Anna D'Andrea in dialogo con Serafino Amato

Ho visitato la tua mostra False Finzioni alla Galleria Interno 14 di Roma, nella quale presenti una serie di opere fotografiche realizzate tra il 2006 e il 2008.
Partiamo dal titolo: la logica delle due negazioni che affermano una qualche verità resta valida anche nelle ‘voragini di senso’ che si spalancano fuori dai tracciati euclidei, di cui parla Francesca Capriccioli nel testo in catalogo?
 
Ho sempre avuto all’inizio del mio lavoro la presunzione di cercare di cogliere l’aspetto visuale, nel senso del disegno, di materie “esatte”. In uno dei primi miei lavori avevo ritagliato formule e grafici da un libro di ingegneria civile e uno di semiotica, che mi sembrava l’approccio più scientifico al linguaggio. In un altro, poi, avevo realizzato un disegno utilizzando una frase, che all’epoca mi sembrava originale, ma che poi ho rivisto in altri autori, se non sbaglio addirittura Flaiano. Affermavo nella didascalia che la linea più breve fra due punti non è mai la linea retta. Assolutamente non euclideo, quindi. Certo, mi riferivo alle rette che attraversano le persone nelle loro relazioni, non certo alla geometria, qualcosa di totalmente instabile, per intenderci. Una certa arbitrarietà nelle valutazioni mi appartiene e come effetto tangibile mi trovo perennemente in disequilibrio e disallineato. E’ come prendere a schiaffi se stesso allo specchio, “False finzioni”, pensi di prendere a schiaffi un altro, ma sei tu che ti fai male. Quindi la falsità di ciò che si mostra, evidente nella fotografia che pratico, pur apparentemente oggettiva, precisa, semplice e rigorosa, per certi versi, naviga nella finzione subita come semplice incomprensione del dato reale. C’è o ci fa?
Correggimi se sbaglio, mi sembra di cogliere una qualche assonanza con Falso Movimento e non mi riferisco alla canzone di De Gregori, ma a quel gruppo di ricerca sperimentale tra teatro e cinema che prendeva il nome da un road movie di Wim Wenders
Si, sono “arrivato” alla fine degli anni settanta e nei primi anni ottanta non si sfuggiva a certi nomi o titoli. Wim Wenders me lo sorbivo al cineclub assieme a Fassbinder e Herzog e tutti gli altri tedeschi. Ho avuto sempre un debole per il tedesco e alcuni titoli dei miei lavori sono in tedesco, sebbene lo abbia studiato assai poco. Im Lauf der Zeit (Nel corso del tempo) di Wenders era per me all’epoca un film mito, dopo Apocalypse Now, però, devo ammettere. Un film dove l’indolenza dei protagonisti si fondeva con la lentezza del movimento degli alberi al vento o con la lunghezza dei rettilinei e lunghe curve morbide nella campagna tedesca. Grande delusione, però, solo dopo pochi anni. Dieci anni dopo nemmeno riuscii a finire di vederlo e quando incontrai Wenders per lavoro, dovevo fotografarlo, provai una delusione. Non che non avesse qualità il suo lavoro, ma era buono per essere mangiato al momento. Tutti i suoi film, tranne L’amico americano, non li posso rivedere, tanto mi annoiano. Questo per dire cosa... semplicemente che sì, sono figlio di quegli anni, del “falso movimento” e del corso del tempo, ma non delle canzoni di De Gregori, ma sento più affine, se vogliamo, il racconto esteso che attraversa le epoche. Ho amato molto, per questo, Heimat di E. Reitz. Tanto per rimanere in Germania.
Il controcampo su di te ci dice che non puoi essere tu a impugnare la macchina da presa, quale necessità interiore ti ha spinto a lasciare il tuo grande amore, infrangere la quarta parete e affidare l’onore delle armi a Andrea Ruggeri?
Mah, non era la prima volta in fondo. Se c’è una cosa che detesto è essere apologetici. Non credo che il fotografo abbia l’indispensabile necessità di schiacciare il grilletto. L’azione in sé è così banale... Nel cinema si delega anche di più, e molti registi non saprebbero girare una scena senza il direttore della fotografia. Mi piace molto però l’oggetto macchina fotografica e spesso mi domando quale delle mie macchine mi porterei nella tomba. Forse la Rolleiflex biottica del ‘64 comprata usata nel 1986, che sembra non essere mai invecchiata. Amo la macchina fotografica che è un oggetto talmente muto che rende impossibile la comprensione del mondo che dovrebbe aiutare a “spiegare”. Come ho detto tante volte, la fotografia è quasi sempre una truffa. Ho tantissime macchine, le guardo le maneggio, ma mi sembrano sempre più strumenti inadeguati, specie se digitali.
Quando citi Moravia "in ricordo di me stesso scomparso" ti riferisci a una sana riflessione sull’idea che panta rei oppure nel mettere in scena te stesso c’è una memoria della tua formazione nel teatro di ricerca sperimentale, considerando proprio questa inadeguatezza, questo senso di angustia del mezzo che negli anni Settanta aveva trovato nella performance la possibilità di letteralmente dare forma e non solo carne a ciò che la macchina non poteva fingere?
 
