La mostra del collettivo Chto Delat a The Gallery Apart di Roma
Cosa rimane o cosa resiste della ricerca sul sociale nelle esperienze di attivismo artistico, di artivismo, nell’epoca del post socialismo? Tra le risposte, una particolare attenzione occorre riservare a quelle pratiche collettive che proprio nei paesi dell’est hanno mantenuto la barra ferma sull’urgenza di allontanare le sirene del liberismo attraverso forme di attivismo fondate sulla partecipazione e il coinvolgimento diretto di comunità (1). Da questo punto di vista e in un’ottica di emancipazione politica, il ruolo dell’arte viene ritenuto centrale soprattutto in quelle aree di pratiche attiviste e comunitarie che continuano a portare avanti la convinzione che il suo potere sia tale da rendere possibile una trasformazione radicale. E se il punto di radicamento storico è l’eredità del passato - pur filtrata da uno sguardo retrospettivo teso a riscattare se e quanto di positivo è nel retaggio delle esperienze degli anni del socialismo - nuovi metodi e prospettive sono la chiave dell’aggiornamento attuale e attualizzante.
È lo sfondo su cui si muove in modo esemplare il collettivo russo Chto Delat per il quale la radice storica autoctona si coniuga nella prassi all’adozione di un metodo ispirato al zapatismo, considerato come l’ultimo avamposto capace di attuare effettive forme di rivoluzione. In tal senso, la chiave di volta è stata per il collettivo un viaggio in Messico, a seguito del quale hanno iniziato ad indagare l’influenza delle idee di trasformazione sociale zapatiste al di fuori del Chiapas cercando di capire, se e in quali modi, quelle idee potessero essere esportate e messe in opera in contesti lontani dal paese d’origine. La prossimità storica e il timbro di vitalistica ironia propri del zapatismo ne fanno dal loro punto di vista un modello ideale cui ispirarsi.
Radice e metodo, dunque, in un combinato disposto, stratificato ed esemplificato dalle opere, che il collettivo realizza con le comunità di volta in volta interpellate sull’onda di un’affinità di intenti riconosciuta e riassumibile appunto nel metodo zapatista. In qualche modo, di per sé, l’esito di ogni lavoro è già nell’esperienza comunitaria ingaggiata sulla scorta preliminare di uno sguardo dal basso cui proprio il metodo induce.
Il metodo e lo sguardo. La convinzione politica è infatti che il mondo visto dall’alto si rimpicciolisca e per tale ragione renda impossibile praticare la giustizia, diversamente, capovolgendo la prospettiva appare enorme e complesso, tale da poter ospitare i pensieri di tutti e dare asilo in primo luogo al senso di giustizia. L’arte è pertanto un modo di condividere, di fare insieme, di cambiare attraverso la pratica, fuori da un progetto a priori e piuttosto assecondando e interagendo con le scelte e le attività scaturite di volta in volta dall’interscambio con le comunità.
Si tratta, ancor prima di definirsi scelta d’arte, di un modo di vivere per difendere, nelle comunità e per il loro tramite, le ultime frontiere dell’utopia praticando tempi più o meno lunghi di apprendimento. “Zapatisti a modo nostro e a casa nostra” hanno sottolineato di recente nel corso di una tavola rotonda tenutasi al Palazzo delle Esposizioni alcuni membri del collettivo – Tsaplya Olga Egorova, Nicolay Oleynikov e Dmitry Vilensly - in dialogo con Cesare Pietroiusti e il critico Théo-Mario Coppola. In particolare, nel corso di questo incontro, l’apprendimento reciproco è risultato chiaramente innervare tutta la metodologia intrapresa (2).
Straordinariamente longevo, nato nel 2003 e di stanza a San Pietroburgo, Chto Delat annovera tra i suoi componenti una comunità eterogenea di artisti, filosofi, videomaker, coreografi, il che spiega il registro privilegiato dell’interdisciplinarità che viene seguita in tutte le attività.
Un’occasione estremamente significativa per riflettere sulle loro istanze e sugli esiti delle loro più recenti ricerche ci è offerta dall’ultima loro esposizione proposta da The Gallery Apart a Roma (3). Nelle due complesse installazioni qui presentate si colgono infatti piuttosto nitidamente le tante componenti teoriche e pratiche che fanno da substrato alle ragioni di questo collettivo. Centrale, sulla base delle premesse indicate, la messa in campo di percorsi utopici. Audaci e inattuali, pervicacemente come un basso continuo, rappresentano la stella polare delle modalità messe in opera da Chto Delat.
