, incentrata sulla durata a lungo termine delle strutture e sugli aspetti estetici conferiti dalle diverse possibilità di finitura, è seguita la realizzazione di un prototipo in grado di sostituire il cemento Portland grazie alla formazione di geometrie che, intersecate tra loro, sono in grado di creare setti con funzione autoportante.
Ne risulta la struttura in mostra, che si eleva al centro del padiglione costituendo uno spazio ovoidale, le cui pareti sono composte dall’incastro di forme dentate curvilinee a due e a tre bracci che sembrano rimandare al pattern delle incrostazioni saline. Una geometria elementare e ancestrale quanto la finitura grezza del materiale, mostrato a nudo come a riproporre un’estetica brutalista determinata, questa volta, dalla connessione diretta con gli elementi della natura, delineando così un ritorno – grazie alla ricerca scientifica e agli avanzamenti della tecnologia – a una nuova architettura vernacolare improntata alla sostenibilità.
Se negli Emirati l’aridità del terreno è uno dei fattori principali che ha sospinto l’esplorazione verso le incrostazioni saline delle sabkha alla ricerca di nuove possibilità per l’edilizia locale, al contrario l’acqua è il fulcro sul quale si impernia la visita al padiglione danese. Un flusso continuo di acqua piovana, stillando goccia dopo goccia da soffitti di stoffa, si accumula e scorre sotto la passerella di legno che consente ai visitatori di accedere agli ambienti senza bagnarsi; dopo aver irrorato le piante aromatiche poste lungo le pareti, viene filtrata in serbatoi e passando attraverso tubature che escono dall’architettura per poi rientrarvi, si raccoglie negli infusi che vengono serviti al pubblico del padiglione. O per meglio dire, ai suoi ospiti. È questo il ciclo vitale messo in scena dalla Danimarca, che ha affidato a Marianne Krogh la cura del progetto, realizzato da Lundgaard & Tranberg Arkitekter. Con i suoi spazi dall’aspetto domestico, che si snodano tra la cucina/officina e una sorta di ampio soggiorno con divani su cui sostare insieme sorseggiando le bevande, Con-nect-ed-ness è una dimostrazione semplice quanto efficace dell’intimo legame tra l’uomo e la natura, tra il nostro essere animali sociali e la qualità dell’ambiente che ci circonda.
Come Al Awar e Teramoto, Lundgaard & Tranberg portano a Venezia elementi e forme di un luogo questa volta non riarso dal sole, ma plasmato nei millenni dall’acqua sulla quale si estende gran parte del suo territorio, tra la penisola dello Jutland e le centinaia di isole che ne compongono la superficie. Il movimento morbido e perpetuo che connette gli ambienti del padiglione, i suoi interni con l’esterno, l’architettura con la vegetazione e, ancora, la morfologia della Danimarca con il clima veneziano, sembra allora ripercorrere quel continuo lavorio di erosione e accumulo da sempre in atto sulle coste danesi, traducendosi infine in un’occasione di convivialità. In questo senso, lo scambio osmotico tra ambiente antropico e ambiente naturale si riflette nella dinamica sociale della condivisione di spazi e momenti di ristoro, annullando ogni cesura tra le dinamiche dell’uomo e quelle dell’ecosistema. Il rapporto diretto dei danesi con l’acqua, accentuato dalle ridotte distanze tra entroterra e mare (2), si declina insomma in un atteggiamento di accoglienza rispetto al quale l’architettura e, in generale, l’approccio progettuale giocano un ruolo fondamentale. Quel funzionalismo in chiave umanizzata cui proprio la tradizione architettonica organica di origine scandinava ha aperto le porte, imponendo con Aalto il fattore percettivo e psicosomatico come componente essenziale della costruzione degli spazi, anticipava d’altro canto un ampliamento dell’atto progettuale a una fisiologia che oggi non si limita più alla considerazione delle funzioni vitali dell’uomo, ma si riconosce condivisa con tutti i viventi e, in ultima istanza, con gli elementi della natura. Il padiglione Danimarca si incardina in questa traiettoria, lasciando al catalogo-enciclopedia (3) il compito di mettere a fuoco temi e parole-chiave del pensiero post antropocentrico.
