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arte e oltre / art and beyond
rivista trimestrale di arte contemporanea
ISSN 2284-0435

Il Boijmans di Rotterdam inaugura il Depot

Daniela De Dominicis
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Secondo una ricerca condotta dalla rivista statunitense Quartz (1) presso i più importanti musei occidentali, solo il 5% delle rispettive collezioni è accessibile alla pubblica fruizione, il resto è conservato nei depositi da cui alcune opere non sono mai uscite se non per sopraggiunte necessità di restauro. Ogni museo non è dunque che la punta di un iceberg di beni inaccessibili se non per precise ragioni di studio e di conservazione. Il massimo della segretezza restano tuttavia i Free Port sparsi in diversi Paesi del mondo ma concentrati soprattutto in Svizzera: hub privati dell’arte e del lusso in genere, dove si conservano milioni di opere tax free. Pur con le nuove leggi doganali, che almeno in Svizzera hanno aumentato i controlli, i Free Port vengono considerati zone grigie, dove il lecito sconfina spesso nel versante opposto (2). Con una frase attribuita a Jean-Luc Martinez, già direttore del Louvre, il Free Port di Ginevra sarebbe “il più grande museo del mondo che nessuno può vedere” (3). Se in questi casi la linea guida è esclusivamente quella economica, in realtà anche i musei pubblici – nati in epoca illuminista con alte finalità educative e di elevazione sociale – sembrano di fatto aver virato verso un’esplicita messa a profitto dei propri beni che può arrivare anche alla loro alienazione. Gli anni di emergenza pandemica hanno messo a dura prova la capacità di sopravvivenza di queste istituzioni soprattutto in quei Paesi dove non sono previsti contributi statali. Per far fronte ai costi di gestione anche l’Association of Art Museums Directors (AAMD) – costituita dai direttori dei musei del Nord America – che dieci anni fa si era severamente espressa contro la dismissione delle collezioni, ne avalla attualmente la vendita nel caso in cui ad essere in pericolo sia la loro stessa sopravvivenza (4). In Europa ha fatto scalpore, lo scorso anno, l’ipotesi di vendita all’incanto dal Tondo Taddei di Michelangelo e del Ritratto di Sir David Webster di David Hockney, rispettivamente della Royal Accademy e della Royal Opera House di Londra (5). Ma al di là di questi casi estremi, per i musei anche solo mantenere le opere in deposito può avere costi molto elevati. Di qui la scelta di servirsi del proprio patrimonio come un bene da cui anche ottenere cospicue rendite. Negli ultimi decenni si è assistito ad una spregiudicata politica di prestiti (6) non sempre giustificata dalla rilevanza scientifica delle esposizioni. Alcune opere sono perennemente in viaggio come per esempio Le Fifre di Manet prestato ben quindici volte poco prima di essere dislocato nella sua lunga trasferta negli Emirati (7). È qui che il Louvre ha aperto la sede di Abu Dhabi inaugurata nel novembre 2017 con una rilevanza planetaria. La storica istituzione parigina ha firmato un accordo trentennale con l’Emirato per il prestito di 300 opere d’arte, l’uso del proprio marchio e l’organizzazione di quattro mostre annuali di alto profilo scientifico. Il ritorno economico miliardario, mai reso pubblico con precisione, ha permesso e permetterà al museo di sostenere costose politiche culturali e di rinnovare ambienti, allestimenti e catalogazione senza gravare sulla pubblica finanza. Una sorta di franchising dunque, inaugurato negli anni Novanta dal Guggenheim ma ben presto seguito da altri musei. Si è assistito così ad un fenomeno di moltiplicazione di succursali nazionali e internazionali (il Guggenheim, il Victoria & Albert, il Louvre, il Pompidou (8)  hanno tutti triplicato le proprie sedi) che ha permesso alle singole istituzioni di monetizzare il prestigio del proprio brand (9) .
