Quando gli architetti trasformano l’emergenza in opportunità di riscatto
Daniela De Dominicis
Tra le maggiori sfide cui il nostro stile consumistico ci ha messo di fronte – oltre il riscaldamento climatico e la carenza idrica – vi è quella dello smaltimento dei rifiuti. Un problema che fino ad alcuni decenni fa aveva la forma indistinta di un argomento remoto ma che ormai ha assunto i contorni netti di ciò che ci è prossimo, concretizzato nelle montagne di sacchetti che invadono le strade di alcune nostre città.
La difficoltà di mettere in campo progetti di ampio respiro per una politica che rincorre soltanto consensi elettorali, fa sì che molte delle nostre amministrazioni si limitino a tamponare le emergenze con soluzioni che per lo più confliggono con le regole europee (1). La carenza di impianti per metabolizzare i rifiuti apre inoltre la strada ad intermediari senza scrupoli che svuotano i depositi saturi semplicemente dando loro fuoco: in quattro anni, dal 2014 al 2018, si sono registrati oltre 340 incendi dolosi (2). Fino al 2017 l’87% dei rifiuti in plastica prodotti in Europa prendeva la via della Cina utilizzando le migliaia di mercantili dell’estremo oriente che rientravano vuoti, ma dal 2018 questa via è stata interdetta dalle autorità di Pechino mettendo in crisi un sistema che ha già prodotto effetti devastanti: negli oceani si sono formate sei grandi isole di materiale galleggiante l’ultima delle quali individuata nel 2013 nel mare di Barents, vicino al circolo Polare Artico; la più grande di queste isole ha le dimensioni della Spagna e si trova nel Pacifico, la Pacific Trash Vortex. In realtà se la raccolta della plastica fosse ben fatta questa avrebbe un alto valore commerciale; inoltre le direttive europee mirano a prevenire la creazione dei rifiuti attraverso il riciclo e puntano a trasformare gli scarti in energia termica ed elettrica grazie ai termovalorizzatori. Il problema europeo, e del nostro Paese in particolare, è dunque una bassa qualità della raccolta e la carenza degli impianti di trasformazione(3) che per ragioni diverse non vengono né utilizzati a pieno regime né realizzati lì dove ce ne sarebbe maggiormente bisogno (4).
È possibile rapportarsi diversamente a questa emergenza? Ci sono soluzioni che conciliano la qualità della vita con il rispetto dell’ambiente che ci circonda senza scaricare su Paesi terzi gli effetti delle nostre scelte? La civilissima Copenhagen ci offre possibili soluzioni.
La capitale danese è ormai da tempo un modello di sviluppo urbanistico(5) e architettonico cui bisognerebbe guardare con attenzione. Le capacità progettuali che qui si mettono in campo sono tali da riuscire a trasformare qualsiasi problema in un’opportunità vantaggiosa. Più che puntare su edifici-icona contando sull’attivazione di un processo di sviluppo virtuoso legato a questi poli di attrazione, la capitale danese ha optato per una qualità diffusa che l’ha resa coerente fin nelle propaggini periferiche, senza differenza tra i quartieri del centro e quelli del suburbio secondo l’idea di una democrazia orizzontale. Un’architettura e un design di altissimo livello, che hanno innalzato sensibilmente la qualità della vita di questa città che si attesta – come trasporti, servizi, offerta culturale – tra le migliori d’Europa, con un’attenzione alla sostenibilità ambientale che, unitamente ad una tabella di interventi lungimirante e serrata, la renderanno nel 2025 la prima città del mondo ad emissioni zero(6).
Qui il progettare pensando ad archi temporali di ampia gettata si basa prevalentemente sulla condivisione. I living labs sono centri in cui si ragiona sui macro problemi urbani cui afferiscono ingegneri, tecnici informatici, designer, architetti, imprenditori, semplici cittadini, alla ricerca di soluzioni innovative convincenti e, soprattutto, partecipate. Uno di questi è il BLOXHub che prende il nome dell’edificio che lo ospita – il BLOX – progettato da Ellen van Loon dello studio OMA. Si tratta di un edificio pubblico appena inaugurato(7), in forme geometriche interamente vetrate che riflettono le acque del canale lungo il quale si articola. È un edificio plurifunzionale con residenze, punti di ristoro, spazi espositivi, sede del DAC (Danish Architercture Center) e del living lab sopra citato. Sul sito di quest’ultimo, in apertura, si legge: Let’s co-create our urban future, creiamo insieme il nostro futuro urbano. Tra i problemi affrontati, maggiormente cogenti sono quelli innescati dai cambiamenti climatici e dallo smaltimento dei rifiuti. Quest’ultimo in particolare costituisce ormai un’emergenza difficilmente procrastinabile. Quello che però nelle nostre latitudini risulta essere una tematica pressoché ignorata dalla politica, affidata spesso a gestioni opache quando non addirittura criminali con conseguenze nefaste per il territorio e la salute, nella capitale danese diventa un’opportunità.
