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arte e oltre / art and beyond
rivista trimestrale di arte contemporanea
ISSN 2284-0435

Daniela De Dominicis
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I premi della Biennale di Venezia 2021 appena attribuiti per l’architettura, ribadiscono alcune idee fondanti emerse dalla rassegna e dai dibattiti che le hanno fatto da corollario: in primo luogo l’idea che la professione dell’architetto non sia più in funzione della creatività individuale ma necessiti di un lavoro a più voci articolato su formazioni diverse (non a caso ad essere stati  premiati sono stati tutti collettivi); in secondo, l’importanza che gioca nei progetti la comunità cui gli interventi sono destinati, grazie a modalità di consultazione preventiva o ad opere aperte, con margini successivi di trasformazione. 
Il Leone d’oro va al gruppo di raumlaborberlin (1) con la motivazione, tra le altre, di un “approccio progettuale collaborativo di grande ispirazione, che chiama alla partecipazione e alla responsabilità collettiva” (2). Il lavoro presentato, Istances of Urban Practices, offre uno spaccato delle proprie modalità operative. Si tratta di due progetti di riqualificazione urbana di aree e edifici dismessi nelle quali raumlaborberlin, più che intervenire con proposte architettoniche, si adopera per mettere gli abitanti in relazione tra loro: dal confronto e dalle idee che vengono nel tempo messe in campo scaturiscono poi realtà di “urbanizzazione” di diversa e imprevedibile natura. Le due esperienze presentate a Venezia, Floating University Berlin e Haus der Statistik, sono tuttora in corso. La prima pensata nel 2018 per uno dei campi d’aviazione a Nord dell’aeroporto di Tempelhof caratterizzato da un bacino d’acqua piovana – 300 ettari inaccessibili da circa sessanta anni – che un referendum popolare aveva già preservato dalle costruzioni; la seconda ospitata nel grande palazzo della Stasi nei pressi di Alexanderplatz, l’Haus der Statistik. In entrambi i casi l’intervento del Collettivo ha reso gli abitanti protagonisti offrendo loro la possibilità di condurre ed orientare le scelte che stanno trasformando le parti di città prese in considerazione. Le strutture nelle quali gli incontri avvengono sono agili, aperte, anche un po’ confuse, come ben esemplificate dalle leggere impalcature presenti in Biennale. Formalmente e concettualmente non possono non ricordare le ardite sperimentazioni sulle città effimere degli Archigram e di Babilon e forse non a caso il concetto di Instant urbanism sostenuto da raumlabor, ricalca l’Instant City di Peter Cook.
Anche il vincitore del Leone d’argento è un gruppo, FAST, acronimo di Foundation for Achieving Seamless Territory (Fondazione per ottenere territori senza confini) con la motivazione di una “proposta coraggiosa che ci invita a prendere consapevolezza delle storie divisive” (3). La personalità fondante di questo collettivo di ricerca è Malkit Shoshan (4) già nota al pubblico italiano per aver curato il padiglione olandese alla 15a Biennale di Venezia (2016) (5). Il gruppo, creato (6) nel 2005 per rispondere alla richiesta del masterplan per un insediamento palestinese (quello di Ein Hawd) (7) in alternativa all’ipotesi del governo israeliano, ha successivamente promosso vari progetti misurandosi soprattutto con il ruolo dell’architettura in zone di conflitto militare. Il focus che ci propone a Venezia è la storia di una piccola azienda agricola a Khuza’a in Palestina e della famiglia che ne è proprietaria. L’indagine, pur partendo dai primi del ‘900 quando la zona faceva parte dell’impero ottomano, si concentra in dettaglio sulla contemporaneità e sulle conseguenze del conflitto israelo-palestinese nella vita degli individui e nel contesto ambientale. L’azienda, distrutta più volte, è sempre risorta dalle proprie ceneri come una Fenice. In mostra vi è il lungo tavolo per matrimoni progettato da FAST, velocemente smontabile, da installare nell’appezzamento agricolo dopo il periodo del raccolto. La lunga tovaglia e il vasellame sono decorati con la mappa della zona: fortificazioni, filo spinato, varchi, navi da guerra, quasi a volerne esorcizzare la presenza. Brevi video ci permettono di avvicinarci alla quotidianità e alle sue condizioni estreme, sostenibili solo grazie al mutuo soccorso e a strategie dettate dalla volontà di sopravvivere. Si arriva tuttavia a constatare come tutto ciò abbia finito paradossalmente per creare forme di resistenza insospettate sia negli uomini che nella natura. FAST promuove azioni collaborative, interventi di design per rivendicare spazi e giustizia sociale.
