58.Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia
Il padiglione del Ghana
Il padiglione del Ghana
Daniela De Dominicis
Per l’esordio alla Biennale di Venezia, la Repubblica del Ghana ha preferito non rischiare. Nessuna scommessa su nuovi talenti, bensì nomi ormai noti in tutto il mondo e un allestimento affidato all’architetto più famoso d’Africa, David Adjaye. Come curatore del padiglione nazionale il Ministero della Cultura di Accra ha chiamato una personalità di spicco, Nana Oforiatta Ayim, attiva su molteplici fronti culturali (1) e promotrice (dal 2016) della prima enciclopedia panafricana, finanziata dal Los Angeles County Museum of Art (2).
Il Ghana è una Repubblica giovane – circondata da Paesi dove imperversa la guerra civile – che sta cercando con tutte le proprie forze di mantenere in vita la propria fragile libertà e di colmare l’enorme indebitamento grazie alle esportazioni delle preziose materie prime che ne fanno la seconda economia dell’Africa occidentale. I problemi da affrontare sono molteplici: l’inurbamento in primis, che genera interminabili baraccopoli nei sobborghi delle città, la disomogenea distribuzione delle risorse (un quarto della popolazione non usufruisce dell’energia elettrica che pur il Paese vende a quelli circostanti grazie alla diga di Akosombo) e l’invadente presenza delle multinazionali che sfruttano a proprio vantaggio le ingenti ricchezze naturali (3).
Ma l’euforia per la recente vita democratica, conquistata nel ’97, è tangibile e l’impegno con cui il Ghana vuole emergere è evidente anche nello sforzo messo in campo in questa sua prima presenza in Biennale. Il titolo della mostra, Ghana Freedom, cita l’omonimo testo del musicista E.T. Mensah, scritto poco prima della liberazione dal giogo coloniale nel ’57 e dimostra l’orgoglio identitario di questa conquista.
A rappresentare il Paese la curatrice ha scelto sei artisti di tre generazioni diverse ma tutti con opere già presenti in importanti musei e sostenuti da prestigiose gallerie: la più anziana ha ottantaquattro anni, il più giovane trentadue.
Ad impaginare tutti questi lavori è stato chiamato David Adjaye (1966) architetto ghanese ma di nazionalità e formazione britanniche. Adjaye ha saputo moltiplicare la spazio a disposizione con una serie di superfici curve. Il bozzetto del padiglione mostra in pianta due ellissi accostate, definite da una spessa muratura che esternamente si articola con andamento flessuoso come fosse un organismo vivente che cerca di proliferare. Queste molteplici curve hanno permesso a ciascun artista di avere a disposizione un proprio spazio, visivamente separato dagli altri. Lo stesso disegno si ritrova nei manifesti e nella copertina del catalogo, con una coerenza progettuale accurata. La superficie muraria di questa struttura è semplice argilla, una terra brunita che l’architetto ha fatto venire dal Ghana via mare. È con questo materiale che le etnie del Sahel, a Nord del Paese, costruiscono ancora le loro capanne, anch’esse di forma circolare. Qui a Venezia è stato lavorato con cemento laterizio e steso su leggeri telai metallici dagli stuccatori veneziani con la spatola. Due antiche tecniche artigiane, una dal Sud l’altra dal Nord del mondo, che si sono integrate in questa esperienza lagunare contribuendo a ragionare sull’elasticità del concetto di nazionalità e di confine su cui insiste il testo della curatrice in catalogo.
Adjaye non è inedito negli ambienti della Biennale, già nel 2003 aveva curato l’allestimento nel padiglione britannico per la personale di Chris Ofili. Anche in questo caso lo spazio era stato completamente stravolto ma con modalità più tecnologiche. Basta pensare che il soffitto della sala centrale aveva delle lame di vetro colorate che moltiplicavano la luce veneziana in una sorta di caleidoscopio. Nel padiglione del Ghana la luce è invece completamente artificiale, dosata diversamente su ogni lavoro dallo studio londinese Steensen Varming con cui l’architetto ha più volte collaborato.