Tra le recenti costruzioni, a fare notizia sulle riviste di architettura internazionali, vi è infatti il termovalorizzatore inaugurato al porto di Copenhagen il 25 novembre 2018 progettato dall’ architetto Bjarke Ingles, vincitore del concorso(8) indetto nel 2011. Un edificio per lo smaltimento dei rifiuti in pieno centro urbano e, per giunta, con varie modalità d’uso. La tecnologia all’avanguardia che governa l’attività delle due caldaie a griglia, permette di ridurre le emissioni del 99,5% e pertanto è una presenza del tutto compatibile con gli insediamenti abitativi che lo circondano; la sua prossimità inoltre contribuisce ad aumentare la consapevolezza dell’intero ciclo produttivo dei nostri consumi, fatti non solo delle vetrine scintillanti di oggetti nuovi di zecca ma anche della loro dismissione. Una delle ciminiere rilascia un anello di 250 kg di CO2 ogni tonnellata di rifiuti incenerita. La forma circolare del fumo è frutto di un ricercato design della griglia sommitale ma vuole anche essere un invito a riflettere sull’inevitabile impatto dei consumi. Dalle 480 mila tonnellate trattate annualmente vengono estratti e riutilizzati i metalli, mentre la parte residuale diventa materiale inerte da costruzione. Ciò che rende tuttavia unico quest’impianto è la sua imminente utilizzazione come pista da sci(9). Sulla superficie inclinata del tetto prendono posto infatti tre piste da discesa di più di 500 metri di lunghezza con pendenze diverse, due impianti di risalita, numerosi alberi a creare una foresta alpina e, sulla cima, un ristorante con terrazza panoramica; la superficie verticale esterna ospita invece una parete da arrampicata alta 80 metri. Essendo l’Amagger Bakke – questo il nome della struttura, detta anche Copenhill – l’unica collina del territorio danese, si prevede un notevole afflusso di sciatori tant’è che l’impianto, funzionante in tutte le stagioni, è attrezzato per accogliere circa 65 mila persone l’anno. Il giardino alpino è stato progettato dallo studio SLA-Urbanity/Strategy/Landscape che ha attrezzato i 16 mila mq a disposizione superando notevoli difficoltà dovute ai venti e alle condizioni sui generis imposte da una collina artificiale che presenta in alcuni punti una temperatura di 60 gradi(10). Dall’energia termica sviluppata traggono vantaggio 140 mila appartamenti e viene prodotta corrente elettrica per 500 mila abitanti (11). Non si tratta dunque di un edificio isolato ma di una struttura che è in osmosi, visiva e d’uso, con il contesto e i cittadini, secondo l’idea di un’architettura dematerializzata che è alla base della poetica dell’architetto espressa nel manifesto del 2009 Yes is more (12): un’architettura cioè che non si pone come barriera muraria impenetrabile, ma come diaframma poroso, fruibile da chiunque e di mutua utilità per l’intera comunità urbana.
Ha qualcosa di surreale e metafisico la presenza di una pista da sci in bella mostra al centro di una città pianeggiante, ma questo rientra nella capacità visionaria dei progettisti che, come già detto, riescono talvolta a trasformare un’emergenza in un’opportunità. Come per esempio la difficoltà a intensificare l’insediamento urbano (13) e le controindicazioni implicite in una eccessiva espansione della città, ha spinto a pensare come edificabile la superficie marina. Così nel 2016 sono stati inaugurati, sempre nel capoluogo danese, i primi alloggi galleggianti, economici e naturalmente mobili (14). Anche il Loop (il nuovo piano di sviluppo di Copenhagen) è tutto orientato sul tratto di mare che separa la Danimarca dalla Svezia.
Ma restando in tema di inceneritori integrati nel contesto urbano è d’obbligo ricordare l’ormai storica costruzione viennese di Spittelau (1971) riprogettata nell’87 dall’artista austriaco Huntertwasser. L’originaria tecnologia di funzionamento è stata rivisitata alla luce delle recenti soluzioni e produce energia per 60 mila famiglie. È uno degli impianti austriaci utilizzati dalla città di Roma per esportare parte dei propri rifiuti con una spesa di 14 milioni annui, come ha reso noto un’inchiesta della BBC nel 2017(15). L’impianto viennese rappresenta anche un’attrattiva turistica per le inconsuete forme della costruzione ispirate allo stile secessionista.
Tutt’altra soluzione è quella esperita dallo studio spagnolo Batlle i Roig nel recupero della Vall d’en Joan – un’area di sessanta ettari usata per trent’anni come discarica abusiva di rifiuti solidi urbani – all’interno del Garraf, uno dei dodici parchi della Catalogna. La valle si presenta come un terreno fortemente scosceso che però ha perso la sua orografia originaria a causa dei 26,6 milioni di tonnellate di rifiuti che vi sono stati sversati. Gli architetti hanno trattato la vallata con un intervento durato un decennio (2002-12) sigillando i rifiuti per evitare percolati e rimodellandoli a formare dei terrazzamenti a rampa, piantumati con essenze autoctone (16). Si tratta di un intervento di progettazione paesaggistico di grandi dimensioni che ha restituito alla valle integrità e fascino, in più, il sistema di aereazione che permette di sfruttare la produzione gassosa del materiale organico residuale, produrrà energia fino al 2050. Una soluzione tuttavia estrema, che propone un rimedio che si potrebbe definire di chiusura tombale i cui effetti a lungo termine sul terreno non sono prevedibili e che non può certo offrirsi come sistema modellizzante.