Del resto, ancora più inattuale potrebbe ritenersi, a monte della stessa formazione, la scelta del nome del gruppo: “Chto Delat”, letteralmente “che fare”. Mutuato dal celebre saggio di Lenin che a sua volta citava il titolo di un romanzo di Nicolaj Gavrilovič Černyševskij. Di fatto e sebbene il richiamo a Lenin possa colpirci maggiormente, per il collettivo è senz’altro prevalente il rinvio originario ad un romanzo russo che ha proposto ante litteram un modello nuovo di giustizia sociale e uguaglianza economica - la stessa ragione per cui Lenin vi si era richiamato – e al suo autore, considerato uno dei maggiori pensatori democratici rivoluzionari russi dell’Ottocento. In ogni caso, la locuzione “che fare”, espunta o meno dal punto interrogativo, mantiene ancora oggi intatto il suo portato rivoluzionario indicando prospettive e orizzonti che delineano le riflessioni, le creazioni e le azioni del collettivo. Sintetizzando, dunque, potremmo parlare di un’autoreferenza storica rigenerata dal metodo zapatista. In questo sintagma radicale e, opportunamente, possiamo aggiungere con Bourriaud “radicante”, si pone l’azione di un collettivo che programmaticamente privilegia il fare al produrre e che investe in contesti creativi di reciprocità piccole comunità ritenute, proprio sulla scorta dello zapatismo, esemplari portatrici e fautrici di una prassi rivoluzionaria. Al centro è evidentemente l’ipotesi di un futuro di segno diverso, sottratto da forme di attivismo artistico alle dinamiche dello status quo. Non sorprende che nelle opere i temi maggiormente presenti concernano le grandi emergenze del nostro presente: dalle diseguaglianze sociali ed economiche, al problema dei migranti e giocoforza alla questione del cambiamento climatico e anche della pandemia.
Date queste premesse, entrando nella mostra a The Gallery Apart si è da subito immersi in un allestimento ibrido che mischia media differenti in manufatti che appaiono al primo sguardo ostentatamente popular. C’è un che di “grezzo”, per certi versi di “rudimentale”, che si impone allo sguardo e si ha la sensazione, complici alcune scritte, di trovarsi in un laboratorio didattico. Siamo al piano terra della galleria, e l’installazione del trittico di film e vari manufatti Slow Learning by Zapatista, esposta per la prima volta qui in un insieme, consente di seguire tappe e percorsi di un progetto avviato dal collettivo nel 2017. Nella staticità scomposta del primo impatto, alla sensazione di trovarsi, anche per via dell’ostentato non finito di qualche manufatto, in un laboratorio didattico d’arte con tracce di un vissuto interrotto subentra presto l’avvolgimento in ciò che è stato e che ha animato la riflessione e i percorsi narrativi. Bandiere bizzarramente tagliate collocate in alto, disegni alle pareti, pupazzi rivestiti con ritagli di stoffa, qualche collage fanno da cornice narrativa a tre grandi strutture, quasi dei tavoli carri o dei grandi banchi di scuola che invadono l’intero spazio e che sul lato visibile dall’ingresso recano delle scritte a mano. Non c’è dubbio che evochino dei laboratori. Sul lato opposto non in vista, queste strutture - prossime nella forma e nella dimensione e di diverso colore - si sviluppano in lunghi tavoli con scritte, disegni cartografici ma anche vuoti lasciati al libero intervento del pubblico. Dirimpetto, una panca invita a sedervisi per assistere alla visione e ascolto di ciò che si proietta sullo schermo antistante contenuto dalla struttura. Qui, la chiave di volta delle storie narrate sembrerebbe proprio l’apprendimento lento in modalità zapatista a partire però neanche tanto velatamente dal suo contrario. In qualche modo il processo si dà come un disimparare per apprendere diversamente. Sotto questo profilo si spiega eloquentemente l’aspetto “grezzo” immediatamente riscontrato, quasi testimone di una specie di corso d’opera a più mani. Mani che non esperte hanno imparato gradualmente e in modo diverso a fare e insieme si è riflettuto per creare. Quanto ai film, ciascuno con i suoi accessori di corredo, narrano delle storie efficacemente riassunte nei titoli - New Dead End Street. Summer School of Slow Orientation in Zapatism (girato in Russia nel 2017); Gente di farina, acqua e sale (girato in Italia nel 2019); About the footprints, what we hide in the pockets and other shadows of hope (girato in Grecia nel 2021) -. Tre luoghi comunitari operativi distanti nel tempo e nello spazio – rispettivamente una comunità di giovani artisti in un piccolo villaggio russo vicino a San Pietroburgo; una comunità di migranti e rifugiati in Puglia; e un lavoro in collaborazione con la Scuola di Solidarietà di Atene – in ciascuno dei quali si è tentato e si è dato vita a piccole rivoluzioni artistiche nel quotidiano e che assunte nel loro insieme par che compongano una costellazione zapatista.