Il Design Museum di Londra ha appena dedicato ad Adjaye un approfondimento monografico sugli edifici da lui costruiti come memoriali (4), luoghi del ricordo e della sua narrazione. Un riconoscimento che lo consacra tra gli attori più quotati dell’architettura contemporanea anche se la committenza che lo ha imposto all’attenzione mondiale è stata nel 2016 quella dello Smithsonian National Museum of African American History and Culture in Washington D.C.
In tutti i suoi interventi Adjaye fa dialogare le molteplici componenti culturali della sua formazione: le forme a registri orizzontali così come i moduli dei brise soleil delle pareti perimetrali si ispirano a modelli mutuati dalla cultura Yoruba e Dagomba (5), due etnie dell’Africa Occidentale. Anche nel padiglione veneziano propone un tipico esempio di costruzione flessibile e incrementale tipica di queste popolazioni.
Ѐ in questa ambientazione che si articolano i lavori dei sei artisti prescelti. Le loro diverse esperienze rappresentano i momenti cruciali della storia del Paese: l’epoca coloniale sotto la dominazione britannica, la conquista dell’indipendenza nel 1957, la grave crisi degli anni Ottanta con il drammatico susseguirsi di golpe militari in un Paese stremato dalla fame e infine l’attuale democrazia seguita alle libere elezioni del 1997.
Il passaggio dall’epoca coloniale all’autonomia è rappresentato in mostra da Felicia Abban (1935) e da El Anatsui (1944). La prima – fotografa professionista già a 18 anni – presenta un saggio del ricchissimo archivio costituito in mezzo secolo di attività e restituisce le immagini bianco nero di sé stessa e di altri, risalenti agli anni Sessanta e Settanta, in cui i modelli di riferimento, nell’abbigliamento e nelle posture, oscillano tra quelli della propria cultura e quelli imposti dal colonialismo. Il secondo, già insignito del Leone d’oro alla carriera nella Biennale del 2015 – curata da Okwui Enwezor, recentemente scomparso – presenta gli ormai famosi teli a parete costituiti di piccole tessere metalliche ottenute schiacciando tappi, lattine ridotte a strisce, … poveri materiali di recupero cui l’artista riesce a conferire la monumentalità e la sacralità di uno stendardo religioso.
John Akomfrah (1957) rappresenta la generazione di mezzo (6). Le sue proiezioni cinematografiche, su più schermi, in una modalità quasi avvolgente, narrano di uomini e animali in modo mitico, universale, senza né tempo né spazio. Ma le scene che si succedono con ritmo alterno sono spesso scene di violenza su esseri viventi e sulla natura. Immagini disperanti che ci parlano di una civiltà in declino. Il titolo, The Elephant in the Room – Four Nocturnes, utilizza l’aforisma britannico con cui si allude ad un problema enorme, a noi prossimo, che si fa finta di non vedere.
I tre artisti più giovani sono: Selasi Awusi Sosu (1976), Lynette Yiadom Boakye (1977) e Ibrahim Mahama (1987).
La prima, con la sua video installazione Glass Factory II, ci narra della raccolta e trasformazione del vetro in una fabbrica del Paese. L’artista dimostra la capacità di elaborare a sua volta questa metamorfosi con uno sguardo ravvicinato che scende nei dettagli ricavandone immagini che a volte rasentano l’astrazione.
Lynette Yiadom Boakye è figlia della diaspora, nata e cresciuta a Londra dove si è affermata come pittrice. I suoi quadri, sotto il comune titolo Just Amongst Ourselves, ritraggono giovani di colore in posa, immagini realizzate con pennellate veloci, in uno stile quasi compendiario; un lavoro accattivante e caratterizzato, che ha avuto, forse per questo, un consistente riscontro (7).