Sempre al ruolo da protagonista svolto dalla comunità nel progetto delle proprie abitazioni, è dedicato l’intero padiglione francese 2021 curato da Christophe Hutin, Comunità in azione.
Si tratta di cinque casi studio individuati a diverse latitudini: a Johannesburg, Bordeaux, Detroit, Mérignac, Hanoi (8). Casi-paradigma che indagano il benessere derivante dall’incontro tra i professionisti del costruire e l’esperienza e le esigenze di chi i luoghi li vive e li conosce. “Un’architettura al contempo precisa e indeterminata” (9) , un work in progress continuo, da cui deriva la sorpresa di scoprire come possano essere diverse le modalità del vivere insieme.
Sembrano lontani anni luce i progetti frutto esclusivo delle speculazioni teoriche degli architetti. Come non ricordare la satira di Jacques Tati nel film Mon Oncle (1958) ambientato in una casa super moderna in cui si nascondono ovunque meccanismi-trappola che mettono in difficoltà gli abitanti: una presa in giro della modernità spietata e senza appello. Il mondo nuovo pensato dai razionalisti tra le due guerre, a lungo orientamento dominante nelle costruzioni di tutto l’occidente e non solo, ha mostrato da tempo i suoi limiti. Architetture standardizzate, concepite per un’idea di uomo universale, senza spazio né tempo, che hanno risolto i drammatici problemi abitativi post bellici ma che hanno finito per dar vita, soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta, a quartieri con costruzioni gigantesche ed alienanti.
Le città di Chandigarh e di Brasilia – basate sulla teoria della zoonizzazione (10), la divisione in classi sociali dei settori abitativi, assi viari enormi che dividono più che collegare – frutto delle idee visionarie di Le Corbusier e dei suoi allievi, erano qualcosa di completamente estraneo al contesto e alla sua storia. Ma nel corso del tempo la vitalità umana ha finito per prevalere a Chandigarh e, pur mantenendo tutt’oggi l’impianto ortogonale originario, la capitale del Punjab si è trasformata in una città indiana a tutti gli effetti: concepita per 500mila persone ne ospita ora tre volte tanto, gli alloggi aggiuntivi hanno saturato tutte le aree (11), le attività commerciali, superando il limite originariamente loro assegnato, si sono insinuate ovunque, anche nel palazzo del Segretariato nella zona del Campidoglio, progettato personalmente da Le Corbusier.
Probabilmente l’architetto svizzero non avrebbe gradito questo totale stravolgimento dei suoi assunti teorici ma in realtà sono proprio gli insediamenti in grado di assorbire e resistere alle trasformazioni della comunità a dimostrare la qualità del progetto, sostenuto proprio dalla sua potenziale versatilità. Se questo non accade, se la rigidità è tale da non consentire alcuna rimodulazione, la possibilità di rinnovamento non è data e si assiste a costruzioni che vengono abbandonate gradualmente o, addirittura, restano deserte fin dall’inizio (città fantasma sono per esempio Nur-Sultan, capitale del Kazakistan, Naypyidaw, capitale della Birmania, i centri cinesi di Ordos e Kangbashi) fino ad arrivare, in casi estremi, alla loro demolizione (il complesso di Pruitt-Igoe nel Missouri con i suoi 33 immobili popolari è stato demolito negli anni Settanta; dal 2004 è iniziato lo smantellamento della Cité de 4000 alla Courneuve vicino Parigi; nel 2017 il parlamento russo ha approvato la demolizione di 4500 Krusciovke, i prefabbricati popolari degli anni Sessanta a Mosca).