Scendendo nel seminterrato della galleria c’è un’altra video installazione Six Kinetic Melodies for a Required Future commissionata al collettivo dal Garage Museum di Mosca. Si compone di un film proiettato a parete e girato nel corso del 2021 nel quale si narra la storia di un laboratorio utopico i cui protagonisti - pseudo scienziati e al contempo pseudo cavie - discutono l’adattamento ad una vita sociale e biologica drammaticamente modificata dalla pandemia e dalla repressione politica che i provvedimenti legislativi emergenziali hanno acuito in Russia e altrove. La consapevolezza dell’eccessiva rapidità con la quale il mondo sta cambiando, la difficoltà a tenere il passo, la depressione e il sentimento di impotenza, sono l’oggetto dei vari laboratori presentati nel film. Le varie sezioni -"Laboratorio dell'arresto", "Laboratorio del rischio e dell'ozio", "Laboratorio dell'anti-disabilità", " Viaggio-Laboratorio dell'entusiasmo in eccesso", "Laboratorio dei corpi erranti" e "Laboratorio della nausea applicata"- si propongono come forme alternative di comportamento sociale. Nel corso del film, incapsulati in celle, simili alle tessere dei mosaici delle tante piattaforme degli incontri a distanza cui ormai siamo avvezzi, i partecipanti all'esperimento aprono improvvisamente portali tra uno spazio e l'altro, superando l'alienazione della comunicazione remota con l'aumento inaspettato delle interazioni tattili e corporee. Un lavoro quindi centrato sui limiti imposti dalla pandemia, in vari modi sfruttata anche per accrescere forme di contenimento repressive delle libertà individuali.
In un’ottica di spaesamento si discute dunque di queste questioni e le armi messe in campo - simulazione, ironia, ambiguità - funzionano anche da deterrente ad eventuali azioni di censura.
Come nello spazio soprastante, anche qui il film dialoga con un’installazione fisica che si articola in tre grandi box rettangolari chiusi da tende dalle texture ostentamente pop. Per trovare dell’altro e non fermarsi al primo impatto è sufficiente scostare la tenda – come nei quadri di Magritte e in chiave più politica in Cleaning the Drapes di Martha Rosler con la differenza che qui è lo spettatore ad agire per scovare–. Dietro la tenda grandi foto stampate immortalano ciascuna un’immagine del paesaggio globale e universale dell’emergenza pandemica cui siamo ormai abituati: il suo drammatico profilo sanitario sintetizzato da un corteo di autoambulanze; il profilo del controllo e della repressione visualizzato dai blindati della polizia, e ancora, a dirci del big brother sorvegliante, un grande drone che campeggia in primo piano scrutando e tracciando le nostre esistenze. Al centro di ogni foto, file di fiorellini di plastica letteralmente incastonati sulla loro stampa disegnano dei codici alfanumerici che corrispondono ai codici identificativi dei decreti repressivi emanati in Russia nel corso dell’emergenza COVID-19.
Ordine e disordine. Metafore, ironie, ambivalenze semantiche che sembrerebbero darsi come dispositivi di depistaggio – niente è solo come appare - nella consapevolezza di una possibile zona di resistenza attiva dove eludere l’eventuale azione di contenimento e censura.
Come nel film si simulano le stanze virtuali che ospitano gli ospiti con realtà fisiche e tangibili, così nei box scostando la tenda scopriamo gli ingannevoli espedienti che camuffano l’azione repressiva e censoria dietro l’alibi dell’emergenza. Sottili tattiche di resistenza e di dètournement che sovvertono, qui come in Slow Learning by Zapatista, le consuetudini dello sguardo sul quotidiano facendo leva su quelle che, citando uno dei titoli di quei film, potremmo chiamare le sue “ombre di speranza” (4).
20 luglio 2021
1)Cfr: “Maintaining the Social in Postsocialism: Activistes Practices and Forms of Collettivity”, in, Ana Janewski, Roxana Marcoci, Ksenia Nouril, a cura di, Art and Theory of Post-1989 Central and Eastern Europe: A Critical Anthology, The Museum of Modern Art, New York, pp.227-268.
2) Solidarietà. Comunità, comunanza: prospettive radicali a confronto con la Carta di Roma, 22 giugno 2021, conversazione di Cesare Pietroiusti e Théo-Mario Coppola con Tsaplya Olga Egorova, Nikolay Oleinikov, Dmitry Vilensky, membri del collettivo Chto Delat - https://www.palazzoesposizioni.it/evento/solidarieta-comunita-comunanza-prospettive-radicali-a-confronto-con-la-carta-di-roma
3) La mostra del collettivo Chto Delat, Nuove melodie cinetiche: su miracoli, disastri e mutazioni per il futuro, si è inaugurata a The Gallery Apart a Roma il 21 giugno 2021.
4) Chto Delat (Tsaplya Olga Egorova e Dmitry Vilensky) in collaborazione con The Piraeus Open School for Migrants. Partecipanti: Aidim Joymal, Aicha Elouarma, Mua A.Mungu, Madalina Manaila, Osman Mohammed Ahmed, Mohammad Jumanne Kisesa, Umer Muhammad: Learning Station #3The Piraeus Open School for Migrants About the footprints, what we hide in the pockets and other shadows of hope. The film in seven portraits (2021).
4) Chto Delat (Tsaplya Olga Egorova e Dmitry Vilensky) in collaborazione con The Piraeus Open School for Migrants. Partecipanti: Aidim Joymal, Aicha Elouarma, Mua A.Mungu, Madalina Manaila, Osman Mohammed Ahmed, Mohammad Jumanne Kisesa, Umer Muhammad: Learning Station #3The Piraeus Open School for Migrants About the footprints, what we hide in the pockets and other shadows of hope. The film in seven portraits (2021).