Ma se questa è stata la politica degli ultimi vent’anni, in tempi recentissimi sembra delinearsi un cambiamento di rotta. Complice forse la sopraggiunta difficoltà negli spostamenti, l’instabilità politica del Vicino Oriente e dei Paesi dell’Est che tende a scoraggiare la dislocazione delle succursali in queste zone, fatto sta che alcuni musei hanno pensato di rinnovarsi e rilanciare la propria offerta a chilometro zero, puntando cioè l’attenzione sui tesori nascosti nei propri depositi.   
E non poteva che essere concepita in un Paese a tradizione protestante l’idea di rendere a vista ciò che normalmente è nascosto. Nel centrale Museumpark di Rotterdam – 56 ettari di verde, già proprietà della storica famiglia di armatori Hoboken a metà Ottocento – dove si trovano ben cinque istituzioni museali (10), se ne è appena inaugurata una sesta, che rende fruibili tutti i depositi del Boijmans.
Il parco, progettato nel 1927 (11), è stato oggetto di un accurato restyling conclusosi nel 1994 ad opera dello studio OMA di Rem Koolhaas. Città con naturale vocazione marittima, dinamico centro commerciale fin dal medioevo, Rotterdam è stata duramente bombardata dall’aviazione tedesca nel 1940, ma dal secondo dopoguerra si è fortemente impegnata in una ricostruzione globale, accelerata negli anni Novanta con il progetto del nuovo centro direzionale lungo il corso del Maas, nella zona del porto dismesso di Wilhelminapier. Numerosi i progetti realizzati e gli architetti di fama coinvolti (12) come del resto nelle altre zone della città (13). Ma è proprio nel cuore del parco che ha preso vita l’ultima costruzione, inaugurata il 5 novembre 2021.
Si tratta del Depot Boijamns primo deposito museale accessibile alla visita. A promuoverlo è stata la direzione del Boijmans Van Beuningen, il museo più importante della città (14) – attualmente in restauro fino al 2028 – che espone 3mila opere d’arte occidentale dal medioevo al contemporaneo e ne ha in conservazione circa 150mila. Il motivo occasionale è stato il ricorrente allagamento dei seminterrati utilizzati come magazzini, l’ultimo dei quali del 2009, che ha costretto il museo a cercare nel tempo diverse soluzioni alternative, spesso costose e lontane dalla sede centrale. Dopo circa 15 anni di dibattito su se e dove costruire un deposito ex novo, il direttore Sjarel Ex ha insistito perché questo fosse in prossimità della sede storica, nel parco dunque, suscitando le proteste dei cittadini che vedevano in tal modo diminuito lo spazio verde a disposizione. La scelta del progetto, costato 95 milioni di euro, è caduta sulla proposta del gruppo olandese MVRDV, fondato da Winy Maas, Jacob Van Rijs e Nathalie de Vries nel 1993. Come spesso accade nei loro lavori, si tratta di un’architettura fortemente iconica (15) nel caso di specie una grande coppa (h: 39,5 m) con la superficie specchiante, una sorta di cupola rovesciata ad arco rialzato, che termina in cima con una terrazza piantumata a betulle (gli architetti sostengono che gli alberi siano nella stessa quantità di quelli eliminati dalla superficie del parco). Entrando, nella grande hall a tutta altezza (sei piani) dove le scale si incrociano scenograficamente a creare un labirinto, si trovano i servizi cui i musei ci hanno abituato – guardaroba, informazioni, bookshop, … – ma poi la visita permette un’esperienza del tutto inedita. Quello che viene mostrato al pubblico, dopo una preparazione che implica indossare un camice e sterilizzare le suole delle scarpe, è il meccanismo, affascinante ma sconosciuto ai più, con cui funziona un museo. Si passa attraverso gli attrezzatissimi laboratori di restauro con i tecnici al lavoro cui si possono rivolgere domande, si visitano