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arte e oltre / art and beyond
rivista trimestrale di arte contemporanea
ISSN 2284-0435

Censura e autocensura nell’epoca della prevenzione

Patrizia Mania

Quale pericolo possa rappresentare un’opera d’arte, quale minacce possa mettere in campo e se possa davvero ritenersi un’arma insidiosa: sono interrogativi che si pongono a partire da alcuni eclatanti casi di censura esercitata su alcune opere d’arte oggi come ieri. Sottrarre un’opera allo sguardo, rimuoverla perché ritenuta offensiva, inappropriata o scandalosa, è prassi più frequente di quanto si possa immaginare e riguarda le ragioni più diverse. Intolleranza, fanatismo, estremismi radicali sono sempre lo sfondo dell’azione di censura e non sempre ciò avviene dove ci si aspetta che avvenga. 
Val la pena di ricordare che, benché non vi si riservi sempre la giusta attenzione, il potere affidato all’arte è insospettabilmente talmente rilevante che nel corso dei regimi totalitari affermatisi nello scorso secolo le tendenze artistiche non allineate sono state sempre oggetto di forme di repressione, persecuzione e di messa all’indice. Il fenomeno non è peraltro ascrivibile ad uno specifico indirizzo politico visto che, per esempio, l’arte delle prime avanguardie tacciata di “degenerazione” dal Nazismo non godette di miglior fortuna negli anni del cosiddetto Realismo socialista quando, nei Paesi gravitanti nell’orbita sovietica, fu occultata e costretta a sopravvivere clandestinamente. E, mentre nel primo caso la furia iconoclasta spinse a mandare al rogo centinaia di capolavori modernisti, nel secondo portò al silenzio, o, nel migliore dei casi, alla prosecuzione di ricerche underground in totale clandestinità che solo di recente sono state restituite ad una qualche forma di narrazione storica(1). Alla base della repressione, comunque e ovunque, è il rifiuto della trasgressione di diktat imposti che in quanto tali richiedono fedeltà assoluta. Se questo è vero nei macro contesti dei regimi, si scopre che lo è anche laddove si presuppone una sostanziale libertà d’azione. Avviene infatti non di rado che, anche quando non viene esplicitato l’obbligo all’osservanza delle direttive del potere politico, ad occultare l’azione artistica ritenuta pericolosa sopraggiunga la pressione di frange estremiste dell’opinione pubblica le cui proteste hanno ugualmente l’effetto di produrre azioni di censura.
La censura nei confronti della cultura è sempre esistita, non è dunque una prerogativa della nostra epoca che con il passato condivide il fatto che ad animarla siano analoghe forme di insofferenza e avversione nei confronti di chi professa idee diverse ed opposte alle proprie. Ci si può chiedere allora quali siano i modi nei quali si manifesta nel presente. E i modi sono ovviamente molteplici, ciascuno dei quali, benché replichi caratteri già espressi, trova poi nel presente peculiarità che gli sono proprie.
Intanto va detto che nella tendenza compulsiva alla pratica d’archivio -tratto peculiare del nostro presente- anche il tema della censura vi è rientrato. Ed è stato l’artista Antoni Muntadas a progettare fin dal 1994 un archivio on line  aperto ed implementabile (www.thefileroom.org) (2)al fine di raccogliervi i casi di censura culturale perpetrati in differenti contesti, paesi e culture. Tale piattaforma, attiva ancora oggi, non concerne solo i casi di censura legati ad opere d’arte ma più estensivamente, da Socrate in poi, vi possono trovare posto tutti i casi che hanno riguardato e che continuano a riguardare la cultura. Scorrendo sui casi fino ad oggi archiviati non sono tantissimi quelli relativi specificamente all’arte anche se, grazie alla storia dell’arte e alla cronaca, sappiamo viceversa essere numerosissimi.
