Dall’arte digitale agli NFT
Il concetto di smaterializzazione ci è ormai ben chiaro. Sono anni che le pubbliche amministrazioni cercano di metterlo in atto puntando a scoraggiare l’utilizzo del cartaceo e contenere così problemi d’archivio e di sfruttamento delle risorse. Ormai le nuove tecnologie sono entrate prepotentemente nel nostro quotidiano trasformandolo e permettendo di bypassare la necessità della nostra presenza fisica. Tuttavia se c’è un settore cui non siamo abituati ad associare la smaterializzazione è quello dell’arte, per definizione legato fin dalle origini alla trasformazione della materia. Del resto anche le performance, le installazioni temporanee e l’arte concettuale hanno dato vita ad una produzione concreta oggetto di vendita e di collezionismo (foto, documenti, video, etc.). Da qualche tempo si assiste però allo sviluppo di una produzione artistica legata esclusivamente a immateriali file informatici, gli NFT (la sigla sta per Non-Fungible Token, gettoni non riproducibili), un fenomeno derivato dalle criptovalute emerse dal nulla alcuni anni fa (1). Ha fatto scalpore nel marzo 2021 la vendita da Christie’s della prima opera prodotta esclusivamente in formato digitale da un anonimo web-designer del Wisconsin, per un valore di 69,3 milioni di dollari (2). Anche in Italia la storica casa d’aste Cambi ha organizzato nel luglio scorso la prima vendita dedicata agli NFT con tanto di webinar per avvicinare i collezionisti tradizionali al “nuovo mondo”. Come per le transazioni finanziarie gli NFT vengono certificati nella proprietà tramite i registri elettronici blockchain, che garantiscono anche l’unicità dell’opera posseduta. La cripto arte era rimasta fino a un anno fa un’attività relativa al mondo della grafica e dell’informatica, veicolata su specifici siti di compravendita, ma poi il fenomeno si è esteso, come si è appena detto, anche a prestigiose case d’aste, coinvolgendo artisti di fama nonché il circuito dei musei storici. Damien Hirst per esempio, ha messo in vendita 10mila opere che differiscono per lievi varianti l’una dall’altra (3) ognuna delle quali prodotta sia in formato cartaceo che digitale e lanciandole sul mercato tramite HENI (4); gli acquirenti che sono riusciti ad aggiudicarsi un lavoro hanno tempo un anno per decidere per quale versione optare con la conseguente distruzione di quella scartata. Il titolo scelto per l’intera operazione è The Corrency ovvero Moneta Corrente e in effetti l’arte sembra essersi impossessata degli strumenti del mercato finanziario cavalcandone le contraddizioni. Illuminante in questo senso è quanto occorso ad una serigrafia di Banksy acquistata nel 2006 presso una galleria di New York per 95mila dollari da una società di blockchain. Quest’opera è stata bruciata successivamente in diretta streaming e il video che ne è derivato è diventato un NFT, venduto a 380mila dollari. L’opera non esiste più ma il video della sua distruzione ne ha paradossalmente quadruplicato il valore. Curioso inoltre che la serigrafia riproducesse la vendita presso una casa d’aste di un quadro con la scritta I Can’t Believe You Morons actually Buy This Shit, da cui il titolo dell’opera Morons (imbecilli), con l’evidente derisione dei collezionisti d’arte. Anche i musei hanno pensato di mettere a profitto l’interesse suscitato dai prodotti NFT, in primo luogo gli Uffizi che recentemente hanno prodotto con questa versione nove copie uniche del Tondo Doni di Michelangelo, la prima delle quali venduta a 240mila euro (5). La realizzazione dei file è avvenuta grazie ad un accordo tra gli Uffizi e la società fiorentina Cinello s.r.l. che utilizza il sistema brevettato Digital Art Work. Le copie sono uniche e non duplicabili, la proprietà di ciascuna è certificata tramite un token NFT registrato in blockchain. Il direttore Eike Schmidt sostiene che il museo sia un’azienda e in quanto tale deve essere produttivo. Vista l’alta rendita che garantiscono simili operazioni non è difficile prevederne a breve un’utilizzazione ampia e diffusa. Ed in effetti la galleria privata Unit London ha da poco concluso una mostra con sei capolavori italiani disponibili ciascuno in nove esemplari, in collaborazione con i musei che ne possiedono l’originale (6).