Alcuni progetti dell’architetto spagnolo Ricardo Bofill (12) presentano invece un’ulteriore inquietante realtà: la città come pura scenografia, la rincorsa dell’effetto visivo, la monumentalità, in cui la vita sembra essere però come sospesa. È questo il caso de Les Arcades du Lac a Montigny-le-Bretonneux, il complesso per 676 alloggi costruito nella Ville Nouvelle (13) di Saint-Quentin en Yvelines ad Ovest di Parigi. Inaugurato più di quaranta anni fa (14) con lo scopo di conferire monumentalità anche agli alloggi popolari, trae spunto dalla vicina Versailles ripetendone la lunga simmetria assiale e il ruolo determinante dei giardini con al centro il grande bacino artificiale della Sourderie. Tutto il complesso, pur costruito con economici pannelli prefabbricati, si presenta con una notevole ricercatezza formale. I quattro blocchi a corte delle abitazioni hanno gli angoli aperti con accessi in diagonale; i blocchi ad U affacciano sul bacino e con i lati curvi delimitano una piazza circolare ispirata alla parigina Place des Victoires (15). Al centro dello specchio d’acqua un ulteriore blocco abitativo è organizzato in suggestive arcate ad imitazione degli antichi acquedotti romani mentre a chiudere sul fondo l’infilata prospettica vi è il grande emiciclo de Les Temples du Lac, terminato nel 1986. Questo si presenta con il corpo centrale timpanato e due ali basse curvilinee che si concludono con costruzioni a due piani. La monumentalità e la peculiarità delle forme non deve ingannare, si tratta anche in questo caso di alloggi a canone concordato. 
Tutto è così altamente formalizzato che qualsiasi elemento aggiuntivo diventerebbe un’alterazione e un disturbo. E in effetti le regole per abitarvi sono molto precise, in sostanza non si è autorizzati a fare pressoché nulla: vietato qualsiasi rumore, ascoltare musica in modalità diffusa, tenere animali, sostare in gruppi nelle aree esterne, far giocare i bambini fuori casa, aprire attività commerciali (in questa zona ovviamente non ci sono negozi), circolare in macchina, mettere fiori alle finestre, proteggere gli interni con tende colorate…. Le uniche attività individuali consentite all’esterno sono le passeggiate, la corsa e la pesca. Il rispetto del silenzio è talmente rigoroso che le autorità cittadine hanno dovuto silenziare la scultura di Marcel van Thienen (16), al centro del lago, originariamente pensata proprio per emettere suoni al passaggio del vento. Privata di tutte le attività umane socializzanti questa parte di città sembra disabitata, una scenografia vuota, un esercizio di stile. La stessa cosa accade per l’intervento che Bofill è stato chiamato a firmare in un’altra delle Villes Nouvelles, questa volta ad Est di Parigi, a Noisy-le-Grand, con il complesso abitativo di 600 alloggi denominato Espace d’Abraxas. Terminato nei primi anni Ottanta, con l’idea di farvi convergere sia classi sociali meno abbienti che la media borghesia, si presenta come una struttura arroccata simile ad un castello medioevale. I tre corpi di fabbrica che lo costituiscono (Teatro, Arco, Palazzo) ricalcano l’impianto del teatro greco, quindi sono disposti a semicerchio intorno ad un centro ideale; la loro altezza è però di 18 piani facendo scattare subito l’idea di un falansterio-fortezza (il suo appellativo è stato infatti storpiato in Alcatraz) chiuso in sé stesso senza connessione alcuna con il resto della città. Il lessico utilizzato è quello dell’architettura postmoderna con ampi riferimenti formali alla tradizione architettonica ma l’uso del vetro specchiante, per esempio nelle colonne a tutta altezza del teatro (in realtà finestre bow window dei vari appartamenti), lo rendono più che un rassicurante insediamento fatto di elementi linguistici noti, un’apparizione straniante e vagamente minacciosa. Fin dall’inizio la difficoltà di gestire le parti comuni dei passaggi, dei ponti, dei lunghi corridoi ne ha determinato un veloce degrado dando il via ad un progressivo abbandono degli immobili tanto da lasciarne ipotizzare la demolizione. Lo stesso Bofill ha dichiarato l’evidente fallimento di questo progetto. A riscattarne l’immagine e promuoverne il recupero è stato il cinema. È qui che alcuni registi hanno infatti individuato la scenografia ideale di alcune sequenze, come per esempio quelle di Hunger Games (seconda parte) di Francis Lawrence del 2015 non a caso ambientato in un futuro fantascientifico. La sua riabilitazione cinematografica non avrà inciso sullo stile di vita degli abitanti ma ha contribuito ad innescare un senso di orgoglio e di appartenenza che ne ha interrotto l’abbandono e il degrado.