ambienti con atmosfere di conservazione diverse (non più di 13 persone alla volta per non alterare i diversi microclimi), si prende atto delle modalità con cui il personale cura la collezione, imballa o disimballa le opere. Queste, ravvicinate per guadagnare spazio, sono disposte su rastrelliere estraibili oppure in grandi teche sospese; gli accostamenti con i quali si presentano non rispondono ovviamente a nessun criterio espositivo semplicemente perché non sono in mostra. È come sbirciare le prove di una rappresentazione teatrale e prendere consapevolezza dell’enorme lavoro che c’è dietro le quinte di qualsiasi palcoscenico e della molteplicità delle competenze professionali coinvolte. Ciò che conta non sono più gli autori, le scuole, l’epoca di produzione, ma gli oggetti in quanto tali e le rispettive necessità conservative. Le sezioni, cinque in totale, sono in pratica determinate dai materiali e dalle loro necessità ambientali: metallo, plastica, organico/inorganico, fotografia in bianco e nero e a colori (16). Una modalità di approccio ai musei inedita e questa proposta del Boijmans ci spinge a rivederne il concetto, il ruolo, i criteri espositivi, le modalità di fruizione e i loro corollari, a riflettere su quanto articolati possano essere i meccanismi di coinvolgimento del pubblico.
In Italia alcuni musei hanno recentemente reso accessibili i propri depositi, come per esempio la Galleria Borghese e La Galleria Nazionale di Roma, indicando precisi giorni di disponibilità. Ma in realtà hanno semplicemente ampliato il percorso di visita, alla Borghese questa sezione viene indicata come “una seconda pinacoteca (….) uno spazio (…) ordinato per scuole di pittura e per aree tematiche completo di tutti gli apparati espositivi” (17). La Pinacoteca di Brera a Milano ha inserito nel circuito visitabile alcune teche di deposito e un box per un laboratorio di restauro (18) ma si tratta di ambienti inaccessibili che si limitano a suggerire l’idea di un patrimonio presente ma inarrivabile.
Interessante invece è quanto sta sperimentando, sempre in Italia, il Ministero della Cultura con il progetto “100 opere tornano a casa” avviato nel dicembre 2021 che prevede il riposizionamento sul territorio di manufatti conservati presso 14 musei nazionali. Una prima tappa (sono coinvolti per ora 28 musei, 13 regioni e 21 comuni) di un complesso piano di lavoro intrapreso già nel 2015 che ha stilato un elenco di 3690 opere che potrebbero essere via via movimentate. L’operazione presenta diverse valenze positive: l’alleggerimento dei depositi, la valorizzazione di realtà territoriali periferiche, la possibilità di intercettare un pubblico diverso che potrebbe non avere accesso ai grandi musei, la restituzione delle opere al contesto che le ha prodotte ricostruendo le fila di un discorso che la concentrazione museale aveva interrotto. Un progetto per ora sperimentale ma che potrebbe crescere ed aprire a prospettive di sviluppo per il momento insospettabili.

Gennaio 2022
1) Christopher Groskopf, “Gran parte delle opere d’arte è nascosta nei depositi dei musei”, Quartz, Stati Uniti, 17 febbraio 2016. Quartz è una rivista on line fondata nel 2012 che indaga tematiche prevalentemente economiche.
2) Il Free Port di Ginevra ha custodito a lungo due sarcofagi etruschi provenienti da scavi clandestini alla fine degli anni Ottanta a Cerveteri e restituiti all’Italia dalla Procura ginevrina nel 2016. Roberto Galullo e Angelo Mincuzzi,  “Il Porto Franco di Ginevra, ultimo baluardo della segretezza in Svizzera”, Il Sole 24 Ore, 6 dicembre 2017.
3) La frase viene riportata da diverse riviste. Cfr. per esempio, “I Free Port e l’arte che non si può vedere”, About Art, 26 dicembre 2016.