Difficile giustificare l’improvvisa impennata di interesse per questi nuovi prodotti digitali che in teoria, in quanto tali, sarebbero riproducibili all’infinito ma che, quasi per ossimoro, un sistema di crittografia rende unici e non duplicabili nel tentativo di riproporre quell’autorialità che caratterizza le opere d’arte tradizionali con tutta l’aura che ne aumenta il valore. Più che la produzione in sé, sulla quale c’è una perplessità diffusa – non ultima per l’alto consumo energetico richiesto per i blockchain – si può ipotizzare che a rendere ambiti gli NFT siano proprio i loro costi proibitivi che li hanno immediatamente trasformati in esclusivi oggetti del desiderio. Le riserve in merito sono tali che nella 59. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia curata da Cecilia Alemani, da sempre cartina al tornasole delle ricerche d’avanguardia, non ve ne è traccia
alcuna (7).
Ma al di là degli NFT, le sperimentazioni legate al digitale hanno fatto il loro ingresso nel mondo dell’arte fin dagli anni Settanta, basti ricordare l’attività promossa dall’Ars Electronica, il festival internazionale per le nuove tecnologie nato a Linz in Austria nel 1979, diventato un laboratorio che coinvolge ogni anno più di cento Paesi e che dal 2009 ha anche una sua sede museale, l’Ars Electronica Center, progettata dallo studio viennese Treusch architecture (8). Ancora in ambito tedesco va ricordato il prestigioso Zentrum für Kunst und Medientechnologie (ZKM) a Karlsruhe sorto nel 1989, definito il primo museo interattivo, attualmente ospitato in un’ex fabbrica di munizioni che lo studio OMA di Rem Koolhaas ha ridisegnato facendo convivere con la nuova destinazione le preesistenze industriali. Qui le arti e la ricerca scientifica si incontrano sperimentando possibili dialoghi per nuove forme espressive (9).
In tempi più recenti (2018) si è inaugurato sull’isola artificiale di Odaiba presso Tokyo il MORI Building Digital Art Museum, progettato dal collettivo giapponese TeamLab (l’installazione permanente prende il nome di TeamLab Borderless, senza confini). Un’area, quella di Odaiba, già a vocazione sperimentale con il futuristico edificio della Fuji TV progettato da Kenzo Tange (1997) in alluminio e vetro caratterizzato da percorsi a ponte con una grande sfera sospesa (10). Al MORI non esistono opere da fruire individualmente, gli ambienti che si susseguono permettono esperienze immersive che il pubblico con la propria presenza contribuisce a modificare. Ed è esattamente su un’esperienza corale che ha puntato TeamLab per cercare di spostare l’attenzione delle persone dal sé e dalle esperienze individuali al contesto e agli altri.
In Italia si attende l’apertura del Museo Nazionale dell’Arte Digitale (MAD), prevista entro il 2026, annunciata qualche mese fa dal ministro Dario Franceschini che ha reso noto lo stanziamento di 6 milioni di euro per il restauro e la trasformazione della struttura che l’ospiterà. Questo museo all’avanguardia utilizzerà infatti un edificio storico della Milano del primo Novecento, l’Albergo Diurno Venezia, progettato da Piero Portaluppi nel 1925 a piazza Oberdan, uno slargo urbanisticamente incongruo a Nord Est della città derivato dall’abbattimento delle mura spagnole. L’ingombrante presenza al centro dei caselli daziari di epoca napoleonica (11) impedisce infatti di percepire in modo globale la piazza, parte di un quartiere multietnico alle spalle del Duomo, area depressa fino a poco tempo fa e attualmente oggetto di un globale intervento di recupero. È qui che insiste, nel piano interrato di un edificio abitativo, l’Hotel Diurno Venezia, indicato dalle guide come un gioiello dell’architettura liberty. 1500 mq con tutti i confort di cui si poteva aver bisogno alla metà del secolo scorso: terme, parrucchiere, lavanderia, docce, telefoni e dattilografi per necessità di lavoro, servizi fotografici, agenzie di prenotazione… L’attività della struttura, dismessa alla fine degli anni Ottanta, ha vissuto successivamente episodici momenti di attenzione durante le visite organizzate dal FAI nonché in occasione della mostra qui voluta dalla fondazione Trussardi (12).