Anche Ibrahim Mahama è un artista già noto in Italia (8) a partire dal suo primo intervento in Laguna nel 2015. Il suo lavoro scava nella storia del proprio Paese, negli archivi, nei residui lasciati dalle rotte commerciali e, attraverso questi, sulle attività umane, sullo sfruttamento delle materie prime, sulla circolazione delle merci e dei migranti. Questa volta i relitti lasciati dal tempo – il titolo del lavoro è A Straight Line Through the Carcass of History 1649 (2016-19) – sono reti metalliche tese su telai di legno con cui, lungo la costa, i mercanti di pesce lo lasciavano affumicare. Le reti servivano per far passare il calore trattenuto con carta e stoffa, residui dei quali sono ancora in parte presenti. I telai sono sovrapposti ad occupare tutta la parete: qua e là i frammenti azzurri della carta e di pesce, impossibile ignorarne l’odore. La sua installazione, che assume come sempre valenze architettoniche, si conclude con altro materiale recuperato da depositi diversi – un archivio delle ferrovie dell’epoca coloniale, foto, materiale scolastico – il tutto inserito in un mobile basso con i documenti arrotolati come fossero antichi tubuli. La data di riferimento del titolo, 1649, è quella della costruzione di Forte Ussher, vicino Accra, ad opera della Compagnia Olandese delle Indie Occidentali (9). Nel complesso un intervento coraggioso, che si impone per la forza della sua proposta senza nessuna strizzatina d’occhio al mercato, in linea con le opere cui ci ha abituato finora.
Ѐ evidente come tutta la complessa ed articolata proposta di Oforiatta Ayim voglia promuovere un processo di consapevolezza culturale della propria nazione, attraverso l’approfondimento della sua storia recente ma anche un serrato confronto con l’occidente in un progetto di arricchimento reciproco. L’arte viene vissuta come un elemento di identità e di riscatto.
Luglio 2019
1) Nana Oforiatta Ayim è scrittrice, storica e regista ghanese.
2) The Cultural Encyclopaedia è una piattaforma digitale relativa alle arti e alle scienze sociali che coinvolge tutti i Paesi africani. Questa banca dati è stata recentemente pubblicata anche in forma cartacea. (Cfr. www .culturalencyclopaedia.org) La curatrice gestisce inoltre dal 2002 un’ altra piattaforma istituzionale dal titolo Ano Instute of Arts and Knowledge ad Accra.
3) Francesca Giommi, “Benvenuti in Ghana, simbolo dell’Africa che non ti aspetti”, L’Espresso, 4 maggio 2018
4) David Adjaye: Making Memory, the Design Museum, Londra, 2 febbraio - 5 maggio 2019.
L’esposizione è dedicata a sette cantieri: Smithsonian National Museum of African American History and Culture in Washington D.C., la Nuova Cattedrale nazionale del Ghana ad Accra, UK Holocaust Memorial and Learning Centre a Londra, Sclera Pavillon per il London Design Festival, Gwangju River Reading Room in Corea del Sud, Mass Extinction Memorial Observatory a Portland, Coretta Scott King and Martin Luther King Jr Memorial a Boston.
5) Queste citazioni si ritrovano, per esempio, nel museo di Washington già citato, così come nel costruendo ospedale pediatrico in Rwanda, l’Eugene Gasana jr. Foundation Paediatric Cancer Centre a Kigali.
6) John Akomfrah è rappresentato dalla Lisson Gallery di Londra.
7) Lynette Yiadom Boakye ha raggiunto indiscussa notorietà da quando nel 2013 è stata finalista del Turner Prize nonché tra gli artisti invitati nel padiglione centrale della 55.Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia dal curatore Massimiliano Gioni. Negli Stati Uniti è rappresentata dalla galleria Jack Shainman, a Londra dalla galleria Corvi-Mora.
8) Ibrahim Mahama ha già esposto alla 56.Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia nel 2015, invitato dal curatore Okwui Enwezor, nel 2017 a Documenta 14 a Kassel e nel marzo del 2019 a Porta Venezia a Milano con una installazione promossa dalla Fondazione Trussardi. Cfr. su questa stessa rivista l’articolo di Domenico Scudero, “Ibrahim Mahama: A Friend”, Unclosed.eu, aprile 2019
9) Il sistema dei Forti lungo la costa è stato costruito tra il 1482 e il 1786 dai mercanti portoghesi per proteggere i loro scali commerciali ma diventati ben presto luoghi di raccolta per la tratta degli schiavi. Tali fortificazioni sono state successivamente intensificate dall’Olanda e dalla Gran Bretagna e attualmente sono tutelati dal vincolo del patrimonio UNESCO. Cfr UNESCO World Heritage Centre, ad vocem.