Considerando che la censura si esercita soprattutto come dispositivo di controllo dello spazio pubblico, quali che ne siano le ragioni, va sottolineato come il suo esercizio configuri in ogni caso situazioni divisorie e rivelatrici di fratture sociali, ideologiche e morali. Quel che può dirsi preoccupante, al di là del riproporsi costante del fenomeno, è la sua massiccia ricomparsa alla quale silentemente assistiamo. Siamo infatti propensi a ritenerla confinata ad alcuni paesi nei quali per governo, costumi e cultura la diamo per scontata, sorprende particolarmente scoprire invece che ci riguarda anche molto da vicino.  
Senza voler per questo sottovalutare o ignorare la gravità della repressione ovunque questa venga esercitata, colpisce però relativamente che nella turgida Turchia di Erdogan si ricorra alla censura ogni qual volta un’opera d’arte, ma anche un’opera letteraria, o cinematografica, o teatrale, non corrisponda ai canoni imposti. Alla fine del 2016, è apparsa in quest’ottica paradigmatica la rimozione ad Istanbul di Kostantiniyye.  Si tratta di un’opera dell’artista Ahmet Günęstekin, peraltro già proposta l’anno precedente nell’ambito degli eventi collaterali della Biennale di Venezia del 2015(3), che era stata installata di fronte ad un centro commerciale. Montata il 22 dicembre 2016, appena due giorni dopo, il 24 dicembre, verrà rimossa, dopo essere stata coperta con plastiche nere dalla Municipalità metropolitana(4) . È un’opera monumentale che consta di lettere realizzate in materiali vari che compongono la parola ‘Kostantiniyye’ (in turco, Costantinopoli) e che sono state assemblate su tre registri sovrapposti in verticale. Una grande scultura di lettere, dunque, all’interno di ciascuna delle quali in rilievo sono scritti i nomi che ha assunto Istanbul fin dalla sua fondazione e che a loro volta sono decorati con dei simboli religiosi. A proposito del suo rapporto con la città di Istanbul e di quest’opera, l’artista ha dichiarato in un’intervista: “La città per me è uno spazio in cui le stratificazioni si sovrappongono una sull’altra lungo la storia. La mia installazione, in modo simile, esplora i modi per rivelare le diverse stratificazioni culturali della città che attualmente sono difficilmente percepibili”(5). A lanciare la polemica e la protesta contro la sua installazione sono stati alcuni gruppi estremisti supportati da alcuni media locali – in particolare dal direttore dell’emittente televisiva Channel A, Alper Tan- che si sono scagliati contro l’idea stessa di chiamare la città di Istanbul con quel suo vecchio nome di Costantinopoli mantenuto fino ad Atatürk. Fare un monumento al controverso nome di Costantinopoli è stato visto come un affronto e una provocazione inaccettabili. È chiaro che da parte dell’artista l’intento non fosse quello di rivendicarne l’attualità quanto piuttosto quello di richiamarsi alla memoria storica e sintetizzare la stratificata nomenclatura della città senza però affatto prendere partito per una stagione del passato ma invece assumerla come conoscenza e consapevolezza sul presente. La rimozione, in questo caso, anche se sollecitata da un gruppo di opinione, potremmo dire che rifletta il clima di intimidazione e di repressione che nel paese turco si è affermato con gli orientamenti politici dell’attuale governo.