Visioni architettoniche contrapposte dunque: quella di chi pensa il proprio lavoro in chiave maieutica finalizzato a creare un senso di cittadinanza attiva e quella di chi segue la propria creatività rincorrendo un ideale di bellezza assoluto, prendendo il rischio di non trovare corrispondenza nelle aspettative della collettività. Il dibattito contemporaneo premia senza dubbio il primo orientamento ma si tratta di scelte in continua evoluzione, in architettura come in tutte le arti le soluzioni valgono soltanto qui ed ora. La prossima Biennale di architettura farà il punto delle scelte future. 
 
Ottobre 2021
1) raumlaborberlin è un collettivo fondato nel 1999 a Berlino.
2) Cfr sito labiennale.org>architettura>2021 alla voce premi.
3) Cfr sito labiennale.org>architettura>2021 alla voce premi. Il titolo del lavoro è: Watermelons, Sardines, Crabs, Sands, and Sediments: Border Ecologies and the Gaza Strip
4) Malkit Shoshan, nata in Israele nel 1976, ha fondato il suo studio d’architettura ad Amsterdam.
5) Alla 15.Mostra Internazionale di Architettura, Venezia 2016, Malkit Shoshan ha curato il padiglione olandese con la mostra Blue: Architecture of UN Peacekeeping Missions.
6) Ne fanno parte, oltre a Malkit Shoshan, Michiel Schwarz, Willem Velthoven, Alwine van Heemstra.
7) Il caso dell’insediamento palestinese di Ein Hawd in territorio israeliano ha dato vita alla rivista One Land Two Systems per confrontare posizioni diverse e super partes alla ricerca di soluzioni per la difficile convivenza tra i due popoli.
8) GHI del Grand Parc di Bordeaux, la Cité de Transit de Beutre di Mérignac, Kliptown di Soweto, edificio KTT di Hanoi e Southwest a Detroit. La modalità partecipata con cui i 530 alloggi del Grand Parc Bordeaux sono stati trasformati, è valsa agli architetti Lacaton&Vassal il prestigioso Pritzker Prize 2021.
9) Christophe Hutin, Comunità in azione, cat 17.Mostra Internazionale di Architettura, Venezia 2021.
10) Per zoonizzazione si intende la divisione della città in settori a destinazione unica: abitativa, commerciale, sportiva, sanitaria, ecc.
11) Questo inurbamento massiccio a Chandigarh ha scatenato anche forti interessi speculativi come il progetto di 27 torri (dai 13 ai 36 piani) proposte dalla società immobiliare Tata Camelot nel 2007 (approvato nel 2013) ma recentemente bloccato dalla Suprema Corte. Cfr. Chandigarh: 50 ans après Le Corbusier, Cité de l’Architecture et du Patrimoine, Parigi 2015; “Supreme Court pulls up Punjab govt, puts an end to its Tata Camelot dream”, The Indian Express, 6 novembre 2019; Saurabh Malik, “Tata Camelot Case”, www.Tribuneindia.com, 8 Marzo 2020.
12) Ricardo Bofill (Barcellona 1939), è direttore dello studio Ricardo Bofill Taller de Arquitectura fondato nel 1963.
13) Il piano delle Villes Nouvelles negli anni Sessanta è stato un programma su vasta scala per lo sviluppo urbanistico in Francia. Cinque gli insediamenti che hanno preso vita nell’Ile de France (Cergy-Pontoise, Évry, Marne-la-Vallée, Saint-Quentin en Yvelines, Sénart) e quattro nelle province di Rouen, Lione, Lille e Marsiglia (Étang de Berre, l’Isle d’Abeau, Villeneuve d’Ascq, Le Vaudreuil). Si è trattato di veri e propri laboratori progettuali che dopo un’iniziale difficoltà, hanno registrato un forte incremento demografico grazie alla creazione dei collegamenti ferroviari veloci delle RER ed hanno assorbito parte dei flussi migratori recenti.
14) Ricardo Bofill progetta Les Arcades du Lac a Montigny-le-Bretonneux su diretta committenza del responsabile della pianificazione urbana di Saint-Quentin en Yvelines, Serge Goldberg. In complesso è stato inaugurato nel 1981.
15) Place des Victoires, realizzata nel 1685 da Hardouin Mansart nel quartiere de Les Halles a Parigi per Luigi XIV.
16) Marcel van Thienen (1922-1998), musicista e scultore francese. La scultura del Bassin de la Sourderie è La Voilure, 1981.