Su questa scia si muove anche il gruppo di giovani architetti formatisi a Belgrado MuBGD (4), cui è stato affidato il progetto del padiglione serbo. Caso emblematico della cultura dello sfruttamento del suolo, la città di Bor costituisce il laboratorio portato a Venezia: dissezionandola dal punto di vista storico e morfologico, il gruppo di ricerca ha analizzato lo sviluppo urbanistico della cittadina, cresciuta su un tracciato longitudinale a partire da un nucleo originario coincidente con la cava di rame da cui ha preso avvio la sua crescita economica e sociale, e scandito in sette zone corrispondenti ai sette chilometri che le distanziano dalla miniera. Questa peculiare sovrapposizione tra toponimi – dunque il sistema di orientamento dei cittadini all’interno del loro spazio vitale – e numerazione progressiva rispetto a uno zero costituito dal centro estrattivo, dà la misura dell’inscindibile legame della città con l’attività che ne ha determinato la nascita agli inizi del ventesimo secolo. Allo stesso tempo, le dinamiche dell’espansione fisica di Bor manifestano una stretta relazione con le funzioni primarie della città imperniate sull’estrazione e lavorazione del rame. A un’attività oggi in mano a un’azienda straniera, la cinese Zijin Mining Group, e sulla quale si fonda l’intera economia del luogo, si unisce a doppio filo il problema dell’inquinamento dell’aria, provocato dalle emissioni provenienti dalla fonderia, e del suolo, dove vengono sversati i rifiuti industriali. Come viene messo in luce negli apparati in mostra, la presenza del rame determina la conformazione fisica del territorio e l’assetto della comunità che lo abita, e tuttavia ha rappresentato la fonte di un modello che si è dimostrato a lungo termine fallace nelle prospettive e nella qualità della vita che è in grado di offrire ai suoi abitanti.
A partire da queste consapevolezze da un lato, e dalle caratteristiche fisiche dell'ambiente circostante dall’altro, gli architetti hanno fatto leva sui vuoti della pianificazione urbana, che suggeriscono un’apertura di sguardo verso le vicine riserve boschive e lacustri. È in questo interstizio che si è incardinato 8th Kilometer, questo il titolo della mostra e del progetto di ripensamento della città di Bor, basato sui principi del rispetto dell’ambiente e di un mutamento di prospettiva sul futuro della città. Immaginando nuove attività in luogo della zona industriale, una diversa diffusione degli spazi dedicati alla cultura e allo svago, un ruolo centrale conferito agli spazi verdi e ai vuoti urbani anche in funzione del monitoraggio ambientale, nuove modalità di alimentazione energetica pubblica e di utilizzo dei terreni con l’incremento di aree destinate ad agricoltura e allevamento, la ricerca restituisce ancora una volta l’urgenza di un diverso approccio nel legame uomo-biosfera. Il racconto, dal Novecento al futuro e dal primo all’ottavo chilometro, si snoda in un percorso lineare e unidirezionale che ricalca efficacemente la traiettoria espansiva di Bor attraverso un modello in sezione della città, video e testi suggestivamente inseriti in una scocca di rame che funge da geometria allestitiva all’interno del padiglione e da superficie su cui si estende la visione degli architetti.
È chiaro, lo si accennava in apertura, che il come si costruisce il rapporto tra l’uomo e il territorio assume una valenza cruciale. Nei tre padiglioni di cui si è parlato, il sale, l’acqua e il rame costituiscono uno “spunto materico” per lo sviluppo o l’esemplificazione di processi che, nel lungo periodo, possono dimostrarsi virtuosi o deleteri a seconda dei casi. Tuttavia, mentre nel padiglione degli Emirati il fulcro è tutto sperimentale e proiettato dal presente al futuro e in quello danese si racconta piuttosto un processo già in atto ma che siamo soliti dare per scontato – con il risultato di renderlo poeticamente lapalissiano –, lo sforzo che si avverte nel padiglione serbo appare per certi versi anche più gravoso, poiché carico di un’eredità assai critica sulla quale impostare ogni discorso costruttivo. Quel che invece accomuna fortemente le tre scelte espositive, il sostrato su cui tutte si innestano come fattore imprescindibile per i rispettivi slanci immaginativi, è il radicamento ai luoghi che raccontano, la conoscenza profonda delle geografie dei territori, delle loro caratteristiche fisiche, climatiche, orografiche, dei patrimoni minerali e vegetali. Il deserto che sconfina nelle sabkha di Abu Dhabi, il Mar del Nord che si insinua tra gli anfratti delle terre emerse ricongiungendosi col Mar Baltico, le cime dei monti Kučaj che si scorgono all’orizzonte oltre il Lago di Bor tra le cesure dell’urbanizzazione, costituiscono l’unica possibile materia vitale per il futuro delle comunità.
20 luglio 2021
1) Basti pensare alla realizzazione di interi arcipelaghi artificiali come The World, le due Palm Islands e le Deira Islands, alla presenza del più alto grattacielo al mondo, il Burji Khalifa e dello Ski Dubai, centro dedicato agli sport invernali, oltre a colossali centri commerciali, distretti alberghieri e parchi divertimenti concentrati nel solo distretto di Dubai.
2) La distanza massima dai territori interni alla costa più vicina è stata misurata in 52 km. Cfr. voce Danimarca in «Wikipedia»: https://it.wikipedia.org/wiki/Danimarca#Morfologia
3) Marianne Krogh (a cura di), Connectedness. An Incomplete Encyclopedia of the Anthropocene, Strandberg Publishing, 2020. Il volume raccoglie, tra gli altri, i contributi di Rosi Braidotti, Donna Haraway, Greta Thundberg, Tomás Saraceno, Björk, Bruno Latour.
4) Il team è composto da Iva Bekić, Petar Cigić, Dalia Dukanac, Stefan Đorđević, Irena Gajić, Mirjana Ješić, Hristina Stojanović, Snežana Zlatković.