No, ho quasi dimenticato quel tempo. Un me stesso quasi scomparso si agita in me, e io lo lascio fare. Quella foto mi ricorda della quantità di vite che ci attraversano, delle innumerevoli linee che attraversano il nostro corpo in ogni momento. Siamo continuamente trafitti dagli sguardi e quasi sempre sopravviviamo, ma talvolta moriamo, ma ce ne accorgiamo dopo trent’anni. L’ho scritta, come didascalia, in una delle mie fotografie con testo dei Fogli dei giorni.
Del resto, a ben pensarci in altre occasioni ho posto qualcun altro al mio posto, una specie di alter ego che potesse raccontare un me stesso desiderato, qualcun altro si agita in me. Ho cercato spesso qualcuno che mi rappresentasse. Benedetto Simonelli, che è stata la persona che più mi ha formato, soprattutto nei primi anni, era quello che avrei voluto essere, come immagine di me stesso in un certo periodo, e da questo è nato un lavoro, Segnavia. Un processo non diverso da quello del cinema, nel quale si sceglie il protagonista che meglio rappresenta l’idea del personaggio. Mi sono sentito spesso inadeguato fisicamente a rappresentarmi e ho scelto il corpo di un altro ad accompagnarmi nella ricerca come attori di un mio “film” ideale o idealizzato
A proposito nella raccolta Fogli dei Giorni, trovo una certa affinità tra False finzioni e Danza delle congruità 2007, è solo una casualità visiva o c’è dell’altro?
Hai ragione, la danza sul lungomare di Ostia era pensata per False finzioni, ma funzionava anche per i Fogli dei giorni che sono una raccolta di frammenti di vita autentica, momenti di osservazione con annessa didascalia.
Ogni immagine porta in sé una didascalia, che sia evidente o no, e spesso le immagini e la didascalia appartengono a due tempi emozionali diversi. Notiamo qualcosa e magari ci ragioniamo sopra successivamente.
La danza della congruità e False finzioni, in questo senso sono la stessa cosa, cambia solo forma e formato.
Come ci si sente a camminare su un filo, in prima persona, inceppati nei panni di un altro?
 
Che bella domanda, potrebbe essere un testo per uno dei Fogli dei giorni.
La domanda è più importante di ogni risposta. Ho passato la vita a fare domande spesso senza aspettare la risposta, talvolta anche deludente. E continuerò così nell’irritazione dell’interrogato.
Il filo, sai, è sottile, e spesso si diventa più goffi e impacciati nel corso del tempo…
Sul filo cammini senza cadere solamente se resti innamorato. Se questo stato di grazia si interrompe, o cadi tu o si spezza il filo. Succede sempre! Camminare su un filo è una caduta in differita, saranno in pochi a godersela.
Vagamente vagando nei Girini della Storia tra reticenze e titubanze, mi sono imbattuta in un tuo testo intitolato: Il titano e i gladiatori. In memoria di Chris Burden, pubblicato nel 2015 su minima&moralia*, nel quale riferisci della tua partecipazione a una performance di Chris Burden a Roma, annientando sul nascere talune presunte velleità dell’arte cosiddetta partecipata, con l’acuta lucidità del disincanto, stile primo Moretti. Secondo te chi ha vinto la Guerra Fredda nell’Italia della seconda metà del Novecento: gli Stati Uniti, con il sostegno sia pubblico che privato all’arte contemporanea made in USA o l’Unione Sovietica con la scomunica lanciata da Togliatti sugli orrori dell’arte non figurativa?
Credo che le guerre, calde o fredde, le perdano tutti, e so di dire una ovvietà. Io non ho visto un soldo nello scontro fra “Titani e gladiatori”, ma un paio di volte almeno ho rischiato la vita nelle scaramucce di quartiere che erano la rappresentazione di quei mondi negli anni settanta.
Ha vinto chi è sopravvissuto senza ossa rotte, ma non è una bella vittoria, considerato che non ci arrivano nemmeno gli spiccioli di tutte le guerre combattute sopra di noi.
Le “guerre” artistiche arrivano in genere venti anni dopo le guerre vere e io, che ho l’età di un reduce, ormai, posso dire che non mi hanno mai emozionato i sistemi globali.
Dai, andiamoci a prendere un caffè all’angolo, che lo fanno più buono.
 
Serafino Amato, False Finzioni, a cura di Francesca Capriccioli. Fotografie di Andrea Ruggeri. Testi di: Francesca Capriccioli, Roberta Valtorta. Roma, Interno 14, 5-9 settembre 2017.

[Ottobre 2017]