Connessioni sonore nel progetto Oh Europa di Action Hero
Marzia Failla
Un van ha percorso l’Europa esibendo al suo esterno un cartello che, costantemente tradotto nella lingua locale, ha interrogato i passanti con una richiesta essenziale: «Conosci una canzone d’amore?» (1).
Action Hero, duo artistico formato da Gemma Paintin e James Stenhouse - artisti di Bristol che collaborano insieme dal 2005 e che ideano performance site-specific e installazioni sonore, con una forte interrogazione partecipativa del pubblico (2) - “crea strutture che consentono alle persone di sperimentare modi alternativi di stare insieme” (3). Con il loro poderoso e originale lavoro Oh Europa hanno percorso più di sessantamila chilometri e attraversato ben quarantasei differenti paesi europei, a bordo del loro van, dando vita a “un progetto che abbraccia un intero continente e mira a ripensare il modo in cui concepiamo l'Europa e il modo in cui continuiamo a condividere questo spazio insieme” (4).
L’interrogativo che li ha portati a prendere le mosse è stato: esiste una canzone d’amore che possa rappresentare unitamente l’intera Europa? Il dispositivo errante di Oh Europa ha interpellato di volta in volta pubblici eterogenei su quale potesse essere questa canzone; consultandoli su amore e perdita, rottura e ricongiungimento e chiedendo loro di intonare canti d’amore di qualsiasi tipo, in qualsiasi lingua e partendo da qualsiasi suggestione, improvvisandone il testo o al contrario consultandolo online, si è costituita così in pochi mesi una raccolta di circa milleottocento performance sonore.
I due artisti hanno sviluppato il progetto nel biennio compreso tra il 2018 e il 2019: Paintin e Stenhouse hanno attraversato differenti nazioni come il Regno Unito, la Scozia, la Francia, il Belgio, l’Ungheria, la Romania, la Germania, la Finlandia, la Norvegia, arrivando fino a Capo Nord e proseguendo con la Spagna meridionale e la Grecia.
Nulla di prestabilito, nessuna struttura rigida, con il viaggio che hanno condotto hanno condiviso un semplice spazio aperto all’espressione e con cui articolare un archivio in divenire di geografie della voce; le performance sonore sono state infatti registrate durante ogni tappa tramite una postazione allestita per il pubblico all’interno del camper-studio degli artisti. E proprio il pubblico, fatto di passanti, persone incuriosite o più diffidenti, su base volontaria, poteva prestarsi con la propria voce per cantare il proprio inno d’amore dedicato a Oh Europa.
Le canzoni scelte hanno spaziato dalla musica pop dei Beatles a quella hard rock dei Led Zeppelin, dalle note delle francesi Édith Piaf e Juliette Gréco, fino a canti popolari come quello tradizionale ungherese Megkotom a szarcoalabu (5), intonato da tre ragazze durante la tappa in Ungheria di Oh Europa.
Action Hero ha scelto la musica come strumento di unificazione interculturale e con essa ha ricucito e percorso i confini di un’Europa frastagliata, caratterizzata da una fitta stratificazione di storie, territori e identità. L’Europa relazionale di Action Hero ha dato vita così a comunità temporanee e a connessioni sonore itineranti, che hanno annodato legami tra persone sconosciute, a partire dall’utilizzo della voce. Un pubblico plurilingue e policulturale è divenuto protagonista nel tessere una maglia di esperienze sonore negli spazi delle geografie europee. Senza forzature ma al contempo con grande impatto sociale Action Hero ha infatti coinvolto un insieme diversificato di spettatori partecipanti.
Come recita la loro “ethical policy”:
“[…] Crediamo nell’arte e nella performance in sé stesse. Crediamo nel processo e nella pratica della creazione artistica e nel suo potere sul mondo che ci circonda. Crediamo che l’arte ci renda umani. Nulla è più importante dell’opera stessa. […] Crediamo nelle comunità e nelle reti, e riteniamo che le istituzioni siano solo una parte di queste comunità. Pensiamo che le persone siano più importanti degli edifici. (6)”
La dinamica di co‑creazione e performance condivisa ha ridefinito l’equilibrio tradizionalmente esistente tra artista-autore e pubblico; le micro-performance site-specific, unite tra loro hanno costituito un compendio di suoni intimi nella più ampia cornice di un progetto ambizioso che ha visto anche la realizzazione di un’applicazione, destinata a tutti i telefoni cellulari e che, in prossimità di radiofari, ha consentito di ascoltare ininterrottamente Oh Europa e la trasmissione sonora dei canti registrati.
La costruzione di comunità temporanee in Oh Europa, dal vivo e da remoto, ha trovato così uno spazio virtuale di condivisione tramite il canale radiofonico RadiOh Europa, realizzato tra il 2018 e il 2024 e dedicato al progetto (7): uno studio di registrazione nomade e una rete di trasmissione si sono così costituiti per unire i confini dell’Europa, i più vicini e i più lontani.
L’archivio di tracce sonore ha così preso vita in tempo reale grazie ai beacons situati dagli artisti in varie parti dell’Europa e che, tramite l’applicazione telefonica Oh Europa, ha consentito l’ascolto al pubblico (8).