Il museo creerà un polo digitale con il vicino MEET-Digital Culture Center (13), fondato nel 2018 negli ambienti dell’ex Spazio Oberdan per sostenere e promuovere l’aggiornamento informatico del Paese attraverso iniziative culturali in dialogo con realtà internazionali.
Per il momento del MAD è noto il nome della direttrice, Ilaria Bonacossa – già impegnata al Museo di Villa Croce a Genova (2012-17) e ad Artissima a Torino (2017-21) – ma nulla è dato sapere sul lavoro di recupero dell’albergo alla nuova destinazione, cosa da non sottovalutare vista la forte connotazione della struttura, né su come prenderà corpo la consistenza del museo. La direttrice ha anticipato l’intenzione di procedere ad una documentazione storica di questa innovativa forma d’arte e al contempo la volontà di promuovere una produzione in sintonia con le nuove tecnologiche dell’intelligenza artificiale, della robotica, dell’animazione, etc. Il pubblico privilegiato sarà ovviamente quello delle ultime generazioni ma la diffusione del digitale nel quotidiano è ormai tale che nessuno vivrà questi spazi come qualcosa di estraneo.
Chi sta investendo massicciamente sui musei dedicati alle nuove tecnologie è l’Arabia Saudita. Di prossima apertura sono infatti l’Art Balad Culture Square a Gedda – un polo per le arti composto dal TeamLab Digital Art Museum e il Red Sea Film Festival Palace – e il Diriyad Art Futures a Riad (14) che il Ministero della Cultura ha deciso in corso d’opera di trasformare in museo digitale. A vincere i bandi di concorso è stato lo studio italiano Schiattarella Associati che nel 2016 ha ricevuto per il progetto di Riad l’Iconic Award e la menzione speciale dell’American Architecture Prize.
Mentre i Sauditi promuovono musei nuovi di zecca interamente dedicati al digitale, sollevandosi così dal rapporto con la Storia e soprattutto con la Storia occidentale, gli Emirati hanno sottoscritto contratti miliardari con i più importanti musei del mondo perché aprano filiali presso di loro (15). A Gedda il museo sarà costituito da proiezioni permanenti curate dal già citato collettivo giapponese TeamLab, fondato nel 2001 dall’ingegnere Inoko Toshiyuki. Anche qui, come al MORI, proporranno ambienti nei quali il pubblico è invitato ad immergersi per totalizzanti esperienze visive ed acustiche. A Riad invece si alterneranno esposizioni digitali temporanee affiancate da permanenti laboratori sperimentali sulle intelligenze artificiali, sulla realtà virtuale, aumentata, etc. Gli alti costi energetici per mantenere attivo tutto ciò sono indubbiamente l’ultimo dei problemi per questo Paese. Interessanti entrambe le proposte architettoniche in serrato dialogo con gli antichi insediamenti presenti sul territorio: compatte articolazioni volumetriche distribuite su percorsi irregolari con piccoli slarghi come protezione dal sole e dal vento; costruzioni in sintonia con il deserto a Riad – il museo sorge al limitare Nord-Ovest della capitale e riprende il colore della sabbia da cui sembra emergere – e con la laguna a Gedda. In quest’ultimo caso la continuità con la città vecchia (16) ha suggerito l’uso delle pareti intonacate di bianco nonché, come a Riad, la progettazione di ambienti porosi nei quali l’aria può entrare a piacimento sfruttando una ventilazione naturale a similitudine delle antiche mashrabiyya delle case arabe.
Tuttavia, al di là dell’interesse suscitato dai contenitori museali, siano questi costruiti ex novo o derivati dal recupero di preesistenze, ciò che viene esposto in queste strutture nel caso del digitale è un prodotto strettamente legato all’energia elettrica e agli hardware che ne permettono la visione: in assenza di ciò le opere non sono più visibili, tutto cade come un castello di carte. Anche gli NFT hanno bisogno di questi prerequisiti. Un’immaterialità sui generis dunque, rispetto alla quale lo scetticismo è diffuso. Tra gli argomenti a favore c’è quello che gli “originali digitali” possono essere spostati ovunque senza essere danneggiati e che le nuove tecnologie possono intercettare un pubblico che non entrerebbe mai in un museo tradizionale. Questo potrebbe essere vero ma si ha come l’impressione che ad essere veicolato sia una sorta di perenne luna park e che più che avvicinare all’arte tutto ciò conduca in una direzione assai diversa e, soprattutto, discutibile.