Dunque, benché non si possa che biasimare la scelta di censurare l’opera, l’episodio in sé non coglie di sorpresa. Viceversa, che in Italia un’opera di Marina Abramovic divenga oggetto di campagne volte alla sua censura suona decisamente più allarmante e inaspettato. I fatti si riferiscono alla scorsa estate quando è scoppiato a Trieste uno scandalo legato al manifesto celebrativo della 50esima edizione della tradizionale regata della Barcolana (6), tenutasi dal 5 al 14 ottobre 2018, la cui realizzazione era stata affidata proprio a Marina Abramovic. La realizzazione del manifesto venne infatti commissionata all’artista dall’azienda triestina Illycaffé -partner della regata e azienda del territorio nota per la particolare propensione a sostenere l’arte contemporanea-. Sul manifesto proposto da Abramovic, su uno sfondo grafico con forme geometriche triangolari allusive alle vele della regata, campeggia un ritratto della stessa artista che tiene in mano una bandiera su cui è vergata la scritta “We are all in the same boat”. Sul sito di Barcolana 50 si spiega: “Attraverso uno dei più diffusi modi di dire, Marina Abramovic e illy hanno voluto sottolineare un aspetto semplice quanto cruciale: anche a bordo di barche diverse, anche quando competiamo per il miglior risultato, navighiamo sullo stesso pianeta, che va custodito e protetto giorno dopo giorno. Per farlo dobbiamo lasciare da parte gli individualismi e comportarci come fossimo parte di un unico equipaggio che sta affrontando una regata. Un messaggio che, applicando gli schemi e il linguaggio dell’arte, diventa universale: che si tratti di sport, di salvaguardia del pianeta o di azioni globali, dobbiamo fare squadra”. A non condividere il testo del manifesto e a scatenare la polemica in un tentativo di oscuramento è il vice sindaco leghista di Trieste Paolo Polidori che in un post su facebook ha scritto: “Inaccettabile, di pessimo gusto, immorale che si faccia propaganda politica con una manifestazione, la Barcolana, che appartiene a tutta la città! Mi sto muovendo per farmi consegnare la convenzione con il Comune di Trieste. Se ci dovesse essere qualche margine di manovra per rinsavire da questa becera strumentalizzazione politica, ebbene, da assessore ai grandi eventi, si sappia che la utilizzerò fino in fondo! E non mi vengano a fare panegirici sulle spiegazioni ufficiali, la gente non è fessa!”.  Cosa abbia suscitato cotanto acceso sdegno non è immediatamente evidente. Il manifesto di Abramovic è un progetto grafico nel quale, come si è detto, è ritratta lei stessa con abiti molto dimessi, di primo acchito quasi una divisa maoista, nell’atto di sventolare una bandiera sulla quale è riportata la scritta riferita. Scorrendo sulla stampa locale è evidente che il messaggio dell’ ‘essere tutti in una stessa barca’ sia il tema incriminato perché, suo malgrado, concomitante con l’azione di respingimento e di chiusura dei porti italiani all’approdo delle imbarcazioni dei migranti voluta dal ministro degli interni leghista. Su questo sfondo viene argomentato che anche la scelta stilistica adottata dall’artista si rifaccia a modelli iconografici legati alla propaganda ideologica di sinistra.  Il manifesto, peraltro elaborato in tempi non sospetti quando cioè non si era ancora conclamata la posizione politica che avrebbe assunto il governo italiano in merito alla gestione del problema dei migranti, viene visto come una provocazione politica della sinistra veicolata dall’artista. Così anche il tipo di grafica impiegato viene ritenuto troppo evocativo della grafica costruttivista-suprematista di chiara marca di sinistra e negli argomenti addotti ci si spinge a considerare addirittura le origini native di Marina Abramovic, figlia di due ‘eroi’ della ex Jugoslavia di Tito, quindi anche, in qualche modo, quasi si avanza l’ipotesi di vederla indirettamente complice dell’orrore delle Foibe (7). Sembrerebbe un delirio quasi persecutorio nei suoi confronti, se non fosse che negli ultimi tempi si sta assistendo alla proliferazione di attacchi sistematici alla libertà di pensiero con modalità che sembrerebbero quasi sdoganate, legittimate, e che solo fino qualche tempo fa sarebbero state energicamente stigmatizzate.
Ora, però, i tempi e i modi di elaborazione dell’opera incriminata sembrerebbero discolparla dalle accuse mosse che, a loro volta, appaiono piuttosto pretestuose e frutto di una manipolazione e strumentalizzazione costruita ad arte per accusarla di intenzionale sovversione e denuncia dell’azione politica in corso. Va precisato che la censura non è riuscita ad andare del tutto a segno visto che sul sito della Barcolana il manifesto incriminato appare ancora oggi presente con l’originario testo di accompagnamento sopra citato. Per stemperare e sedare gli animi si è infatti deciso di limitarsi a non diffondere il manifesto a livello locale. Un tentativo di censura dunque solo parzialmente riuscito che è però eloquente di un clima di insofferenza teso a perseguitare il messaggio e la forma di un intervento artistico considerato dissidente.