La posizione dei beacons, tutt’altro che casuale, ha unito i puntini di frontiere fragili, angoli d’Europa remoti e altri più prossimi, in una mappatura puntuale ma figurata: «Li abbiamo messi dove ce n’è più bisogno: come fossimo agopuntori, abbiamo impiantato i beacon come iniezioni d’amore nei punti nevralgici dell’Europa» (9).
Attraverso la sua erranza, Oh Europa ha restituito l’immagine caleidoscopica di una memoria culturale europea plurale, la cui stratificazione si è manifestata tramite la musica e si è rinnovata nel progetto stesso.
Lo studio di registrazione nomade e di respiro europeo e l’archivio “animato”, pulsante e processuale, inteso come sistema dinamico di produzione e rielaborazione della memoria e concepito come dispositivo attivo e in continuo aggiornamento, sono stati rispettivamente avvio e approdo di un processo corale e relazionale, fondato sulla collaborazione (10), sul dialogo e sulla partecipazione, in una pratica artistica come quella di Action Hero prepotentemente al confine tra arte, politica e azione sociale.
La modalità di partecipazione sollecitata nel pubblico, nella forma di “performance in delega”, tramite il coinvolgimento di “attori” non professionisti (11), ha evidenziato l’intento di Oh Europa: così come in altri lavori realizzati dai due artisti britannici, l’analisi che questo progetto a più mani ha sperimentato è ricaduta proprio sugli effetti relazionali dell’opera stessa (12), quindi sull’esperienza di condivisione musicale tra artisti e partecipanti, poiché proprio l’interazione che è avvenuta nel corso della realizzazione del lavoro ha dato struttura all’intero processo artistico. Ma gli effetti relazionali si sono riversati anche su quel pubblico che potremmo identificare come secondario, che non ha preso parte attiva nel configurare Oh Europa ma ha assistito, esaminato e interpretato il dispositivo critico proposto da Action Hero.
Si delinea dunque un progetto orientato a problematizzare e ridefinire criticamente le categorie con cui pensiamo all’Europa e alla possibile condivisione del suo spazio, poiché il progetto ha costruito proprio un ritratto dell’Europa “dal basso”, dando spazio a esperienze individuali, dimensioni intime
ed emozioni quotidiane. Gli incontri casuali su cui si è fondato non sono stati pianificati in modo sistematico, ma sono emersi in larga parte da situazioni contingenti e improvvisate, secondo una logica di attraversamento aperto del territorio. Questo aspetto, che risulta particolarmente cruciale, ha evidenziato il rifiuto, da parte di Action Hero, di aderire a una mappatura istituzionale degli spazi — inclusi quelli legati al sistema dell’arte contemporanea — in favore di un approccio che ha privilegiato invece relazioni situate e processuali. Ne è derivata una rappresentazione dell’Europa intesa non solo come entità geografica o politica, ma anche emotiva e relazionale.
L’attivismo artistico portato avanti dai due artisti ha agito così attraverso micro-situazioni quotidiane, cosicché il gesto politico abbia potuto far emergere, attraverso i linguaggi e gli strumenti del teatro, della performance e delle pratiche partecipative contemporanee, connessioni umane, rendendo assenti forme di spettacolarizzazione e “antagonismo” (13) e privilegiando invece l’uso della voce, della presenza e dell’ascolto.
Questo è il peculiare e ideale modo di essere eroi d’azione, o meglio artisti dell’azione: protagonisti di una prassi in cui corpo e azione non sono semplicemente strumenti, ma elementi essenziali e interconnessi nella costruzione di un linguaggio espressivo e condiviso, capace di veicolare riflessioni profonde sull’Europa e sulla complessità della coabitazione in uno spazio comune, in Oh Europa ogni individuo ha contribuito con modalità uniche e personali, dando forma a una molteplicità di significati che hanno dialogato tra loro, arricchendo la comprensione collettiva su temi quali l’identità, l’appartenenza e la relazione.
Aprile 2026
1) L. Zanini, Dall’Europa con amore: caccia alla canzone che potrebbe unirci tutti, in «Corriere della Sera», 24 maggio 2019:
https://www.corriere.it/sette/esteri/19_maggio_24/dall-europa-amore-caccia-canzone-che-potrebbe-unirci-tutti-aa86a53e-74a9-11e9-972d-4cfe7915ecef.shtml (accesso il 30 marzo 2026)
2) https://www.snfcc.org/en/event/action-hero-oh-europa/ (accesso il 16 marzo 2026)
3) https://actionhero.org.uk/About (accesso il 31 marzo 2026)
4) https://actionhero.org.uk/Oh-Europa (accesso il 31 marzo 2026)
5) L. Zanini, op. cit.
6) https://actionhero.org.uk/About (accesso il 2 aprile 2026), traduzione dall’inglese dell’autrice.
7) https://actionhero.org.uk/RadiOh-Europa (accesso il 31 marzo 2026)
8) https://actionhero.org.uk/Oh-Europa-Beacons (accesso il 31 marzo 2026)
9) L. Zanini, op. cit.
10) C. Bishop, Inferni artificiali. La politica della spettatorialità nell’arte partecipativa, Guida C., a cura di, Roma, Luca Sossella, 2015, p. 25.
11) C. Bishop, ivi, p. 226.
12) C. Bishop, The Social Turn. Collaboration and its Discontents, in «Artforum International», 2006, vol. 44, n.6.
13) C. Bishop, Antagonism and Relational Aesthetic, in «October», autunno 2004, n. 110, pp. 51-79.