Il problema dei rifiuti è una delle tematiche su cui Alejandro Aravena ha organizzato la sua Biennale (2016) dal titolo Reporting from the front (Notizie dal fronte), una guerra ancora in corso e il cui esito è tutt’altro che scontato. Per ora registriamo le notizie positive che ci vengono da Copenhagen.
20 gennaio 2019
There are no images in the gallery.
There are no images in the gallery.
1) La soluzione più semplice per svuotare le città dai rifiuti è quella di utilizzare le discariche a cielo aperto anche se la commissione europea lo vieta espressamente. Un espediente per utilizzarle è quello di sottoporre i rifiuti al processo Tmb (trattamento meccanico biologico), un sistema che dovrebbe separare i rifiuti che da urbani vengono classificati come speciali e come tali possono essere sversati in discarica. La Commissione europea ha comminato all’Italia diversi procedimenti d’ infrazione: negli ultimi dieci anni sono stati pagati 285 milioni di multe. Fabrizio Gatti, “Sotto una montagna di plastica”, l’Espresso, 11 novembre 2018.
2) Jacopo Giliberto, “Impianti di rifiuti a fuoco, ecco perché: nel mirino della malavita e troppo pieni”, il Sole 24 Ore, 15 ottobre 2018.
3) Gli impianti attivi in Italia sono solo 40 e parzialmente utilizzati. cfr dati ISPRA, Istituto Superiore per la protezione e la ricerca ambientale.
4) Nel 2016 la Campania ha dovuto esportare rifiuti al Nord (258 mila tonnellate) e all’estero (103 mila) pagando 200 euro a tonnellata. Inchiesta de Il Sole 24 Ore, 20 novembre 2018.
5) Risale al 1947 il Finger Plan che prevedeva un sistema di cinque assi radiale di sviluppo con settori verdi inseriti a cuneo fin nel centro storico della città. Dagli anni Novanta del ‘900 sono state progettate tre importanti nuove aree: Ørestad, Nordhavnen, Carlsberg. Il nuovo modello di espansione è invece di tipo circolare, il cosiddetto Loop. Cfr. Q&A: Urban Questions Copenhagen Answers, 1947-2047 Dal Finger Plan alla Loop City, cat 12. Mostra Internazionale di Architettura, Biennale di Architettura, Venezia 2010.
6) Si tratta di un piano messo a punto nel 2012 basato sulla mobilità sostenibile e sulla produzione di energia elettrica verde, prodotta cioè con sistemi non inquinanti (venti, biomassa, termovalorizzatori, etc).
7) L’inaugurazione ha avuto luogo ad ottobre 2018. La maquette dell’edifico è stata presentata al padiglione danese alla 16. Mostra Internazionale di Architettura, Biennale di Architettura, Venezia 2018.
8) Tra i finalisti: Wilkinson Eyre, Dominique Perrault, 3XN, Lundgaard&Tranberg, Gottlieb Paludan.
Il progetto è stato finanziato da consorzio di cinque comuni danesi riuniti nell’ Amager Ressource Center per un costo di 586 milioni di euro.
9) La struttura sarà fruibile in questo senso dalla primavera 2019.
10) Cfr il sito https: //www.sla.dk
11) Jacopo Giliberto, “A Copenhagen l’inceneritore diventa la collina degli sciatori”, Il Sole 24 Ore, 19 novembre 2018.
12) Questo il titolo del documento pubblicato da Bjarke Ingels sulla sua poetica architettonica, più sotto la forma di un’elaborazione grafica che un testo vero e proprio, il cui titolo fa il verso al famoso aforisma di Mies van der Rohe, Less is more.
13) L’intensificazione è una tecnica di intervento urbanistico che prevede lo sfruttamento delle aree dismesse, degli edifici abbandonati, la sopraelevazione delle strutture già esistenti, viene considerata un’alternativa all’eccessiva espansione orizzontale dei centri urbani con la conseguente diminuzione delle aree verdi e le difficoltà di collegamenti infrastrutturali.
14) Si tratta delle costruzioni modulari su piattaforme galleggianti finanziate nel porto di Copenhagen dalla società Urban Rigger. L’idea di utilizzare l’acqua come sede di espansione urbana era già presente nel progetto di Kenzo Tange del 1960 per la città di Tokyo. Attualmente è la soluzione avanzata dagli studi NLÉ e Zoohaus/Inteligencias Coletivas per Lagos in Nigeria.
15) Bethany Bell, Why Rome sends trains filled with rubbish to Austria, BBC News, 23 aprile 2017.
16) Cfr sito BATLLEIROIG Arquitectes e Giovanna Barbaro, “La discarica urbana del Garraf: il progetto paesaggistico”, Architettura Ecosostenibile, 3 aprile 2012.