L’episodio conferma come l’interdizione nei confronti dell’arte sia da ritenersi sempre in agguato trattandosi sempre di un fenomeno d’ordine sociale dovuto in questo caso ad una forma di fanatismo ideologico politico.  Che questo accada in Italia dove la stessa Costituzione non consente né presuppone un’ingerenza del potere politico sulle scelte dell’arte dovrebbe metterci in allarme. Ne va del principio fondamentale della libertà d’espressione di cui, a parte l’Italia, l’intero Occidente va ben fiero.
I casi su cui ci si è soffermati concernono il dissenso o la trasgressione dei diktat ideologici politici ma se solo spostiamo la nostra attenzione sul versante dell’oltraggio alla morale comune la lista di opere incriminate cresce a dismisura. Quello dell’osceno è del resto l’ambito nel quale la censura si esercita da sempre con più frequenza. Fortunatamente spesso i tentativi di mettere il bavaglio vengono frustrati dalla evidentemente ancora ben salda visione democratica e libertaria che seppure attaccata sembra resistere, almeno da noi. Lo conferma il caso delle polemiche sollevate dall’esposizione a Palermo del video dell’artista cinese Zheng Bo. Fece infatti clamore quest’estate a ridosso dell’inaugurazione di Manifesta 12 a Palermo il suo video dal titolo Pteridophilia che era stato installato all’interno del prestigioso Orto botanico. L’intento dichiarato dall’artista era quello di esplorare il tema eco-queer e le sue potenzialità e il video riprende sette giovani che camminano in una foresta di Taiwan stabilendo un contatto intimo con delle felci e altre piante con le quali instaurano delle relazioni affettive e fisiche affidandosi al corpo, piuttosto che alla parola. In questo caso la lungimiranza del Comune impedì la rimozione dell’opera limitandosi a segnalare con un pannello antistante il canneto in cui era allocato che la visione del video avrebbe potuto urtare la sensibilità del pubblico.
Non altrettanto sembrerebbe succedere oltralpe, al punto che si potrebbe pensare che laddove maggiore è il rischio del radicamento di estremismi, maggiore è l’esercizio della censura spesso praticato in funzione preventiva. A trattare la questione è stata, tra gli altri, la critica d’arte Ingrid Lucquet-Gad scrivendo in un articolo uscito nel 2017 che: “L’une des questions qui soulèvent les récents cas de censure et d’attaques verbales ou phisiques contre des oeuvres d’art est bien celle de l’autocensure”(8). Attraversando alcuni recenti casi di censura praticata preventivamente esprime una preoccupazione più ampia e che cioè possa essere l’intransigenza di pochi a dettare a priori le scelte. I casi da lei contemplati riguardano opere sottoposte ad atti di vandalismo perorati da gruppuscoli di fanatici che hanno però come effetto imposto la rimozione delle opere bersagliate. Tra questi, si fa riferimento ad uno dei casi di censura più discussi: una gigantesca scultura di Paul Mc Carthy dal titolo Tree che in occasione della Fiac (la Fiera d’arte contemporanea di Parigi) del 2014 fu collocata a Place Vendôme. L’opera sarebbe dovuta rimanere lì per una settimana, ma già durante il montaggio l’artista venne aggredito e sui social si scatenò una protesta particolarmente accesa fomentata da alcuni movimenti identitari e cattolici tradizionalisti che costrinsero all’immediato sgonfiamento dell’opera. Si trattava infatti di una gigantesca scultura astratta realizzata con un gonfiabile di colore verde la cui forma stilizzata allusiva all’albero dichiarato nel titolo poteva vagamente essere ricondotta ad un organo genitale maschile, ragione questa della protesta agguerrita. Un altro caso assunto in esame riguardava un’opera di Anish Kapoor che, nell’estate del 2015 invitato ad esporre nei giardini del Castello di Versailles, propose un suo lavoro della serie delle ‘trombe’ circondato da massi di pietra al centro di un boschetto. All’indomani della presentazione