4) Marilena Pirelli, “Il Met sottopone al consiglio la dismissione delle opere”, Il Sole 24 Ore, 8 febbraio 2021
5) Il Tondo Taddei, unica opera di Michelangelo presente nel Regno Unito, donato alla Royal Academy nel 1829 da Lady Margaret Beaumont, è stato ritirato dalla vendita; l’opera di David Hockney, in asta da Christie’s il 22 ottobre 2020, è stata acquistata per £ 12,865,000 da David Ross, presidente della Royal Opera House, per permettere all’opera di restare in realtà lì dov’era sempre stata. Simone Filippetti, “Crisi alla Royal Academy: vendesi Michelangelo per salvare gli stipendi”, Il Sole 24 Ore, 21 settembre 2020; Antonello Guerrera, “E per fare cassa la Royal Opera House vende un quadro di David Hockney”, La Repubblica, 4 ottobre 2020.
6) In Italia nel 2019 sono uscite dalle sedi museali per esposizioni temporanee 9.600 opere. “Ogni anno prestate migliaia di opere per mostre. Il MiBACT stabilisce le regole per i prestiti”, Finestre sull’Arte, 1 dicembre 2019.
7) Anna Ottani Cavina, “Una certa idea di Museo”, La Repubblica, 1 marzo 2015; Vincenzo Trione, “Musei? No, archi-sculture”, La Lettura, 13 gennaio 2019.
8) Il Centre Pompidou ha previsto di aprire nel 2024 la quarta sede a Bruxelles, Pompidou Canal.
9) Mario Perniola, “Quei contenitori di bellezza ridotti a marchi in vendita”, La Repubblica, 1 marzo 2015.
10) I musei che insistono sul parco sono: il Nai (Netherlands Architecture Institute), lo Chabot dedicato all’artista espressionista olandese Hendrik Chabot (1894-1949), il Natuurhistorisch Museum Rotterdam ospitato a villa Dijkzigt, progettata per la famiglia Hoboken a metà dell’Ottocento da Johan Frederik Metzelaar (1818-1897), il Wereld di etnologia, il Boijmans Van Beuningen e il Kunsthal, che non è propriamente un museo bensì un padiglione per le esposizioni temporanee.
11) L’architetto progettista del Museumpark è Gerrit Willem Witteveen (1891-1979) cui si deve la pianificazione urbana di Rotterdam pre e post bellica. 
12) Il Masterplan di Wilhelminapier è stato curato nel ’92 da Norman Foster; Renzo Piano vi ha progettato la torre delle comunicazioni per la società KPN; Foster&Partners gli uffici del World Port Center; lo studio Mecanoo i grattacieli residenziali Montevideo; Alvaro Siza la torre New Orleans; Rem Koolhaas il complesso di grattacieli ad uso misto De Rotterdam.
13) Nel centro storico è in corso di realizzazione il grande Forum pubblico ad opera dello studio OMA; nel 2014 si è inaugurata la nuova stazione centrale progettata dal gruppo Team CS (Benthem Crouwel Architects, Meyer en Van Schooten Architecten e West8).
14) Il Boijmans Van Beuningen è un museo fondato nel 1849 con la collezione di Frans Jacob Otto Boijmans donata alla città di Rotterdam nel 1841. Nel 1958 si aggiunge la collezione Daniël George van Beuningen da cui la doppia titolazione.
15) Le proposte del gruppo MVRDV sono caratterizzate da un grande impatto visivo come la galleria del Markthal, il mercato coperto nello storico quartiere di San Lorenzo a Rotterdam del 2014, a forma di cornucopia oppure la Tianjin Binhai Library in Cina del 2017 definita l’occhio e chiaramente ispirata alle architetture visionarie di Boullée e Ledoux.
16) Le stampe, i disegni e i filmati sono fuori il circuito della visita, è necessario farne espressa richiesta.
17) Dal sito del museo galleriaborghese.beniculturali.it/il-museo/i-depositi.
18) Il laboratorio di restauro a vista della Pinacoteca di Brera è stato progettato nel 2002 da Ettore Sottsass