Aprile 2022
1) La prima crytpo valuta è il Bitcoin inventato nel 2008 da una persona nota con lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto.
2) Autore dell’opera dal titolo Everydays: the First 5000 Days è il web designer Mike Winkelmann noto con lo pseudonimo di Beeple.
3) Si tratta di fogli cm 20X30 con i pois che caratterizzano i suoi lavori dal 2016. Ogni foglio ha un diverso numero di serie, la sua firma e un microdot come le banconote correnti.
4) HENI è una società internazionale di servizi per l’arte.
5) Marilena Pirelli, “Gli Uffizi sdoganano il Tondo Doni in versione NFT”, Il Sole 24 Ore, 18 maggio 2021; Sharon Hecker, Giuseppe Calabi, “Il Tondo Doni e gli NFT: se gli Uffizi diventano digitali”, WeWealth, 3 dicembre 2021.
6) Si tratta della mostra Eternalising Art History: from Da Vinci to Modigliani, 16 febbraio – 19 marzo 2022, Unit London. Le opere, tirate in nove esemplari, sono degli NFT. Costi variabili da 100 mila a 500 mila euro.
7) In realtà tra gli ottanta padiglioni nazionali l’unico a presentare prodotti NFT è il Camerun.
8) Lo studio Treusch architecture ZT Gmbh viene fondato a Vienna nel 2005 da Andreas Treusch e Nadja Sailer.
9) Tra i centri di sperimentazione dei nuovi media vale la pena ricordare la FACT (Foundation for Art and Creative Technology) a Liverpool, che promuove e divulga opere ArtMedia e digitali e l’HEK (Haus der Elektronischen Künste) fondato nel 2011 a Basilea e dal 2014 nella sede di un ex deposito merci riadattata dagli architetti Alban Rüdisühli e Christoph Ibach. In questo centro svizzero si sperimenta sui media elettronici, si organizzano festival e si cura la conservazione del materiale digitale. Inoltre diversi musei storici hanno dedicato una sezione all’arte digitale (Whitney, MoMA, New Museum, Serpentine).
10) Nell’isola di Obaida trova posto anche il museo Miraikan (museo del futuro) dedicato alle scienze e alle recenti tecnologie. L’edificio è stato progettato dallo storico studio di architettura Nikken Sekkei con sede a Tokyo.
11) I caselli daziari di Porta Venezia a Piazzale Oberdan sono stati progettati dall’architetto bresciano Rodolfo Vantini e realizzati tra il 1826 e il 1828.
12) Nell’aprile 2016 nell’ambito della XXI edizione di miart la Fondazione Trussardi ha promosso la personale di Sarah Lucas negli spazi dell’Hotel Diurno Venezia dal titolo Innamemorabiliamumbum.
13) Lo Spazio Oberdan è stato progettato da Gae Aulenti nel 1998 come centro culturale della Provincia di Milano. Venduto alla Fondazione Cariplo nel 2018, è stato rivisitato dallo studio Carlo Ratti Associati e attualmente ospita il MEET Digital Culture Center diretto da Maria Grazia Mattei.
14) Il Diriyad Art Futures era a tutta prima indicato come Addiriyad Art Center poi nel 2018 il Ministero della Cultura Saudita ha optato per la denominazione attuale. Talvolta nella pubblicistica vengono erroneamente segnalati come due diversi complessi.
15) Sull’isola di Saadiyat negli Emirati Arabi ha già aperto la sede del Louvre-Abu Dhabi, sono previsti inoltre lo Sheikh Zayed National Museum , il Performing Arts Center, il Maritime Museum e la quarta filiale del Guggenheim.
16) La città vecchia di Gedda è stata dichiarata patrimonio dell’Unesco nel 2014.
16) La città vecchia di Gedda è stata dichiarata patrimonio dell’Unesco nel 2014.