alla stampa a seguito del commento di un giornalista che la nominò ‘vagina della regina’ in ciò alludendo al luogo dell’installazione, al centro del bosco detto, appunto, ‘ della regina’, il commento venne rilanciato dai social media e l’opera suscitò energici dissensi, al punto da venir vandalizzata a più riprese con dei getti di vernice gialla. Qualche giorno dopo l’attacco vandalico si declinò con l’imbrattamento sia della scultura che dei massi di pietra che la circondavano con delle scritte inneggianti al fanatismo religioso e marcatamente antisemite. A ben guardare, in nessuno di questi due casi c’è stato da parte degli artisti un ricorso esplicito alla provocazione, eppure la presunta ambiguità sessuale delle forme delle loro opere è la causa di bufere mediatiche accompagnate da aggressioni. Pur non potendosi parlare di censura vera e propria, la questione sottesa è il timore che questi fenomeni finiscano per consentire l’avanzamento di una censura più nascosta, meno evidente, ma altrettanto efficace e forse ancora più pericolosa. Una forma di censura preventiva che si pratica e si praticherebbe proprio per evitare di incorrere nel rischio di urtare la sensibilità dei più intolleranti.
A fronte di queste considerazioni sarebbe utile chiedersi se non sia il caso di mettere in atto delle strategie per difendere in primo luogo la libertà dell’arte e non incorrere così nell’autocensura e finanche al suicidio. Sono questioni che lasciano il campo anche ad un’altra osservazione che riguarda sostanzialmente la crisi di senso e di identità che, complice lo scontro di civiltà, agita in questi nostri tempi la cultura occidentale. Disorientati rispetto ai nostri stessi valori, soffriamo di uno spaesamento che è conseguenza anche, non da ultimo, del deficit di accudimento della nostra storia. Così, a giustificare in qualche modo il nostro autocensurarci, sembrerebbe intervenire un principio di responsabile opportunità il cui effetto collaterale è di circoscrivere i nostri limiti finendo per ingabbiarci.
Sarebbe ora di riscattare proprio quei principi base su cui si è faticosamente costruita la nostra identità e far tesoro della massima illuminista, di incerta e controversa attribuzione voltairiana e che, in ogni caso, ci rappresenta al meglio: “Io combatto la tua idea, che è diversa dalla mia, ma sono pronto a battermi fino al prezzo della mia vita perché tu, la tua idea, possa esprimerla liberamente”.
20 gennaio 2019

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1)Nel 2001, ad opera inizialmente del collettivo di artisti sloveno IRWIN, viene messa in rete la piattaforma digitale www.eastartmap.org , con lo scopo di ricostruire una storia dell’arte contemporanea del Paesi dell’Europa dell’Est negli anni compresi tra il 1945 e oggi al di là delle cronache ufficiali del Socialismo e anche delle frammentarie leggende cresciute in Occidente partendo dal presupposto che censure e clima politico non ne avessero favorito la conoscenza e che quindi di questa ‘Art History not Given’ si potesse legittimamente cominciare la costruzione.
2) L’ interrogativo che fa da sfondo alla nascita dell’archivio thefileroom è se si possa pensare ad un periodo della storia, ad una qualche epoca, nella quale la censura non sia esistita pensando ad un archivio-prototipo aperto su come la censura sia stata esercitata in contesti differenziati.
3)L’opera era stata esposta in occasione della mostra a cura di Matthew Drutt, prodotta da Marlborough Gallery, Ahmet Günęstekin. Million Stone.   6 maggio – 22 novembre 2015, Venezia, Santa Maria della Pietà.
5) Intervista ad Ahmet Günęstekin di Igor Zanti, Amhet Günęstekin da Istanbul a Venezia…La geografia è il destino, in, https://www.espoarte.net/arte/85086/
6)Regata velica che si tiene dal 1969.
8) Ingrid Lucquet-Gad, Quand la censure veut la peau de l’art, in: www.magazineantidote.com/art/quand-la-censure-veut-la-peau-de-l-art/